I diciotto punti di Verona

(commento di Lorenzo Franchi)


Art .1

Art. 2

Art. 3

Art. 4

Art. 5

Art. 6

Art. 7

- La frattura

- Le leggi razziali

- Le discriminazioni

Art. 8

- Lo spazio vitale

- La comunità europea

Art. 9

Art. 10

Art. 11

Art. 12

- La proprietà

- Il lavoro

- La retribuzione

Art. 13

Art. 14

- Le cooperative

- Controllo delle tariffe professionali

Art. 15

Art. 16

Art. 17

Art. 18

PREMESSA

Per comprendere appieno il valore dei “18 punti di Verona”, è necessario, anzitutto, inquadrarli nel momento storico e nel clima di tensione altamente drammatico in cui sono apparsi. Noi abbiamo vissuto quelle giornate infuocate, vibranti di struggente passione italiana.

Il regime, che aveva portata l'Italia ad alti fastigi di gloria, era caduto dalla sera alla mattina. Mussolini era stato arrestato da quel re che aveva avallato l'insurrezione fascista nel 1922, favorendo la sua ascesa al potere, ne aveva accettato per venti anni i servizi e ne aveva avuto in dono le corone di Etiopia e di Albania. Per merito di quel regime, quel re aveva visto all'interno debellate le forze sovversive che minavano la stessa esistenza della dinastia, ristabilito l'ordine e aumentato il suo prestigio.

Nel giro di qualche ora, tutto era stato cancellato, annullato, calpestato.

Il nuovo governo, con a capo Pietro Badoglio, che dal fascismo aveva avuto cariche, onori e prebende, dopo aver, fino all'ultimo minuto, ingannato tutti, dichiarando, tra l'altro, che «la guerra continua», era fuggito assieme al re, consegnandosi al nemico. Due terzi dell'Italia furono alla mercé dei tedeschi, centinaia di migliaia di soldati, in Patria e fuori, rimasero, nel giro di qualche ora, senza comandanti e senza ordini, cadendo nelle mani dei germanici inferociti per il tradimento reale e degli slavi, andando a popolare i cimiteri e i campi di concentramento.

La popolazione, provata soprattutto dai bombardamenti indiscriminati, anelava alla pace. Avvelenata dalla propaganda nemica si abbandonò ad azioni pazzesche, devastando le sedi delle organizzazioni fasciste, demolendo i simboli del Littorio, come se con questo si potesse cancellare la storia, commettendo violenze sulle persone.

L'Italia piombò nel caos completo mentre i bombardamenti, anziché cessare, si intensificarono. Si arrivò così alle ore 19 dell'8 settembre con l'annuncio del «Diktat». L'Italia si era posta letteralmente alla mercé del nemico: resa senza condizioni. La storia è ricca di guerre vinte e perdute. Mai guerra al mondo fu perduta con tanto disonore e con tanta vergogna.

Mussolini era tenuto prigioniero sul Gran Sasso in attesa di essere consegnato agli anglo-americani, ma il 12 settembre egli venne liberato.

Da questo momento il panorama politico italiano muta. Nella tenebra del tradimento e della disfatta si incomincia a vedere il barlume di una nuova alba. Mussolini parlò: «La Rivoluzione Fascista si era fermata, a suo tempo, davanti a un trono. Gli eventi vollero che la Corona espiasse con la sua caduta il colpo mancino tirato al regime e il delitto imperdonabile commesso contro la Patria. Questa non può risorgere e vivere che sotto le insegne della Repubblica».

Era nata la Repubblica Sociale Italiana «per ricostruire l’Italia dalle macerie e fare del lavoro il soggetto dell’economia e la base infrangibile dello Stato».

Intanto da Radio Bari si incominciò a incitare alla guerra fratricida. Incominciarono i primi assassinii di militi e di ufficiali isolati, che avevano ripreso il loro posto di combattimento. (Si presentò alle armi circa un milione di uomini. Ne vennero ammazzati settecentomila). Le stazioni radio trasmittenti dell'Italia meridionale, in mano ai traditori della Patria, indicavano ai sicari prezzolati i nomi, i cognomi e gli indirizzi delle persone da uccidere.

In questo clima, proprio da Castelvecchio in Verona, il 14 novembre 1943, vennero annunciati all'Italia e al mondo quelle 18 tesi o “punti” che rappresentavano qualche cosa di più di una vaga promessa. Essi contenevano delle soluzioni nettamente e squisitamente rivoluzionarie, dove le esigenze del singolo e della collettività trovavano il loro punto di incontro o di fusione nel pieno rispetto della libertà e della dignità umana. Molta acqua è passata, da allora, sotto i ponti e molte cose sono cambiate. Perciò, alcuni di quei “18 punti” sono oggi superati o dovrebbero essere perfezionati.

Rimangono però valide le idee originali espresse in essi, le indicazioni fondamentali sulle quali dovrà essere costruita la società moderna, se vorrà sopravvivere. Tali idee fondamentali costituiscono il nostro programma.

E ora, dopo la lunga ma necessaria premessa, ecco i “18 punti di Verona”.

 

Art. 1 - Sia convocata la Costituente, potere sovrano di origine popolare, che dichiari la decadenza della Monarchia, condanni solennemente l'ultimo re traditore e fuggiasco, proclami la Repubblica Sociale e ne nomini il Capo.

COMMENTO - Fin da questo articolo appaiono chiari i concetti “rivoluzionari” che avrebbero dovuto informare il nuovo Stato italiano. Si parla di “Costituente”, cioè di un'Assemblea straordinaria avente il compito specifico di elaborare la nuova Costituzione dello Stato, come potere sovrano di origine popolare.

La Costituente dovrà proclamare la Repubblica Sociale Italiana. Il nuovo programma rivoluzionario era sintetizzato nel trinomio Italia-Repubblica-Socializzazione. In queste tre parole era condensata l'intera dottrina di Mussolini, che finalmente, dopo venti anni di equivoco compromesso con la monarchia, poteva vedere la luce ed esplicarsi liberamente, senza pastoie.

Il termine “Italia” voleva dire che il moto di rinnovamento e di trasformazione della Società doveva avvenire nell'ambito della Nazione, poiché l'internazionalismo era già crollato, come mito, nel 1914, quando i partiti socialisti di tutta Europa, anziché opporsi alla guerra che stava per scoppiare e rifiutare di parteciparvi in nome della fratellanza universale (internazionalismo), si schierarono ognuno con i propri governi, votando, nei rispettivi parlamenti, le spese per la guerra, nell'interesse delle proprie Patrie. Questo fatto costituì un'enorme delusione per Mussolini e provocò in lui il crollo del mito internazionalista nel quale aveva sinceramente creduto, inducendolo a uscire clamorosamente dal Partito Socialista. D'altra parte, la storia insegna che l'internazionalismo si è sempre ridotto a strumento di egemonia dello Stato più forte.

Col termine “Repubblica” Mussolini intese indicare una forma di Stato forte e ordinato, che però doveva trarre la sua legittimità dalla volontà popolare, liberamente espressa attraverso le categorie produttrici della Nazione.

Infine, col termine “Socializzazione” era stabilito in maniera definitiva che gli interessi della collettività dovevano avere la preminenza sugli interessi del singolo, fermo restando come sacro e inviolabile (ed è questa l'idea geniale) il diritto alla libertà individuale, alla proprietà e all'iniziativa privata.

Non si parla più né di regimi né di dittatura. La parola “Fascismo” non appare neppure una volta nei “18 punti”, e questo sta volutamente a significare che il Fascismo, quello del 1919 o del 1922, quello della Marcia su Roma e delle Squadre d'Azione, è tramontato, finito. La storia cammina e non si ripete.

La Costituente dovrà nominare il Capo della Repubblica Sociale: Mussolini non dice: «Io sarò il Capo». Solo la Costituente nominata dal popolo avrà il potere di nominare il Capo dello Stato in piena e perfetta democrazia. Nell'attuale Costituzione italiana, il Capo dello Stato è nominato dalle Camere che solo teoricamente esprimono la volontà popolare, mentre in realtà, come tutti sanno, esprimono unicamente la volontà delle segreterie dei partiti.

Non vogliamo entrare qui nel merito della frase riguardante il re. È cosa che non ci riguarda più. Noi, nella nostra coscienza, abbiamo giudicato. Per coloro che non pensano come noi giudicherà la storia.

Art. 2 - La Costituente sia composta dai rappresentanti di tutte le associazioni sindacali e di tutte le circoscrizioni amministrative, comprendendo i rappresentanti delle province invase, attraverso le delegazioni degli sfollati e dei rifugiati sul suolo libero. Comprenda altresì le rappresentanze dei combattenti; quelle degli italiani all'estero; quelle della Magistratura, delle Università e di ogni altro Corpo o Istituto la cui partecipazione contribuisca a fare della Costituente la sintesi di tutti i valori della Nazione.

COMMENTO - Condizione necessaria perché una Costituente possa dire di lavorare in nome del popolo è che essa rappresenti “veramente” tutto quel popolo, nelle sue aspirazioni e nelle sue necessità. È necessario, cioè, che essa costituisca «la sintesi di tutti i valori della Nazione». I valori della Nazione, depositati nel popolo, sono costituiti dalle energie spirituali e morali, dalla storia e dalla tradizione, oltre che dalle forze economiche. Ecco perché questo articolo prevede che la Costituente sia composta dai rappresentanti delle forze operanti del popolo, cioè dai lavoratori facenti capo alle associazioni sindacali di categoria (corporazioni) e dai rappresentanti delle varie province, perché ogni provincia ha problemi e necessità particolari. Dovranno far parte della Costituente anche la rappresentanza dei combattenti (ecco chiamati in causa i valori morali e spirituali esaltati dal dovere e dal sacrificio compiuto per la Patria); quella dei prigionieri di guerra (valori morali e spirituali, come sopra), quella degli italiani all'estero (valori economici e spirituali a motivo del lavoro e dell'opera di italianità svolta presso altri popoli), quella della magistratura (valore morale primario dei depositari e degli interpreti delle leggi dello Stato), quella delle università (ecco valorizzate le energie intellettuali che si preparano con lo studio a prendere in mano le redini dello Stato) e quelle di ogni altro corpo o istituto «la cui partecipazione contribuisca a fare della Costituente la sintesi di tutti i valori della Nazione». Questo articolo fotografa come dovrebbe essere la Costituente veramente democratica, cioè rappresentante tutto il popolo.

Nella Costituente ciellenista, di vocazione faziosamente antifascista, era invece più o meno bene rappresentata tutta la costellazione dei partiti; ma non era rappresentato tutto il popolo. Infatti, in quell'Assemblea non erano presenti, anzitutto, proprio i portatori di quei valori spirituali che sono i più importanti perché eterni: non erano rappresentati né i combattenti come tali (aristocrazia di sangue e di valore), né i prigionieri di guerra (che erano parecchie centinaia di migliaia), né gli italiani all'estero (milioni di persone), né il mondo del pensiero e della cultura attraverso i rappresentanti degli studenti e dei professori di università. Se pensiamo che le elezioni per l'Assemblea Costituente, nel dicembre 1947, furono abbinate al referendum per decidere sulla forma, monarchica o repubblicana, da dare allo Stato e che da quel referendum furono esclusi i prigionieri di guerra, ancora oltre i confini, gli italiani all'estero, che pure, essendo cittadini italiani, avevano, e hanno, diritto al voto (attualmente, non si fanno votare perché si ha paura di quei voti), ai quali si devono aggiungere coloro che, per aver appartenuto alla RSI, erano, allora, privati dei diritti civili; e se consideriamo che i voti repubblicani superarono i voti monarchici di poche centinaia di migliaia, possiamo pensare che se al referendum avessero partecipato tutti gli aventi diritto, oggi la situazione istituzionale in Italia potrebbe essere ben diversa. Questo, comunque, lo diciamo solo a titolo di curiosità: per noi non cambierebbe nulla.

Quello che, invece, ci preme sottolineare, è che questo secondo articolo dei “18 punti di Verona” prevedeva dare la giusta importanza alla categoria studentesca perché in essa vede l'avvenire della Patria. Quindi, la categoria stessa avrebbe dovuto contribuire a risolvere i suoi problemi, cosa che i costituenti politici antifascisti si sono ben guardati, in seguito, di fare.

Art. 3 - La Costituente repubblicana dovrà assicurare al cittadino-soldato, lavoratore, contribuente, il diritto di controllo e di responsabilità critica sugli atti della pubblica amministrazione. Ogni cinque anni il cittadino sarà chiamato a pronunziarsi sulla nomina del Capo della Repubblica. Nessun cittadino, arrestato in flagrante o fermato per misure preventive, potrà essere trattenuto oltre i sette giorni senza un ordine dell'Autorità giudiziaria. Tranne il caso di flagranza, anche per le perquisizioni domiciliari occorrerà un ordine dell'Autorità giudiziaria. Nell'esercizio delle sue funzioni la Magistratura agirà in piena indipendenza.

COMMENTO - Questo articolo si può dividere in quattro parti: la prima riguarda i diritti del cittadino, la seconda parte dell'elezione del Capo della Repubblica, la terza concerne norme di ordine pubblico e la quarta ribadisce l'importanza della magistratura.

Esaminiamo dettagliatamente: il cittadino, nel senso più lato del termine (notare la successione e i significati delle parole: prima il soldato, cioè chi ha compiuto il suo dovere verso la Patria, cioè verso la collettività; poi il lavoratore, cioè chi contribuisce con le proprie energie a creare il benessere della Nazione; ultimo il semplice contribuente, che non è meno importante degli altri, ma nella scala dei valori viene dopo perché contribuisce al bene pubblico solo col denaro. Prima il dovere compiuto, poi il lavoro, poi il denaro al sevizio della nazione), ha diritto di «responsabilità critica sugli atti della pubblica amministrazione» e non «critica responsabile».

Le parole non sono state messe a caso: il cittadino, prima deve avere coscienza della sua piena responsabilità, morale e civile, nei confronti dello Stato: soltanto allora sarà in grado di esercitare una critica consapevole, quindi costruttiva. La contestazione fine a se stessa è troppo facile e sempre deleteria.

Questo è un altro concetto rivoluzionario rispetto ad altri in vigore prima del 25 luglio. (Si ricordi il detto: «Il Duce ha sempre ragione». Quale contrasto!). Nessuno potrà negare che il nuovo sia un concetto democratico e tale da insegnare qualche cosa anche alle partitocrazie attuali.

Mussolini stesso tornò su questo concetto democratico della «responsabilità critica» per spiegare come avrebbe dovuto essere attuato nella pratica. Nel discorso tenuto al Teatro Lirico di Milano, il 26 dicembre 1944, disse: «A un dato momento dell'evoluzione storica italiana, può essere feconda di risultati la presenza di altri gruppi, che esercitino il diritto di controllo e di responsabile critica sugli atti della pubblica amministrazione. Gruppi che, partendo dall'accettazione leale, integrale e senza riserve del trinomio “Italia-Repubblica-Socializzazione” (vedi commento all’Art. 1 - n.d.r.), abbiano la responsabilità di esaminare i provvedimenti del Governo e degli Enti locali, di controllare i metodi di applicazione dei provvedimenti stessi e le persone che sono investite di cariche pubbliche e che devono rispondere al cittadino, nella sua qualità di soldato, lavoratore, contribuente, del loro operato».

È chiaro che gli “altri gruppi” non possono essere che quelli che vengono chiamati “opposizione”, alla quale viene così affidato l'importantissimo compito del controllo, della vigilanza, dello stimolo.

Nella RSI, dunque, era ammessa l'opposizione? Sì, purché responsabile e costruttiva.

Nella RSI, l'opposizione, esercitando la «responsabile critica», avrebbe aiutato il Governo ad adempiere meglio i suoi compiti, sarebbe stato il cane da pastore contro abusi e deviazioni, con vantaggio di tutti i cittadini.

«Ogni cinque anni il cittadino sarà chiamato a pronunziarsi sulla nomina del Capo della Repubblica».

A differenza della durata settennale della carica del Capo dello Stato, stabilita dalla Costituzione in vigore, la Costituzione della RSI prevede, per tale carica, una durata quinquennale. Ciò avrebbe permesso un avvicendamento più frequente della persona eletta alla massima carica dello Stato, diminuendo tentazioni di trasformazione della Repubblica in dittatura. È notevole rilevare che si dice che “il cittadino” sarà chiamato a eleggere il Capo della Repubblica, quindi elezione diretta, non — come accade ora — che il Capo dello Stato viene eletto, in sostanza, dalle segreterie dei partiti, quale risultato di mercanteggiamenti e patteggiamenti che talvolta hanno assunto aspetti avvilenti.

La terza parte dell'articolo fissa norme tendenti a evitare abusi da parte della polizia. L'importanza di queste norme e la superiorità d'animo di chi le ha dettate appariranno in piena luce se si pensa che quando furono scritte si era in piena guerra civile e che sarebbe stato molto più facile (e più proficuo per la RSI) incitare gli animi degli aderenti, già esacerbati, alla vendetta e all'uso della forza. Con queste norme Mussolini, invece, dette uno strattone di briglie ai puledri più focosi, in virtù di una visione delle cose ampia e lungimirante, poiché egli era consapevole che «sangue chiama sangue» e che il sangue italiano è sempre prezioso sopra ogni cosa. Purtroppo, questo atteggiamento umano fu interpretato dagli avversari come confessione di debolezza che li portò a intensificare gli assassinii. In cifra tonda, durante il periodo della RSI, caddero centomila fascisti contro quindicimila partigiani. Come si vede, la sproporzione è enorme. Ma non accadrà più.

L'indipendenza della magistratura nell'esercizio delle sue funzioni è un altro cardine della costruzione dello Stato.

Proclamando tale indipendenza si intendeva proclamare la fine di ogni interferenza politica nell'amministrazione della giustizia. Basta, quindi, con il Tribunale speciale per la difesa dello Stato istituito in altri tempi come organo speciale con compiti di emergenza ed eccezionali, allo scopo di punire i delitti contro lo Stato. Ogni delitto sarebbe stato, d'ora in poi, affidato alla magistratura ordinaria, indipendente dal potere politico e soggetta soltanto alla legge.

Art. 4 - La negativa esperienza elettorale già fatta dall'Italia e l'esperienza parzialmente negativa di un metodo di nomina troppo rigidamente gerarchico, contribuiscono entrambe a una soluzione che concili le opposte tendenze. Un sistema misto (a esempio, elezione popolare dei rappresentanti alla Camera e nomina dei Ministri da parte del Capo della Repubblica e del Governo, e nel Partito, elezioni di Fascio salvo ratifica, e nomina del Direttorio Nazionale per la parte del Duce) sembra più consigliabile.

COMMENTO - Questo articolo, come i precedenti, forniva ulteriori indicazioni in materia di costruzione di uno Stato repubblicano fondato su princìpi nuovi e rivoluzionari, sensibile alle istanze della società, le quali si andavano manifestando in forme sempre più pressanti, con l'intento di recepirne i gravi problemi, nel quadro di una concezione originale, moderna e sociale.

L'articolo si rifà alla negativa esperienza elettorale, cioè quella democratico-parlamentare dell'Italia pre-fascista. Ciò richiama alla mente un periodo assai oscuro della storia italiana. Sono tuttora vivi non pochi testimoni oculari di quelle vicende. Per i giovani tracceremo un quadro a grandi linee.

La situazione politica italiana, col diffondersi del socialismo marxista, invano avversato anche dall'autorità religiosa, era andata sempre più deteriorandosi. Se avessimo spazio e tempo, e fosse questo il luogo, potremmo risalire fino ai moti romani del 1889, in cui, per la prima volta in Italia, qualche migliaio di operai edilizi disoccupati tumultuarono al grido di «Viva la rivoluzione!», commettendo violenze e trovando, come sempre, il Governo impreparato a risolvere i loro problemi.

Sotto l'usbergo di una democrazia corrotta e pavida, compagini governative sorgevano e cadevano, mentre il Paese andava alla deriva. Come ora. Sempre più frequentemente, le piazze nereggiavano di folla che reclamava pane, lavoro, giustizia sociale.

Per quanto riguarda i tempi più recenti, possiamo sentire dagli anziani quale era la situazione politica italiana prima del 1915 e tra il 1918 e il 1922, cioè con governi democratico-parlamentari. Scioperi, conflitti, agguati, attentati, spedizioni punitive, occupazioni delle fabbriche, violenze delle leghe dei lavoratori, prepotenze delle amministrazioni rosse. La lotta civile era voluta e cercata dagli elementi sovversivi che colpivano proditoriamente chi dissentiva dai loro princìpi. Sotto i loro colpi cadevano, quotidianamente, guardie regie, carabinieri, ex combattenti, nazionalisti, impiegati, studenti. Il costume politico era caduto tanto in basso che il voto degli elettori si comperava con una scodella di trippa o con dieci centesimi di lira.

Questa fu l'esperienza dei tempi: nella mente di Mussolini non sarebbero dovuti tornare mai più.

Invece sono tornati e li stiamo vivendo.

Proseguendo l'esame di questo articolo, troviamo ora una nota profondamente democratica, ed è dove si parla, in contrapposizione alla «negativa esperienza elettorale già fatta dall’Italia» in regime parlamentare, dell'«esperienza parzialmente negativa di un metodo di nomina troppo rigidamente gerarchica». Questo, amici e avversari, si chiama “autocritica” e il riconoscimento, proprio da parte di Mussolini, di un errore commesso dal fascismo, che noi non nascondiamo ora come non lo abbiamo mai taciuto durante il ventennio. Perché non è vero che durante questo periodo non si potesse parlare. Si poteva. Noi, come tanti altri, abbiamo sempre detto ciò che pensavamo, a voce e per iscritto, con intenti costruttivi, e nessuno ci ha mai molestati.

Mussolini dice, in sostanza, che sia il sistema di governo democratico-parlamentare, sia il sistema rigidamente gerarchico, non hanno dato, in Italia, buona prova, e quindi è necessario trovare una soluzione nuova che concili le opposte esigenze. Questa del “conciliare” è uno dei tratti principali del carattere di Mussolini. Tutta la sua vita, tutte le sue azioni, tutte le sue parole sono tese sempre alla conciliazione. Egli non era certo quel dittatore feroce quale falsamente lo si dipinge. Stalin e Hitler, tanto per nominare due suoi contemporanei, in situazioni simili a quelle in cui egli si trovò, avrebbero agito ben diversamente. Tra l'altro, egli non avrebbe mai gettato la bomba atomica sulle popolazioni civili e inermi di Hiroshima e Nagasaki, come fece Truman, né avrebbe mai provocato la criminale ecatombe della popolazione di Dresda, come fece Churchill. Mussolini fu un grande uomo di Stato e un grande politico e come tale cercò sempre, per quanto gli fu possibile, il progresso nella pace e nella concordia. Se a un certo momento dovette fare la guerra fu perché venne costretto dall'odio degli uomini e dagli eventi. Fino all'ultimo cercò di evitarla.

Quanto diciamo non scandalizzi nessuno: è la verità. Mussolini non voleva la guerra. Non la volle mai. Perciò Mussolini stesso suggeriva la forma di governo per il nuovo Stato repubblicano che potesse conciliare le esigenze dei fascisti e degli avversari: elezione popolare dei rappresentanti alla Camera e nomina dei ministri da parte del Capo della Repubblica che doveva essere anche Capo del Governo. Mussolini, nel momento in cui elaborava il Manifesto di Verona, vedeva l'Italia come una specie di repubblica presidenziale.

La nomina dei ministri da parte del Capo della Repubblica è giusta, perché, come chi è a capo di un'azienda ha il diritto di scegliere i suoi collaboratori fra persone che gli diano completo affidamento, così il capo di quel complesso organismo che è uno Stato moderno dovrebbe poter scegliersi i diretti collaboratori fra coloro che egli ritiene capaci e degni di fiducia. Così si fa, a esempio, negli Stati Uniti d'America.

Nell'Italia di oggi, invece, la nomina dei ministri è il risultato di sottili alchimie politiche, con il risultato che coloro che sono chiamati a reggere i vari dicasteri sono quasi sempre degli incompetenti che devono occuparsi di cose delle quali spesso non hanno mai sentito parlare.

Come è possibile, infatti, che le stesse persone siano adatte a dirigere indifferentemente il Ministero della Difesa, dell'Agricoltura, della Sanità, dell'Industria e del Commercio, della Marina ecc.? Questo vuol dire che la carica di ministro, che dovrebbe richiedere altissima competenza e specializzazione, è solo apparenza, in quanto egli deve operare non secondo quanto esigono le specifiche esigenze del suo dicastero, ma secondo quanto gli impone la segreteria del suo partito. Gli interessi della Nazione diventano secondari rispetto a quelli della fazione cui egli appartiene, che lo ha innalzato al governo e che facilmente può farlo cadere o addirittura eliminarlo dalla scena politica.

Nella RSI, accanto al potere legislativo, sarebbe rimasto il Partito, come avviene oggi in Russia, in Francia e in altri Paesi. Il Partito, potere politico, avrebbe dovuto strutturarsi anch'esso in maniera da fornire, da una parte, garanzie di democraticità (elezioni del Fascio) e, dall'altra, di sicurezza politica (salvo ratifica).

Il Direttorio nazionale del Partito, massimo organo politico, sarebbe stato nominato dal Capo del Partito, o duce, interpretando tale aggettivo nel suo significato etimologico di: capo, condottiero, guida.

Questi, nella mente di Mussolini, come egli stesso dichiarava, erano, però, solo consigli. Egli indicava una via, forniva una traccia. Nulla vietava di formulare proposte di miglioramenti o addirittura proposte diverse, alla luce degli avvenimenti e delle necessità contingenti, fermo sempre il fine supremo del bene del popolo italiano.

Art. 5 - L'organizzazione cui compete l'educazione del popolo ai problemi politici è unica. Nel Partito, ordine di combattenti e di credenti, deve realizzarsi un organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell'Idea rivoluzionaria. La sua tessera non è richiesta per alcun impiego o incarico.

COMMENTO - Anche questo articolo si può dividere in tre parti: la prima parla dell'educazione politica del popolo, problema di primaria importanza in un Paese politicamente impreparato quale è l'Italia; la seconda evidenzia i criteri circa lo spirito che deve informare gli aderenti al Partito; e la terza tocca un argomento intorno al quale, durante il ventennio e ancor più dopo, gli avversari hanno creato e alimentato un'autentica montatura che, se talvolta, in casi singoli, poté avere qualche fondamento, soprattutto per eccessi di zelo locali, non ha però mai assunto importanza e ampiezza tali da giustificare tutto quanto è stato detto e scritto in proposito.

Mussolini dice che l'organizzazione cui compete l'educazione politica del popolo deve essere unico. Ci sembra vedere i nostri avversari puntare il dito accusatore. Secondo essi, questa sarebbe la riprova di un totalitarismo assurdo e ottuso di nuovo risorgente. Ma se vogliamo appena appena ragionare, apparirà quanto meno logico che, in uno Stato unitario, quale avrebbe voluto essere la RSI, non si sarebbe potuto ammettere insegnamenti dottrinari diversi e tanto meno contrastanti da quelli stabiliti dallo Stato stesso. Nel nuovo Stato, la dottrina politica doveva essere unica: liberi i cittadini di accettarla o meno, non liberi di sabotarla. Nessuno si scandalizzi per quanto diciamo: impostazioni di questo genere le abbiamo sotto gli occhi anche oggi e vengono accettate senza discussione. Ne citiamo solo due per brevità: la Russia e la Chiesa. La prima è considerata il paradiso dei lavoratori e la seconda da duemila anni detiene il monopolio delle coscienze. Nessuna delle due ammettono opposizioni. Nessun proletario italiano vorrà, non diciamo respingere, ma neppure criticare l'unicità dell'insegnamento politico in Russia e nessun credente oserà mai ribellarsi agli insegnamenti della Chiesa. In ambedue gli organismi i contestatori sono sempre stati eliminati. Solo in questa Italia, faziosa, vile e autolesionista, si respinge come assurdo quanto proposto dall'articolo che stiamo esaminando, col risultato che, con la licenza oggi imperante (da non confondersi con la libertà) di diffondere i credi politici più disparati in mezzo a un popolo che, politicamente, è fra i più ignoranti del mondo, si ha che, mentre alcuni uomini cercano faticosamente di costruire, altri, in nome di credi opposti, vogliono distruggere, e siccome distruggere è più facile che costruire, l'Italia beota ha imboccato la strada più agevole e sta scivolando sonnolenta nel caos. Si desterà a piangere quando non vi sarà più tempo.

La seconda parte dell'articolo parla dello spirito che avrebbe dovuto esser un «ordine di combattenti e di credenti», cioè composto da un numero relativamente ristretto di uomini, di fede adamantina, pronti a sacrificarsi senza riserve pere l'Idea. Basta, quindi, con le folle oceaniche di individui falsi e opportunisti, facili agli entusiasmi non richiesti, pronti a mutar bandiera nel momento della prova; basta con coloro che nel fascismo vedevano solo un'occasione da sfruttare a fini personali; basta con gli eroi dell'ultima ora; basta con le convivenze e i convenzionalismi. Il Partito avrebbe dovuto avere quasi le caratteristiche di un ordine religioso, nel quale pochi si sarebbero sentiti di entrare perché avrebbe richiesto virtù esistenti solo in pochi eletti, politicamente puri e intransigenti, ricchi di una forza interiore in grado tale da poter custodire degnamente l'Idea rivoluzionaria. Un esempio di questi uomini lo abbiamo avuto in Ettore Muti, trucidato vilmente per odio di parte. Questi asceti politici, votati all'Idea e all'Italia, sarebbero stati la guardia fedele, gelosa e perenne dello Stato repubblicano.

Nel tradurre in realtà questi concetti c'era però un pericolo e cioè che questa “élite” politica potesse trasformarsi in casta e detenere così il potere ricostituendo, di fatto, una dittatura di classe, come è avvenuto in Russia, in cui solo gli appartenenti al Partito comunista è dato di occupare posti di comando. Mussolini previde questo pericolo e aggiunse all'articolo la terza parte. Si tratta di tre sole righe: «La tessera del Partito non è richiesta per alcun impiego o incarico».

Questo vuol dire che ogni cittadino, anche se estraneo al Partito, avrebbe potuto rivestire le più importanti cariche dello Stato, purché avesse voluto lavorare con lealtà per il Paese.

Con poche parole ecco distrutto il mito caro agli avversari i quali dicevano e dicono che, per trovar lavoro, nel ventennio, era “necessario” avere in tasca la tessera del Partito fascista. Questo, purtroppo, si verificò talvolta per malinteso senso di zelo da parte di qualche ufficio o di qualche gerarchetto periferico che diedero interpretazione restrittiva all'articolo 23 della Carta del Lavoro il quale prevedeva la “facoltà” di dare la precedenza nel collocamento agli iscritti al Partito fascista. Possiamo però dire, senza tema di smentite, che, anche durante il ventennio, chi sapeva il suo mestiere e aveva voglia di lavorare non conobbe mai la disoccupazione e nessuno si sognò mai di obbligarlo a prendere la tessera. A sostegno di questo citiamo un libro il cui autore è Alfredo Signoretti, noto giornalista, direttore de La Stampa di Torino dall'agosto del 1932 al 26 luglio 1943. Tale libro, che è molto interessante, tra l'altro narra di uomini che, come Indro Montanelli e Ruggero Orlando, avendo voltato gabbana, sono ancora alla ribalta. Il libro si intitola La Stampa in camicia nera ed è pubblicato da Volpe in Roma. Ebbene, nelle pagine di questo gustoso volume si legge di moltissimi giornalisti, anche famosi, che durante il ventennio lavorarono a La Stampa e non ebbero mai la tessera fascista, e nessuno li molestò. Potremmo continuare con gli esempi, ma per tutti citeremo quello di Benedetto Croce, famoso filosofo liberale, che, da Napoli, continuò per tutto il ventennio a pubblicare libri in cui la perenne critica al regime era a volte aperta e pesante. Nessuno lo importunò mai.

Oggi, dopo tanti anni di libertà democratica e faziosa, esiste ancora, invece, il problema degli epurati, cioè di coloro che per aver aderito alla RSI furono cacciati dai posti di lavoro e tuttora vivono di stenti e dell'aiuto dei pochi camerati che dividono con loro quel poco che hanno. Ad alcuni, sempre per motivi politici, democraticamente è stata bloccata la carriera. Questa è la situazione oggidì; non sveliamo alcun segreto se affermiamo che per lavorare e, soprattutto, per far carriera, oggi occorre avere in tasca non una, ma tre tessere: quella della Democrazia cristiana, quella del Partito socialista e quella del Partito comunista. Vi sono “furbi” che, effettivamente, conservano nel portafoglio tutti e tre questi documenti ed esibiscono ora l'uno ora l'altro secondo l'opportunità. Lo stesso dicasi per le varie tessere dei variopinti sindacati, nessuno dei quali, però, a differenza di quello nazionale dell'epoca fascista, è riconosciuto dallo Stato. Quindi, essi sono associazioni di fatto prive di personalità giuridica, i cui contratti di lavoro non hanno, al contrario di allora, alcun valore legale e la cui validità si affida soltanto alla forza degli iscritti, i quali sono manovrati secondo gli interessi dei vari partiti.

Art. 6 - La religione della Repubblica è la Cattolica Apostolica Romana. Ogni altro culto che non contrasti con la legge è rispettato.

COMMENTO - Se si volessero spiegare i vari significati attribuiti alla parola “religione” da scrittori, filosofi e teologi si dovrebbero scrivere volumi. Perciò saltiamo a piè pari una disquisizione che sarebbe lunga anche se molto interessante, e attribuiamo senz'altro alla parola in questione il significato attribuitole dal vocabolario della lingua italiana che abbiamo sottomano e che è quello dello Zingarelli. Tale definizione, infatti, è quella accettata comunemente.

Religione, dunque, significa: «Timore e adorazione di Dio. Culto, pietà, santità, sentimento riverente per un mondo spirituale, elevato al mondo reale». Questi concetti, venticinque anni fa, erano profondamente radicati nel popolo italiano.

L'articolo in esame incomincia: «La Religione della Repubblica...». La RSI avrebbe, dunque, previsto una religione di Stato? Se per religione di Stato si vuole intendere l'unica religione ammessa e praticata dobbiamo rispondere: no. Se intendiamo la sola religione ufficialmente riconosciuta: sì. Non bisogna, infatti, dimenticare che la RSI intendeva rispettare i Patti Lateranensi, stipulati l'11 febbraio 1929. Tali Patti, e questo molti lo hanno dimenticato, costituiscono un vero e proprio Trattato internazionale, il quale è corredato da un Concordato religioso e da una Convenzione finanziaria. Grazie a essi si era risolta con soddisfazione dei due firmatari, lo Stato italiano e la Chiesa, la penosa Questione Romana, che si trascinava dal 20 settembre 1870 e per risolvere la quale avevano lavorato senza successo, tra gli altri, Cavour e S. Giovanni Bosco. Per questo fatto il Papa Pio XI — Achille Ratti — definì Mussolini «L'Uomo della Provvidenza». Con i Patti il Pontefice riconobbe, finalmente, lo Stato italiano con Roma capitale e lo Stato italiano riconobbe la sovranità della Santa Sede sul territorio della Città del Vaticano. Alla religione cattolica veniva riconosciuto un posto preminente nella vita religiosa del popolo italiano. Il matrimonio religioso ebbe efficacia anche per il diritto civile e venne concessa una serie di privilegi ed esenzioni fiscali agli enti ecclesiastici. Fra i provvedimenti a favore del clero, specie di quello più indigente, vi fu l'obbligazione, da parte dello Stato, di corrispondere il cosiddetto «supplemento di congrua», cioè di un assegno che lo Stato paga tuttora al clero per supplire all'insufficienza dei redditi dei benefici ecclesiastici.

A questa provvidenza va aggiunta poi quella per cui i sacerdoti possono godere, in vecchiaia, la pensione dell'INPS.

L'articolo in esame dice: «La Religione della Repubblica è la Cattolica, Apostolica, Romana»: “Cattolica” vuol dire universale, “apostolica” significa che discende dalla Sede Apostolica del successore di Pietro e predica l'insegnamento degli Apostoli; “romana”, è chiaro, vuol dire che essa non può essere che quella che emana dalla Cattedra di S. Pietro che è in Roma.

In altre parole, la religione ufficiale della RSI sarebbe stata, senza possibilità di equivoci, quella che da duemila anni irraggia la sua luce dal colle del Vaticano.

Vediamo ora come il problema, importantissimo per l'Italia, è affrontato dalla Costituzione vigente: l'articolo 7 dice: «Lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. La modificazione dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale».

L'articolo 8 prosegue: «Tutte le Confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge. Le Confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze».

A una prima lettura sembrerebbe che l'attuale Costituzione parafrasi, sia pur prolissamente, ciò che dice l'articolo 6 dei “Punti di Verona”, ma se leggiamo attentamente ci accorgiamo che non è così. Anzitutto la Chiesa non viene più chiamata «Cattolica, Apostolica, Romana», ma soltanto “cattolica”, il che snatura l'essenza della Chiesa di Roma in quanto l'aggettivo “cattolico”, cioè “universale”, di per sé non significa nulla giacché tutte le Chiese, ritenendosi portatrici di un messaggio rivolto all'umanità intera, si considerano universali, cioè cattoliche. Né è da pensare che l'aggettivo sia da interpretarsi nel significato di «maggiormente diffusa nel mondo», dato che altre religioni, anche se oggi non lo sono, possono diventarlo col tempo. La nostra Chiesa è stata sempre definita «Cattolica, Apostolica, Romana»; non vi era nessun motivo per modificare tale definizione che è esatta, dà l'idea della grandezza della santità dell'Autorità suprema e la distingue da tutte le altre Chiese. Se si toglie anche uno solo dei tre aggettivi, le idee si confondono, il concetto risulta sfocato, appannato, indeciso, traballante. I costituenti ne hanno tolto due di aggettivi. A cosa miravano? A confondere le menti? Ci sono riusciti.

Viene fatto accenno ai Patti Lateranensi, ma per dire che sono suscettibili di modifiche, non certo nel senso più favorevole alla Chiesa. Dicendo che tutte le Confessioni sono libere davanti alla legge, si pone la Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, la “nostra” Chiesa, allo stesso livello di una qualunque setta di tremolanti. Sempre secondo la Costituzione vigente, tutte le Chiese, in Italia, hanno il diritto di organizzarsi secondo i propri statuti «in quanto non contrastino con l'attuale ordinamento giuridico». Mussolini diceva più sinteticamente, e quindi più chiaramente, che «ogni culto che non contrasti alle leggi è rispettato».

Art. 7 - Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica.

COMMENTO - Quando ci accingemmo a stendere il commento ai «18 punti di Verona», qualcuno ci consigliò di abbandonare il progetto a causa di questo articolo, ma noi subito dichiarammo che non ci saremmo trovati in imbarazzo. A parte che l'articolo in argomento venne formulato durante un particolare momento dell'ultima guerra, quando cioè avevamo i nazisti inferociti in casa (e questo fu solo uno dei nefasti risultati dell'8 settembre), e che oggi sarebbe, come lo è, superato; considerato che noi non vogliamo fare l'apologia di nessuno, ma dire la verità su fatti e cose che per odio furono distorti o falsificati, non avremmo alcuna difficoltà a riconoscere errori che tutti gli uomini compiono e che sono tanto più grandi quanto più coloro che li commettono sono grandi uomini. Siccome, però, riteniamo di avere, anche in questo, le carte in regola, non abbiamo alcuna difficoltà ad affrontare lo “scabroso” art. 7.

Possiamo intanto affermare subito che la vita degli ebrei in Italia prima dell'8 settembre 1943, cioè prima che gli pseudo-italiani che oggi gestiscono il potere la esponessero, col tradimento, alle vendette dei tedeschi inferociti, gli ebrei non avevano mai avuto di che lamentarsi nell'Italia fascista. Il contrario accadeva loro, guarda caso, proprio nella Russia comunista dove si dice che gli uomini siano tutti fratelli. A tale proposito ci si permetta ricordare che, per significare le persecuzioni violente contro gli ebrei, venne coniata un'apposita parola: Pogròm, che, guarda sempre caso, è una parola russa (po=sopra e gromit=devastare, saccheggiare), la quale assunse il suo tragico significato per designare le vaste e sanguinose esplosioni di violenza che in Russia e nei Paesi balcanici ebbero di mira gli ebrei.

Chiediamo scusa per la digressione e riprendiamo il discorso sugli ebrei in Italia sotto il fascismo.

Affinché quello che diremo non sembri sospetto, precisiamo che riferiremo soltanto quanto ci narrano le fonti ebraiche e lo storico antifascista Renzo De Felice nella sua voluminosa opera Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (Einaudi editore, 1961), ampiamente citata da G. Pisanò nella sua Storia della guerra civile in Italia, vol. III, da pag. 1361 in avanti.

Da tale documentazione emerge una realtà storicamente molto diversa da quella che una propaganda più che ventennale è riuscita ad accreditare presso l'opinione pubblica. Tale falsa propaganda sostiene che a quei tempi si verificò una netta differenziazione tra il popolo italiano, contrario a ogni persecuzione e pronto ad aiutare, come effettivamente aiutò, gli ebrei, e il governo fascista, deciso a realizzare, sull'esempio tedesco, la più feroce, spietata, inumana caccia all'ebreo.

Tutto ciò non è esatto. Dalle testimonianze, e particolarmente da quelle di fonte ebraica, appare, infatti, che l'atteggiamento degli italiani nei confronti degli ebrei fu determinato non solo da motivi di umanità, ma anche, e soprattutto, da precise disposizioni emanate dal governo fascista e personalmente da Mussolini.

Infatti, dopo l'avvento del regime, gli ebrei italiani, molti dei quali erano accorsi tra i primi nei fasci, ottennero un riconoscimento solenne con la legge del 1931 che istituiva le nuove «Nome sulle Comunità Israelitiche e sull'unione delle comunità medesime». Con tale legge, in pieno regime “totalitario”, gli ebrei italiani furono liberi di eleggere democraticamente i loro rappresentanti, di provvedere in maniera autonoma alle loro necessità, alle amministrazioni dei loro beni, alla conservazione delle tradizioni e del patrimonio storico ebraico.

Il 17 ottobre 1931, cioè all'indomani dell'approvazione della legge, il presidente del Consorzio delle Comunità Israelitiche, Angelo Sereni, telegrafò a Mussolini la «vivissima riconoscenza» degli ebrei italiani. Analoghi messaggi vennero inviati da quasi tutte le Comunità. In quei giorni nessuno poteva immaginare quello che sarebbe accaduto qualche anno più avanti.

La frattura - È difficile stabilire, ora, una data precisa circa l'inizio della frattura tra il fascismo e gli ebrei italiani, ma è certo che il radicalizzarsi della lotta tra fascismo e comunismo, tra fascismo e democrazie occidentali, segnò le prime crepe in un accordo che doveva fatalmente rompersi. Diciamo “fatalmente” a ragion veduta. Gli ebrei, infatti, non avrebbero mai potuto appoggiare sinceramente e decisamene lo sforzo di un'Italia tesa a rompere l'assedio all'Europa che capitalismo, da una parte, e comunismo, dall'altra, stavano sempre più stringendo. Per fare ciò avrebbero dovuto dimenticare di essere ebrei, dimenticare le loro origini, i loro interessi, duemila anni di tradizione e di fede religiosa tramandata rigidamente di padre in figlio.

Questa è una constatazione: prima di sentirsi italiani o francesi o tedeschi o polacchi ecc., gli ebrei si sono sempre sentiti ebrei. Ciò ha permesso loro di restare in ogni tempo legati a interessi e concezioni ideologiche sovrannazionali. Era contro natura, quindi, che gli ebrei italiani, o almeno gran parte di essi, facessero eccezione a questa regola proprio nel momento in cui una nuova Europa stava sorgendo dalle rovine di quella pace di Versaglia che aveva visto l'ebraismo internazionale deciso a sottomettere il vecchio continente ai voleri del capitalismo anglo-americano.

La campagna antisemita, scatenata dalla Germania dal Partito nazista nel 1933, i successivi primi contatti tra fascismo e nazismo, gettarono, come era naturale, una profonda inquietudine, specie tra gli strati più evoluti della comunità ebraica italiana, ai quali non sfuggì che l'ondata antisemita, oramai in atto in Germania, avrebbe finito per estendersi in tutta Europa, a motivo del peso preminente che, per motivi demografici, economici e militari, il Reich avrebbe avuto in tutto il continente. Fu così che l'antifascismo incominciò a serpeggiare tra le file degli ebrei italiani, specie tra i più giovani, ed è un fatto che alcune decine di intellettuali israeliti si legarono, fin dal 1933, con gruppi clandestini comunisti.

Questi ultimi, che agitavano le insegne della rivoluzione proletaria internazionale, esercitavano molto fascino su vasti ambienti israeliti che, in un mondo senza più patrie e senza più confini, vedevano la conclusione dell'eterno vagabondare della loro gente da una nazione all'altra. Sta di fatto che, nella primavera del 1934, la polizia italiana arrestò a Ponte Tresa (Varese) alcuni antifascisti provenienti dalla Svizzera con manifestini di propaganda. Di questi, però, undici erano ebrei, guidati da un certo Leo Levi, giovane intellettuale che poco tempo prima aveva ottenuto il «Premio Mussolini» come migliore studente in agraria dell'Università di Bologna, e, con il premio, una somma di denaro che gli era servita per recarsi a Gerusalemme dove aveva pronunciato discorsi marcatamente anti-italiani.

Questa scoperta provocò una levata di scudi in senso anti-ebraico. «Se gli ebrei italiani — si disse da più parti — vogliono essere veramente italiani, ne saremo felici noi per primi. Ma se intendono vivere tra noi comportandosi da stranieri, come tali finiranno per essere trattati». La maggioranza degli ebrei italiani, che viveva molto bene e non aveva intenzione di mettersi in urto col regime, sconfessò l'operato degli undici arrestati. Prese, anzi, vita in Torino un giornale, La nostra Bandiera, diretto e compilato da ebrei che dal 1934 al 1938 si prodigò perché i rapporti tra la collettività ebraica italiana e il fascismo non si alterassero. Tra l'altro, va anche detto che La nostra Bandiera fu forse l'unico giornale stampato in Italia in quel periodo, dove si attaccasse costantemente l'antisemitismo oramai imperante in Germania.

Il rapido, incalzante succedersi degli eventi allargò, tuttavia, la frattura tra gli ebrei e il fascismo. Era ormai chiaro che l'internazionale ebraica aveva preso posizione in senso antinazista e, di conseguenza, antifascista. Ebrei erano accorsi in gran numero nelle file delle Brigate Internazionali in Spagna, ebrei fuggivano ogni giorno dalla Germania e, attraverso l'Austria e il Brennero, giungevano in Italia ove seminavano il panico fra i correligionari che erano bene organizzati, liberi di agire e capaci di soccorrerli. Dall'Italia, inoltre, molti profughi speravano di poter proseguire per la Palestina. Tutta questa gente (si parla di oltre quindicimila persone) venne ospitata in Italia senza che il governo fascista levasse un dito per ostacolare l'opera di soccorso.

La conquista dell'Etiopia, nel 1935, vide una nutrita partecipazione di ebrei italiani. Vi furono molti volontari, oltre ai regolarmente mobilitati. Nella successiva guerra di Spagna un ebreo, Alberto Liuzzi, fu decorato di Medaglia d'Oro al V.M.

Le leggi razziali - In realtà, però, nonostante questa apparente buona armonia esistente tra il governo fascista e gli ebrei italiani, la situazione andava deteriorandosi rapidamente, tanto che nel 1938 si giunse all'emanazione delle cosiddette «Leggi razziali».

Quali furono i motivi che spinsero Mussolini a varare tali leggi?

Nelle decisioni di Mussolini giocarono non solo motivi politici, ma anche, come sempre, una visione molto più ampia di tutto il problema. La Germania, abbiamo visto, era decisa a liberarsi della presenza degli ebrei sul suo territorio. L'Inghilterra, che aveva ricevuto nel 1918 il compito di occupare militarmente la Palestina, aveva trasformato il “mandato” in un'occupazione permanente con finalità imperialistiche allo scopo di controllare, dalla Terra Santa, tutto il Medio Oriente. Non solo non permetteva agli ebrei di immigrare, ma fucilava e impiccava gli israeliti che in Palestina si battevano per la realizzazione dello Stato di Israele. (Chi va spesso al cinema ricorderà il film Exodus che si svolge in questo momento storico). Francia e Stati Uniti stavano a guardare. I russi si disinteressavano al problema, nel senso che se un ebreo dava loro fastidio lo eliminavano senza tanti complimenti (come fecero nei confronti della vecchia guardia leninista composta in gran parte di israeliti).

Mussolini si trovò così preso in una situazione difficile. Gli schieramenti, nel 1938, erano già nitidamente delineati. Il capitalismo occidentale si era coalizzato contro la nuova Europa; il bolscevismo, al momento opportuno, non avrebbe esitato ad allearsi, come poi fece, alle plutocrazie, pur di distruggere i suoi nemici più terribili: fascisti e nazisti. L'Italia non aveva, dunque, che una scelta: approfondire l'alleanza con la Germania, quella Germania nelle cui braccia, in fin dei conti, era stata gettata proprio dalla politica cieca e faziosa della classe dirigente inglese e francese.

Ma l'alleanza esigeva delle precise prese di posizione. Una di queste concerneva gli ebrei e non era possibile, infatti, concludere ogni giorno una perfetta identità di vedute con la Germania sul piano sociale, politico ed etico e difendere a spada tratta non solo gli ebrei italiani, ma anche quelli che fuggivano dal Reich.

C'era poi un altro interrogativo: che atteggiamento avrebbero tenuto gli ebrei italiani in caso di guerra? Si sarebbero sentiti italiani o, prima di tutto, ebrei? La risposta non poteva essere che una: si sarebbero sentiti ebrei e avrebbero parteggiato, con lo spirito e con i fatti, con tutti i loro correligionari sparsi nel mondo e apertamente schierati a favore dei nemici dell'Italia. Ma Mussolini fece anche un'altra considerazione: pensava che se anche l'Italia avesse assunto un atteggiamento preciso e ostile nei confronti degli ebrei, l'Inghilterra, sotto la spinta dell'opinione pubblica, avrebbe aperto le porte della Palestina agli ebrei d'Europa e così centinaia di migliaia di israeliti avrebbero potuto raggiungere la “Terra promessa” prima dello scoppio della guerra. Ma l’Inghilterra non mosse un dito!

Ed ecco ora le «Leggi razziali» che da più di quarant'anni vengono presentate dalla propaganda avversaria come la concretizzazione più ignobile della criminale ferocia mussoliniana nei confronti degli ebrei. Esse vennero promulgate nel novembre del 1938 e prevedevano una serie di misure da adottare nei confronti dei cittadini italiani di razza ebraica. In teoria, queste leggi miravano all'eliminazione degli israeliti dalla vita pubblica. Prevedevano l'esclusione di essi dalle cariche politiche, amministrative, militari e da ogni tipo di insegnamento; gli scolari e gli studenti ebrei di ogni ordine e grado non potevano essere iscritti in una scuola statale; gli ebrei non avrebbero potuto possedere o gestire aziende dove fossero impiegati più di cento dipendenti, né essere proprietari di terreni che avessero un estimo superiore a lire 5.000 (di allora) o di fabbricati urbani che, in complesso, avessero un imponibile di oltre duecentomila lire (di allora). Le leggi proibivano, inoltre, i matrimoni misti; agli ebrei era vietato di esercitare la professione di notaio, mentre speciali limitazioni venivano imposte a giornalisti, medici, farmacisti, veterinari, ostetriche, avvocati, ragionieri, architetti, chimici, agronomi, geometri, periti agrari e periti industriali.

Le discriminazioni - A questo punto entravano però in azione le “discriminazioni”. Le “leggi”, infatti, non dovevano essere applicate: ai componenti le famiglie dei caduti della guerra libica, di quella del 1915-18, etiopica e spagnola, e dei caduti per la causa fascista; a coloro che si trovavano in una delle seguenti condizioni: mutilati, invalidi, feriti, volontari di guerra o decorati al valore anche con la sola croce di guerra; agli invalidi e feriti per la causa fascista, agli iscritti al PNF negli anni 1919, 1920, 1921, 1922 e nel secondo semestre del 1924; ai legionari fiumani, a coloro che avessero acquisito particolari benemerenze. Tali benefici erano estesi ai componenti delle rispettive famiglie.

Per quanto riguarda le scuole, erano istituite, a spese dello Stato, apposite scuole e le comunità israelitiche potevano aprire scuole in effetti legali e mantenere quelle già esistenti. Il personale doveva essere ebreo. Nelle università e nelle scuole superiori gli iscritti avrebbero potuto proseguire gli studi fino al loro compimento.

Come si vede, tra discriminazioni e deroghe la legge era molto blanda in quanto finiva per applicare agli ebrei pressappoco le normali disposizioni sempre adottate nei riguardi degli stranieri. Per quanto riguarda l'estromissione degli ebrei dalle loro proprietà, rileviamo che i patrimoni degli ebrei “discriminati” non vennero toccati; per tutti gli altri venne escogitata una legge per cui essi potevano vendere case e terreni a un apposito ente che li pagava a prezzo di mercato. Non vi furono confische. Inoltre, gli ebrei che lo avessero desiderato «potevano fare donazione dei beni ai discendenti non considerati di razza ebraica». Questa fu una formula che permise a moltissimi ebrei di “affiliare” cittadini non israeliti e trasferire loro, con falsi atti di donazione, le loro proprietà, in attesa di tempi migliori. Per quanto riguarda il divieto di esercitare le libere professioni, esso venne subito temperato in maniera così vasta da renderlo praticamente nullo. Infatti, la legge stabiliva che le limitazioni sopra ricordate erano da osservarsi «salvo casi di comprovata necessità e urgenza». Il che significa che i professionisti ebrei potevano esercitare, sotto l'usbergo dei «casi di necessità e di urgenza», a favore di tutti. E ciò, sia chiaro, accadde regolarmente.

Le famigerate «Leggi razziali» furono tutte qui.

A differenza di quanto accadde in Germania, non ebbe pratica attuazione la precettazione per il lavoro obbligatorio, né vennero istituiti distintivi speciali. Inoltre, in Italia, non esistettero mai campi di concentramento per ebrei e tanto meno campi di eliminazione. Solo allo scoppio della guerra, in nome delle più elementari leggi di sicurezza, furono internati in una decina di campi, per lo più in Italia meridionale, circa 15.000 ebrei stranieri, i quali attesero tranquillamente la liberazione. I 55.000 ebrei italiani, fino alla caduta del fascismo, non vennero mai toccati. I guai per essi incominciarono dopo l'8 settembre 1943, ma la responsabilità di ciò ricade unicamente su coloro che si adoperarono per sovvertire l'ordine esistente, provocando la feroce reazione nei nazisti traditi, malgrado gli sforzi di Mussolini e dei dirigenti della RSI.

Art. 8 - Fine essenziale della politica estera della RSI dovrà essere l'unità, l'indipendenza, l'integrità della Patria nei termini marittimi e alpini segnati dalla natura, dal sacrificio di sangue e dalla Storia. Termini minacciati dal nemico con l'invasione e con le promesse da governi rifugiati di Londra. Altro fine essenziale consisterà nel far riconoscere la necessità dello spazio vitale indispensabile a un popolo di 45 milioni di abitanti sopra un'area insufficiente a nutrirlo. Tale politica si adopererà inoltre per la realizzazione di una comunità europea con la federazione di tutte le nazioni che accettino i seguenti princìpi fondamentali:

a))

eliminazione dei secolari intrighi britannici dal nostro continente;

b))

abolizione del sistema capitalistico interno e lotta contro le plutocrazie mondiali; 

c))

valorizzazione, a beneficio dei popoli europei e di quelli autoctoni, delle risorse naturali dell'Africa, nel rispetto assoluto di quei popoli, in specie musulmani che, come l'Egitto, sono già civilmente e nazionalmente organizzati. 

COMMENTO - L'articolo in esame dice che il fine essenziale della politica estera della RSI dovrà essere l'unità, l'indipendenza, l'integrità della Patria nei termini marittimi e alpini segnati dalla natura, dal sacrificio di sangue e dalla Storia. In altre parole, la politica estera della Repubblica avrebbe dovuto avere come meta irrinunciabile la conservazione integrale dei risultati della guerra vittoriosa del 1915-1918.

Quando l'Inghilterra entrò nell'ultimo conflitto, nel 1939, lo fece, disse Churchill, per difendere la libertà, l'indipendenza e il diritto di autodeterminazione dei popoli (in realtà perché aveva paura che la Germania nazionalsocialista, con la forza delle sue armi e con quella ben più pericolosa delle sue conquiste, mutasse radicalmente lo status quo europeo). A parte che i beni supremi sopra nominati, per i quali si può ben fare una guerra, sono stati ferreamente mantenuti, come ognuno sa, a polacchi, lettoni, estoni, lituani, cecoslovacchi, bulgari, romeni, ungheresi, i quali, attualmente, vivono più felici dei nostri progenitori nel Paradiso Terrestre e non finiscono di ringraziare l'Inghilterra e l'America per averli consegnati alla Russia. Per quanto riguarda la povera Italia, Churchill barattò con i vari governi rifugiati a Londra, in cambio di uomini da mandare al macello, anche parti della nostra Patria, come ben sanno i profughi della Venezia Giulia, gli italiani che dovettero lasciare la Libia e l'Africa Orientale, e Briga e Tenda, e le Isole dell'Egeo, e l'Alto Adige che è sempre in pericolo. E tutto, sempre in nome della libertà, della democrazia ecc. ecc.

Lo spazio vitale - L'articolo in esame continua: «Altro fine essenziale consisterà nel far riconoscere la necessità dello spazio vitale indispensabile a un popolo di 45 milioni di abitanti sopra un’area insufficiente a nutrirlo».

Qui Mussolini tocca il problema dello spazio vitale. Fin dall'inizio della sua vita politica egli sostenne sempre la necessità di rivedere e correggere gli errori del Trattato di Versaglia, per il quale l'Italia, pur uscita vittoriosa dalla guerra, era stata umiliata e condannata, assieme alla Germania, a lento soffocamento entro confini troppo angusti. Si dirà che Mussolini volle tenere chiusa la valvola dell'emigrazione, contrariamente a quanto fecero e fanno tuttora i governi “democratici”, i quali, ogni tanto, annunciano trionfanti che in Italia la disoccupazione è debellata. Sarà bene dire, e magari forse una volta per tutte, che la diminuzione della disoccupazione nel nostro Paese, se c'è, è dovuta per il 90 per cento a gente che va via, lavoratori rifiutati da questa società del benessere, obbligati a portare le loro energie e talvolta le loro ossa a procurare ricchezza a gente sconosciuta che spesso li disprezza, o addirittura li uccide. Chi ha fatto quella vita sa quale profonda amarezza alberghi nell'animo degli emigranti e, attualmente, sono milioni. Però, come diceva il povero Guareschi, qui in Italia, tutto bene. Basta che la bilancia dei pagamenti non sia troppo in passivo grazie anche a quelle rimesse di denaro che grondano sangue e lacrime.

La comunità europea - «Tale politica si adopererà, inoltre, per la realizzazione di una comunità europea con la federazione di tutte le nazioni».

Ecco che nella mente di Mussolini appare la visione dell'Europa unita. Non credano di averla inventata i federalisti attuali. Essa è un sogno vecchio. Prima di Mussolini l'avevano sognata Mazzini e Napoleone e altri ancora. Comunque Mussolini la indica come uno dei traguardi principali della politica estera della RSI. Ma cediamo la parola allo stesso Mussolini che così commenta: «...A questo punto occorre dire una parola sull’Europa e relativo concetto. Non mi attardo a domandarmi che cosa è questa Europa, dove comincia e dove finisce dal punto di vista geografico, storico, morale, economico; né mi chiedo se, oggi (1943 - n.d.r.), un tentativo di unificazione abbia miglior successo dei precedenti. Ciò mi porterebbe troppo lontano. Mi limito a dire che la costituzione di una comunità europea è auspicabile, ma tengo a dichiarare in forma esplicita che noi non ci sentiamo italiani in quanto europei ma ci sentiamo europei in quanto italiani. Come la nazione è la risultante di milioni di famiglie che hanno una fisionomia propria anche se posseggono il comune denominatore nazionale, così nella comunità europea ogni nazione  dovrebbe entrare come un’entità ben definita, onde evitare che la comunità stessa naufraghi nell’internazionalismo».

Sono parole chiare, cristalline. No, quindi, alle teorie internazionaliste dei marxisti, ma Europa unita nel rispetto della peculiarità dei singoli popoli.

Sono concetti che anche dopo Mussolini sono rimasti validi. Quale condizione per la realizzazione di tali obiettivi, Mussolini poneva le seguenti condizioni:

a)) Eliminazione dei secolari intrighi britannici dal continente

Ricordare che l'Inghilterra ha sempre intrigato in Europa per mantenere fra Stati europei quel balance of power o equilibrio delle forze per cui non è permesso ad alcuna nazione di emergere sulle altre. E quando qualche Stato europeo, nel corso dei secoli, si permise di levare il capo, l'Inghilterra ha scatenato la guerra. La massima parte dei conflitti succedutisi in Europa — e sono stati tanti! — ha questa origine.

b)) Abolizione del sistema capitalistico interno e lotta contro le plutocrazie mondiali.

Qui affiora il concetto mussoliniano che il lavoro e non l'oro costituirà la base della vita e dell'avvenire dei popoli. Concetto non originale perché, prima di Mussolini, lo stesso Lenin, con una boutade paradossale ma significativa, decenni prima, aveva affermato che con l'oro un giorno si rivestiranno i gabinetti di decenza.

c))

Valorizzazione a beneficio dei popoli europei e di quelli autoctoni delle risorse naturali dell'Africa, nel rispetto assoluto di quei popoli, in specie musulmani che, come l'Egitto, sono già civilmente e nazionalmente organizzati.

È una prospettiva nuova per la storia, che balza dalla mente lungimirante di Mussolini, a indicare la via per la collaborazione feconda con i popoli africani di cui già egli avvertiva i fremiti insopprimibili di indipendenza. Mussolini avverte che l'epoca dei colonialismi sfruttatori è finita e si apre quella di una simbiosi euro-africana utile per i popoli di ambedue i continenti. L'Italia, in particolare, per la sua posizione geografica, gravita verso l'Africa, continente dalle possibilità ancora lungi dall'essere completamente conosciute. Mussolini pensava a questa collaborazione nel rispetto “assoluto” dei popoli africani ai quali intendeva che l'Italia avrebbe potuto portare il contributo della sua civiltà, del suo genio, del suo lavoro.

Con l'articolo 9 e successivi vengono affrontati i problemi del mondo del lavoro che erano e sono rimasti enormi, scottanti, improcrastinabili, che investivano e investono non solo l'Italia ma tutto il mondo. Si può affermare che lo studio e la soluzione di tali problemi hanno costituito l'essenza della dottrina del fascismo e quindi della RSI. Le indicazioni scaturite dalla mente di Mussolini sono state copiate più o meno bene dai legislatori sociali di tutto il mondo, nessuno dei quali, però, ha avuto il coraggio di sviluppare fino in fondo le riforme indicate quali uniche soluzioni possibili agli immensi problemi dell'umanità.

Perciò affermiamo che tutte le dottrine sociali escogitate prima del fascismo sono state da questo ampiamente superate; per questo gridiamo di essere, noi soli, capaci di indicare la via giusta per la soluzione degli immensi problemi sociali che travagliano i popoli.

E siamo facili profeti quando diciamo che se tali problemi non verranno affrontati nel solo modo giusto, che è il nostro, saranno certamente fonte di sciagure e di lutti per l'umanità.

Abbiamo sempre invitato gli avversari a leggere quanto siamo andati scrivendo su queste pagine. Ora più che mai li invitiamo a seguirci, da persone intelligenti, cercando di usare quel po' di raziocinio che venticinque anni di propaganda soporifera e di lavaggio del cervello forse hanno loro lasciato.

Ecco cosa dice l'articolo 9 del Manifesto di Verona:

Art. 9 - Base della Repubblica Sociale Italiana e suo oggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione.

COMMENTO - Il concetto di questo articolo è chiaro: “base” della Repubblica Sociale Italiana è il lavoro, esplicato in qualsiasi forma. Lo Stato italiano, imperniato su questo cardine fondamentale, era chiamato anche «Stato del Lavoro».

Qualcuno potrebbe oggi affermare che, per quanto riguarda i rapporti sociali, lo Stato del Lavoro non è dissimile dall'attuale Repubblica che nel primo articolo della Costituzione vigente si dice «fondata sul lavoro».

In realtà, come appare a un attento esame del significato delle parole, i due concetti sono molto diversi. L'Italia attuale è (o dovrebbe essere) fondata sul lavoro. La RSI poneva il lavoro addirittura come base dello Stato. Si vede subito che c'è una grande differenza. L'attuale Costituzione, in sostanza, ha lasciato inalterati i rapporti tra capitale e lavoro, mentre la RSI attribuiva una chiara e assoluta preminenza del lavoro rispetto al capitale, il quale era considerato soltanto uno “strumento” del lavoro. L'attuale Costituzione, intorno alla quale hanno tanto studiato i cervelloni specialisti di democrazia, ha lasciato i lavoratori alla mercé del sistema capitalista. È stata la più grande beffa elargita ai lavoratori. Le lotte sociali che dalla fine della guerra travagliano l'Italia ne sono le logiche e tragiche conseguenze.

È arcinoto — ma bisogna sempre ripeterlo — che la dottrina marxista, con la frase altisonante del «potere proletario», intende sostituire al capitalismo privato quello di Stato, e il lavoratore non si accorge che per lui, in sostanza, cambierebbe poco o nulla, in quanto anche in regime marxista, nella gestione della cosa pubblica, egli conta sempre zero. Infatti, cosa viene in tasca all'operaio se il “padrone” invece che essere una persona fisica è lo Stato impersonato da un gruppo di burocratici? Che cosa cambia per lui se la ricchezza che egli produce deve andare ad arricchire «lo Stato» che per lui è una cosa astratta e a lui che fatica vengono riservate solo le briciole? Se i nostri avversari avessero un po' di facoltà di raziocinio capirebbero che dopo sessant'anni di regime marxista gli operai dei Paesi socialisti, i quali, secondo essi, vivono in una società quasi perfetta, hanno meno, molto meno di coloro che si dicono “sfruttati” dai capitalisti!

Qualcuno chiederà quale sarebbe stata la posizione dei capitalisti nella Repubblica Sociale Italiana. Ecco: il capitale privato sarebbe stato considerato come semplice strumento di lavoro e come tale sarebbe stato trattato. I capitalisti, come tali, non avrebbero avuto alcun diritto di rappresentanza nello Stato del Lavoro, ma il loro capitale, considerato come strumento di lavoro, sarebbe stato tutelato (non distrutto, come vorrebbero le teorie marxiste). Per quanto riguarda il diritto di rappresentanza politica, esso sarebbe spettato ai cittadini solo in quanto lavoratori, cioè apportatori di utile alla società. Ciò, ovviamente, non avrebbe portato alla scomparsa della proprietà o del capitale privato (come avvenne nei Paesi socialisti) perché essi sono frutto del lavoro e del risparmio. Perciò essi sarebbero stati opportunamente tutelati e incoraggiati, ma anche regolamentati e sorvegliati affinché non potessero trasformarsi in mezzi di potere e di sfruttamento. Di questo torneremo a parlare più diffusamente in seguito.

Ci preme, qui, sottolineare ancora il carattere profondamente rivoluzionario di questi concetti, superanti di gran lunga le teorie marxiste e ogni altra teoria.

Il governo democratico italiano si è gloriato di aver partorito una delle massime (secondo lui) conquiste sociali degli ultimi tempi: «Lo Statuto dei lavoratori». Ne prendiamo atto, ma facciamo notare che trent'anni prima gli operai avevano la «Carta del Lavoro» che venne loro tolta nel 1945 solo perché “fascista”. Dopo 25 anni, non si è trovato di meglio che di ridargliela sotto altro nome e forse copiata male.

Art. 10 - La proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa però non deve diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro.

COMMENTO - L'articolo in esame si può dividere in due parti: la prima enuncia il concetto di “proprietà”, lo considera legittimo e ne afferma la garanzia da parte dello Stato; la seconda illustra come deve essere inteso tale concetto e a quali condizioni lo Stato lo garantisce nella realtà.

Se confrontiamo il concetto di proprietà enunciato dalla dottrina della RSI con quello espresso dal marxismo, scorgiamo immediatamente l'abisso che li separa. Il marxismo afferma che «la proprietà è un furto»; la RSI proclama che la proprietà, quando è raggiunta onestamente, è «frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana».

È noto che, in gergo comunista, colui che possiede la “proprietà” viene chiamato spregiativamente “capitalista” e come tale è additato quale nemico del popolo, da combattere, da annientare, da togliere di mezzo.

Secondo la nostra dottrina, vi è grande differenza tra “proprietario” e “capitalista”. Vediamo qual è questa differenza.

Secondo la RSI, infatti, il capitalista “nemico del popolo” è colui che usa il capitale all'unico scopo di produrre ricchezza per sé, non partecipando al processo produttivo della nazione, e cercando, in questa sua attività, di sfruttare al massimo il lavoro altrui, spinto a ottenere il massimo guadagno con la minima spesa e a ottenere dai lavoratori il massimo rendimento dietro corresponsione della minima retribuzione.

Da questa definizione del “capitalista” appare evidente la grossolanità della dottrina marxista giacché è evidente che non tutti i “proprietari” possono definirsi “capitalisti”. Come detto sopra, essi si differenziano a seconda dell'uso che fanno dei loro beni: cioè essi possono essere risparmiatori e apportatori di capitale, oppure veri e propri capitalisti.

In particolare, i primi sono coloro che accantonano i frutti del loro lavoro senza immetterlo nel ciclo produttivo (ma, attraverso le banche, danno allo Stato il modo di farlo).

I secondi sono coloro che impiegano il loro capitale nel processo produttivo, senza però intervenire direttamente nella gestione di esso, con il quale sono collegati solo da un rapporto di credito.

Gli ultimi, come si è detto, sono coloro che usano il capitale come mezzo di speculazione e di sfruttamento. Costoro soltanto sono da condannare e da combattere perché sono «disintegratori della personalità fisica e morale di altri uomini attraverso lo sfruttamento del lavoro».

A questa affermazione ci sembra udire la voce di qualche “competente” che sentenzia che se viene a mancare l'interesse speculativo, il risparmiatore non sarà più portato a investire il suo capitale. A tale obiezione la risposta è facile: il capitale immesso nel ciclo produttivo dovrà dare interessi maggiori rispetto a quello tenuto inerte nei forzieri. Questi interessi saranno altresì proporzionati al rischio dell'impresa, anche se essi saranno sempre contenuti entro determinati limiti affinché non assumano aspetti di sfruttamento.

A tali condizioni e solo a tali condizioni la Repubblica Sociale Italiana avrebbe garantito la proprietà, perché — ripetiamo — per essa la “proprietà” significava quel complesso di beni mobili, immobili, finanziari ecc., necessari ai lavoratori per produrre altri beni di utilità comune.

Come è trattata, invece, la “proprietà” dall'attuale Repubblica Democratica Italiana? Non vogliamo dare noi la risposta per non sembrare faziosi. Vorremmo che i lettori stessi, meglio se avversari, ponessero la domanda al primo proprietario che incontrassero uscendo di casa. Facciamo loro grazia delle parolacce e peggio che sentirebbero uscire dalla sua bocca.

Oggi, nel clima di democrazia scivolante verso la dittatura comunista, negatrice della proprietà, la medesima viene calpestata e avvilita in ogni maniera. Tasse, imposte, balzelli a non finire gravano sulle spalle di chi possiede qualche cosa, specie se poca cosa. L'inflazione, giacché oggi possiamo incominciare a parlare apertamente anche di questa piaga che si abbatte sull'Italia, benché nessuno ne voglia parlare, annulla gli interessi offerti dallo Stato, dalle Banche o dalla Posta e corrode lo stesso capitale depositato. I titoli azionari sono pesantemente tassati e sono scarsamente remunerativi.

Allora cosa succede? Succede che il grosso proprietario fa “fuggire” i suoi capitali all'estero dove trova condizioni di reddito migliori, e il piccolo, laborioso, economo risparmiatore è preso dalla sfiducia. Allora dice a se stesso: «Perché risparmiare? Perché sottoporre la famiglia a sacrifici? Perché pensare al domani?». Ed ecco spiegata la corsa al divertimento, alle spese superflue fatte a cuor leggero, senza preoccuparsi se si riuscirà a pagare le cambiali firmate con faciloneria. Chiamano tutto questo civiltà dei consumi, benessere economico. Noi la chiameremmo civiltà dei debiti e malessere economico.

Ciò che rattrista è che il popolo sia abbacinato dalla rosea illusione che scaltri cialtroni politici da anni gli fanno luccicare davanti alle pupille miopi. I nodi, però, stanno venendo al pettine. Allora, troppo tardi, si vedrà quanto noi avevano ragione.

Concludiamo affermando che è giusto e doveroso combattere il capitalismo sfruttatore, ma è errato farlo nel modo voluto dai marxisti i quali finiscono col sostituire alla persona fisica del capitalista sfruttatore uno Stato supercapitalista e supersfruttatore, disintegratore della personalità fisica e morale del popolo.

Art. 11 - Nell'economia nazionale, tutto ciò che, per dimensioni o funzioni, esce dall'interesse singolo per entrare nell'interesse collettivo, appartiene alla sfera d'azione che è propria dello Stato. I pubblici servizi e, di regola, le fabbricazioni belliche, devono venire gestiti dallo Stato, a mezzo di Enti pubblici.  

COMMENTO - L'economia nazionale, oggi, è qualche cosa di ibrido che sta tra le teorie liberali e quelle socialiste. Da una parte abbiamo un'iniziativa privata, coraggiosa e preparata, che ha fatto progredire il Paese, lavora con tenacia e crea la ricchezza; dall'altra parte, accigliato e sospettoso, uno Stato — dalle strutture antiquate — teso a ostacolare e a sfruttare gli sforzi dei suoi cittadini più attivi.

Commentando il precedente articolo abbiamo affermato che la nostra Dottrina ci insegna a rispettare e a incoraggiare l'iniziativa privata, come manifestazione della personalità umana. Però, la nostra Dottrina, con il presente articolo, dice che, allo scopo di evitare che una persona singola o la volontà di un'oligarchia possa diventare tiranna e arbitra della vita delle persone subordinate, come si verifica oggi, in piena democrazia, nelle grandi industrie, il rapporto di lavoro — che è un fatto economico — esce dall'interesse dei singoli o dei pochi per entrare nell'interesse collettivo. Esso entra nella sfera di competenza dello Stato il quale ha il dovere di intervenire per regolarne i rapporti e le controversie, al fine di evitare che il lavoratore diventi uno sfruttato e che il datore di lavoro si trasformi in sfruttatore.

È evidente che la nostra teoria contrasta con quella professata al riguardo dai liberali e dai marxisti. I democristiani non hanno alcuna teoria. Infatti, i primi concepiscono l'economia regolata unicamente dalla legge della domanda e dell'offerta, calpestando il valore umano del prestatore d'opera. Dall'applicazione di tali teorie, nei secoli scorsi, nacquero le classi sociali, gli sfruttatori e gli sfruttati, si sviluppò l'odio di classe, conseguenza delle immancabili ingiustizie sociali, si esasperò il tormento delle classi lavoratrici condannate alla miseria, vennero creati i presupposti al sorgere e al diffondersi di quel socialismo che Marx codificò ne Il Capitale.

Le teorie liberali furono la causa del socialismo e del comunismo. Se il mondo del secolo XIX non fosse stato impostato sulle teorie economiche liberali, Carlo Marx sarebbe un filosofo noto soltanto a pochi studiosi in cerca di curiosità.

A questo punto, immaginiamo qualcuno porsi la domanda: «Ma insomma, quali sono le differenze sostanziali tra lo Stato economico e sociale dei liberali, dei comunisti e quello auspicato da voi?».

Il discorso dovrebbe essere lungo e lo potrebbe fare l'onorevole Fanfani che, durante il famigerato ventennio, prima di voltare gabbana, insegnava economia corporativa, cioè fascista. Comunque, si può dire, molto a grandi linee, che lo Stato liberale è uno Stato amministratore, che lascia piena autonomia alle forze capitaliste di determinare le situazioni economico-sociali.

Lo Stato comunista è lo «Stato padrone», che non solo regola l'economia generale, ma interviene nella gestione delle aziende stabilendo un rapporto immediato tra il lavoratore e lo Stato.

Lo Stato come lo vogliamo noi, invece, pur intervenendo a regolare la produzione sul piano nazionale, si arresta alle soglie dell'azienda lasciando libera, in questa, l'iniziativa privata.

Oggi vediamo prepotenze rosse e soprusi padronali. Scioperi e serrate si succedono ormai senza soluzione di continuità, ormai la situazione nel mondo del lavoro è sfuggita di mano ai governanti che assistono immobili agli avvenimenti sempre più incontrollati e sempre più tragici che, se va avanti così, porteranno fatalmente alla guerra civile.

Il secondo capoverso dell'articolo in esame dice che «i pubblici servizi e, di regola, le fabbricazioni belliche, devono venire gestiti dallo Stato, a mezzo di Enti pubblici».

Questa è la direttiva per una prima attuazione pratica di quanto annunciato nella prima parte dell'articolo. Infatti, i servizi pubblici — le fabbricazioni belliche sono servizi pubblici per eccellenza —, essendo di interesse collettivo, non possono essere alla mercé di interessi privati. È ovvio. In Italia, invece, oggi, dopo quasi quarant'anni di democrazia, ci sono ancora trusts e monopoli, oligarchie ed eminenze grigie, opulenza sfacciata e miseria, palazzi sontuosi e baracche fetide, gaudenti e disperati, demagogia e prepotenza, odio e filantropia ipocrita. Fino a quando?

Art. 12 - In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale), le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente — attraverso una conoscenza diretta della gestione — all'equa fissazione dei salari, nonché all'equa ripartizione degli utili tra il fondo e la riserva, il frutto al capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi da parte dei lavoratori. In alcune imprese ciò potrà avvenire con un'estensione delle prerogative delle attuali Commissioni di Fabbrica; in altre, sostituendo i Consigli di Amministrazione con Consigli di Gestione composti da tecnici e da operai con un rappresentante dello Stato. In altre ancora, in forma di cooperative parastatali.

COMMENTO - Noi consideriamo questo e il successivo articolo 13 come i più importanti dei «18 punti di Verona». Dalle densissime righe deriva tutta la legislazione del lavoro della RSI, legislazione che — lo ricordino bene gli immemori — è stata parafrasata, se non addirittura copiata, da tutti gli Stati socialmente più progrediti, ma è ignorata in Italia, ove ha visto la luce.

Questo è l'articolo della “socializzazione”, la parola che nessun avversario vuole sentir pronunciare, che fa rizzare i capelli ai demagoghi dei partiti “democratici”, parola che “fa paura”. Perché? Perché la “socializzazione”, se attuata, renderebbe un non senso la lotta di classe, sulla quale, unicamente, essi si  reggono e senza la quale non avrebbero alcuna ragione di esistere. La nostra dottrina supera tutte le dottrine di tutti i partiti, perché, essendo l'ultima in ordine di tempo, sintetizza, corregge e perfeziona tutte le teorie che l'hanno preceduta e risolve tutti i problemi che esse lasciarono insoluti. Questa è l'unica strada da battere, in campo sociale, e dovrà essere battuta, non solo per il mondo del lavoro italiano, ma per quello di tutto il mondo. Non è eliminando una o più classi sociali, come avvenne nei Paesi a conduzione marxista, che si risolvono i problemi del mondo del lavoro.

Immaginiamo che qualcuno si chiederà: «Ma insomma, che cosa è, in sostanza, questa socializzazione?».

Lo spieghiamo subito, anche se, necessariamente, in maniera sintetica, anticipando che i princìpi che esporremo sono i più rivoluzionari e nello stesso tempo i più umani che siano scaturiti dalla mente dell'uomo.

La “socializzazione”, dunque, è un principio politico (cioè morale, sociale ed economico), per cui il lavoratore, nella sua piena individualità spirituale e materiale, viene a essere l'oggetto primario dello Stato e il soggetto dell'economia.

La definizione della socializzazione, come si vede, pone l'accento sulla piena individualità del lavoratore. Che cosa vuol dire? Vuol dire che la socializzazione non considera il lavoratore esclusivamente come un numero facente parte della massa (come vorrebbe la dottrina marxista), ma intende valorizzarlo come individuo, riconoscendo a ciascuno proprie particolari esigenze e capacità (cioè diritti e doveri). La socializzazione è anche un sistema regolatore dei rapporti che intercorrono tra capitale e lavoro, per cui il primo viene a essere strumento del secondo e per il quale sistema il lavoratore, sul piano sociale, viene a gestire direttamente l'azienda e, sul piano economico, partecipa alla ripartizione degli utili.

L'azienda viene socializzata quando viene gestita contemporaneamente dalla rappresentanza del capitale e dei lavoratori, togliendo la gestione stessa all'arbitrio dei capitalisti.

Capitalista è colui che usa il capitale al solo scopo di produrre ricchezza per sé, non partecipando direttamente al processo produttivo, cercando di sfruttare il lavoro altrui per ottenere i massimi guadagni con le minime spese e ottenere dai lavoratori il massimo rendimento corrispondendo la minima retribuzione.

Questo, nell'azienda socializzata, non potrà verificarsi perché l'azienda, gestita anche dai lavoratori, terrà nella massima considerazione, assieme agli interessi dell'azienda stessa, i bisogni delle categorie e, soprattutto, perché gli utili non andranno soltanto all'apportatore del capitale, ma saranno divisi fra questo e i lavoratori.

I possessori di capitale si distinguono in tre categorie: risparmiatori, apportatori di capitale e capitalisti veri e propri.

I risparmiatori sono coloro che accantonano i frutti del loro lavoro senza immetterlo nel ciclo produttivo; gli apportatori di capitale sono coloro che impiegano il loro denaro in aziende, senza intervenire nella gestione di queste, con le quali sono collegati soltanto da un rapporto di credito. Gli ultimi, i capitalisti, come detto sopra, sono coloro che usano il capitale come mezzo di speculazione e di sfruttamento.

Qualcuno potrà osservare che, venendo a mancare l'interesse speculativo, il risparmiatore non sarà più portato a investire il suo capitale. A questa obiezione rispondiamo che il capitale immesso nel ciclo produttivo dovrà dare interessi maggiori di quello depositato negli istituti di credito. Tali interessi dovranno essere proporzionali al rischio dell'impresa, anche se essi saranno contenuti entro determinati limiti, continuamente aggiornati dagli organi statali di controllo.

La proprietà - La proprietà privata non verrà a scomparire perché da noi è considerata come frutto del lavoro e del risparmio individuale ed è un'integrazione della personalità umana. Essa dovrà essere garantita dallo Stato. Allora, e solo così, il capitale adempierà alla sua funzione, che è quella di permettere ai lavoratori di produrre nuovi beni a beneficio di tutta la collettività.

Il lavoro - Il lavoro, nell'azienda socializzata, dovrà essere il soggetto dell'economia. Il capitale dovrà essere messo al suo servizio in quanto il lavoro va inteso come mezzo per contribuire al benessere della collettività e al potenziamento della Nazione. Il lavoro è un'attività di carattere pubblico e perciò, come tale, va tutelato e controllato dallo Stato.

Ovviamente, nell'impresa socializzata, i lavoratori non saranno tutti retribuiti alla stessa maniera. Ognuno percepirà una retribuzione giusta, in rapporto alle funzioni e al lavoro esplicato, dato che i lavoratori non sono tutti uguali (noi respingiamo il concetto di uguaglianza: solo davanti a Dio e alla Legge siamo uguali). Infatti, se è giusto che ognuno abbia il minimo necessario alla vita, è anche giusto che chi più produce abbia maggior retribuzione.

La retribuzione - La retribuzione del lavoro, nell'azienda socializzata, sarà composta da due parti: una fissa e una variabile. La parte fissa sarà data dalla retribuzione stabilita secondo le tariffe nazionali, mentre la parte variabile risulterà dalla divisione degli utili dell'azienda. In tale modo saranno sempre garantiti i minimi di paga stabiliti su scala nazionale, mentre la maggior retribuzione dovuta alla ripartizione degli utili sarà proporzionale al rendimento.

Questa, a grandi linee, è l'idea di socializzazione, la quale, ripetiamo, è l'unica via da percorrere per la soluzione di tutti i problemi che travagliano il mondo del lavoro, altrimenti insolubili.

Qualcuno dirà che nei Paesi marxisti tali problemi sono stati risolti. Noi rispondiamo che non è vero, perché non è che lassù i lavoratori stiano meglio che da noi; è perché chi si azzarda ad alzare il capo scompare dalla circolazione.

Art. 13 - Nell'agricoltura l'iniziativa privata del proprietario trova il suo limite là dove l'iniziativa stessa viene a mancare. L'esproprio delle terre incolte delle aziende mal gestite può portare alla lottizzazione fra braccianti da trasformare in coltivatori diretti, o alla costituzione di aziende cooperative, parasindacali o parastatali, a seconda delle varie esigenze dell'economia agricola. Ciò del resto è previsto dalle leggi vigenti, alla cui applicazione il partito e le organizzazioni sindacali stanno imprimendo l'impulso necessario.

COMMENTO - Relativamente all'organizzazione dell'agricoltura il testo costituzionale mussoliniano riprende il tema della collaborazione sociale fra i produttori, punto base al superamento della classe e all'individuazione di una nuova, più efficiente e più moralmente valida categoria di lavoratore nazionale.

L'espressa attualità della proposta di cui al Manifesto di Verona (oggi una proposta, allora principio legislativo fondamentale dello Stato) è verificabile non solo confrontando lo sforzo legislativo che è seguito al dopoguerra da parte del Parlamento italiano, ma anche addirittura prendendo visione delle stesse richieste sindacali avanzate sia dalla Federazione coltivatori diretti, sia da altri enti e organizzazioni in un ventennio di lotte.

Del programma mussoliniano questa Repubblica realizzò in ventisei anni appena qualche marginale spunto programmatico con la legge stralcio sulla riforma fondiaria e con la legislazione speciale vincolistica agraria in materia di mezzadria e di affitto a coltivatore diretto.

Le stesse provvidenze legislative, che vanno comunemente sotto il nome «primo e secondo piano verde», sia sotto il profilo della facilitazione creditizia per l'acquisto della piccola proprietà contadina, sia sotto il profilo del credito a breve termine per l'esercizio aziendale, sono da considerare nulla più che provvedimenti settoriali, inadeguati a un riordinamento globale della categoria, inefficaci comunque a una soluzione pianificatoria dei molteplici problemi della nostra precaria economia agricola.

La verità è che ogni pianificazione non può derivare dal compromesso, ma presuppone una visione unitaria, come a dire una visione innanzitutto etica del problema e, conseguentemente, tale da realizzare una valida spinta politica ed economica in tutto il mondo dei produttori.

Il capoverso brevemente commentato getta una luce chiarissima sulla severa e storicamente pur valida analisi del mondo agricolo fatta da Benito Mussolini nel momento in cui, tra gli ultimi bagliori della seconda guerra mondiale, l'Italia si presentava al suo spirito come un grande cuore capace di quella vitalità che, pur nel disordine, caratterizza ancor oggi la tensione produttiva e civile della gente dei campi.

In tal senso i «18 punti di Verona» sono ora più che mai un testo valido come momento spirituale, come indicazione politica, come atto di superiore onestà nei confronti del mondo della produzione.

Art. 14 - È pienamente riconosciuto ai coltivatori diretti, agli artigiani, ai professionisti, agli artisti, il diritto di esplicare le proprie attività produttive, individualmente, per famiglie o per nuclei, salvo gli obblighi di consegnare agli ammassi le quantità di prodotti stabilite dalla legge o di sottoporre a controllo le tariffe delle prestazioni.

COMMENTO - Questo articolo si può dividere in due parti. La prima, coerentemente con tutta la dottrina del fascismo, riguarda la valorizzazione della personalità umana che si estrinseca principalmente nella produttività intesa nel senso più lato. Infatti la RSI riconosce «pienamente», cioè in modo totale, assoluto, alle varie categorie che possono esplicare un lavoro indipendente — coltivatori diretti, artigiani, professionisti, artisti — il diritto (a cui tra poco, come vedremo, corrisponderà un dovere) di attendere alle proprie attività produttive, o individualmente, o per famiglie o per nuclei.

Le cooperative - Che cosa si intende con l'espressione «per nuclei»? Si intendono le «comunità di lavoratori», cioè le cooperative. La RSI postulava un grande impulso a questa istituzione socio-economica. Si dirà: anche i socialisti e i comunisti, nei loro ordinamenti, prevedono le cooperative; in Emilia, per esempio, hanno avuto e hanno notevole sviluppo.

È verissimo, ma fra la concezione cooperativistica marxista e quella fascista c'è una differenza di fondo.

Le cooperative rosse, così come sono oggi strutturate in Italia, si proclamano, ma non sono marxiste. In Russia non sarebbero permesse. In Emilia e altrove, le cosiddette cooperative rosse sono essenzialmente cooperative di consumo, da cui il Partito comunista pompa parte dei suoi fondi, alle spalle dei lavoratori.

Le cooperative cui vogliamo accennare noi sono quelle di lavoro. In Trentino abbiamo forme di cooperative di consumo più antiche di quelle sorte in Emilia, che funzionano egregiamente e che non sono certo comuniste o socialiste. Anche in questo campo, Marx non ha insegnato nulla di nuovo.

La formula cooperativistica di lavoro, originale, proposta dalla RSI è quella dell'autogestione da parte degli operai, con il contributo del capitale, dell'esperienza e dell'intelligenza del padrone. Linguaggio strano, questo, per le orecchie dei politici odierni, ma sono princìpi che dovranno essere recepiti, capiti e attuati, specie dalla parte padronale, se non si vorrà cadere sotto la fredda, pesante e annullatrice burocrazia statale.

Naturalmente, allo Stato, i produttori avrebbero dovuto riservare una parte della loro produzione, o in natura, come era più comodo fare durante la guerra, o in denaro, come avviene oggi. Nei Paesi socialisti, invece, lo Stato si prende tutto.

Controllo delle tariffe professionali - La seconda parte dell'articolo in esame prevede la necessità di sottoporre a controllo le tariffe delle prestazioni, ovviamente, per evitare abusi. Chi non si sentirebbe, oggi, di sottoscrivere un'ordinanza del genere? Si dirà che vi  sono leggi che impongono, specie ai professionisti, di applicare tariffe prestabilite, ma faremmo ridere se affermassimo che tali leggi vengono sempre e da tutti osservate. Come potrebbe lo Stato effettuare un efficace controllo sulle tariffe applicate? Lo potrebbe, e sarebbe anche abbastanza semplice. Senza spremersi le esauste meningi, basterebbe che i nostri maldestri governanti copiassero ciò che è stato fatto in merito in altri Paesi, anche non socialisti.

Ma, pure questo, in questa Italia democristiansocialcomunista, è argomento tabù.

Art. 15 - Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà. Il Partito iscrive nel suo programma la creazione di un Ente nazionale per la casa del popolo, il quale, assorbendo l'istituto esistente e ampliandone al massimo l'azione, provveda a fornire in proprietà la casa alle famiglie dei lavoratori di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto delle esistenti. In proposito è da affermare il principio generale che l'affitto, una volta rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto, costituisce titolo di acquisto. Come primo compito, l'Ente risolverà i problemi derivanti dalle distruzioni di guerra, come requisizione e distribuzione di locali inutilizzati e con costruzioni provvisorie.

COMMENTO - Nel momento particolarmente difficile della vita politica ed economica che l'Italia sta attraversando, mentre da ogni parte si alzano le grida di coloro che vogliono «tutto e subito», mentre i problemi riguardanti le cosiddette «riforme», fra le quali quella della casa, sono da quarant'anni insoluti, e, così come sono impostati, rimarranno irrisolvibili, il commento al quindicesimo articolo del Manifesto di Verona cade a proposito.

Sfrondato da ogni considerazione particolare attinente al momento storico in cui esso venne dato dall'Italia e al mondo, l'articolo può essere sintetizzato in due frasi: «Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà», e l'affermazione mai prima udita e di portata rivoluzionaria che «l’affitto, una volta rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto, costituisce titolo di acquisto».

Non v'è chi non veda l'attualità dei princìpi sopra menzionati. Essi sono talmente nuovi e rivoluzionari che nessuno dei sedicenti partiti democratici e progressisti è stato capace di farli suoi. Il che vuol dire che noi, anche in questo campo, siamo all'avanguardia. Infatti, noi affermiamo che coloro i quali col lavoro, di qualsiasi genere, contribuiscono alla prosperità delle Nazione, non solo possono aspirare ad avere un tetto, ma hanno «diritto alla proprietà della casa».

Oggi si crede che il problema delle abitazioni si possa risolvere soltanto mediante massicci programmi di costruzioni popolari, simili a giganteschi alveari, dislocati alle estreme periferie delle città. Non si pensa e non ci si rende conto di quali problemi solleverebbero questi programmi se venissero attuati. Essi sono già sul tappeto laddove si è tentato di fare qualche cosa: problemi di traffico, di trasporti, di strade, di lontananza dalle famiglie. Per maggiori informazioni parlate con qualcuno dei cosiddetti “lavoratori pendolari”. Inoltre i nostri ineffabili reggitori non si sono accorti che quello della casa, oltre che i problemi di cui sopra e problemi di spesa per le finanze pubbliche, investe anche problemi psicologici importantissimi. Famiglie di giovani lavoratori, nelle quali ci siano anziani, avranno molte difficoltà a trasferirsi in nuovi quartieri periferici, ammesso che ci siano. L'uomo non è una bestia alla quale si possa far cambiare stalla o volontà o a capricci di qualcuno, Stato o sindacato che sia.

La vera soluzione del problema, e siamo sicuri di essere nel giusto, non può essere che quella indicata nell'articolo 15 del Manifesto di Verona: «L’affitto, una volta rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto, costituisce titolo di acquisto».

Solo in questo modo si potrà risolvere il problema della casa e molti dei problemi che gli fanno corollario; le città conserveranno le loro caratteristiche umane, il centro delle città non sarà abitato, come si va verificando, soltanto da persone anziane, e non si spopolerà a poco a poco. Inoltre si eviterebbero le speculazioni sugli affitti, le finanze pubbliche sarebbero sollevate da spese assai gravose e, nello stesso tempo, non si intaccherebbero gli interessi degli antichi proprietari, i quali, essendo rimborsati dei capitali impiegati e del relativo frutto, potrebbero dedicarsi ad altri investimenti.

Ma queste sono cose troppo belle e troppo giuste per gli italiani che non sono capaci di vedere da quale parte stia il loro vero bene e si perdono dietro a elucubrazioni cervellotiche o dissennate di tribuni da strapazzo che vivono da nababbi alle spalle dei lavoratori autentici.

Art. 16 - Il lavoratore è iscritto d'autorità nel sindacato di categoria, senza che ciò impedisca di trasferirsi in altro sindacato quando ne abbia i requisiti. I sindacati convergono in un'unica Confederazione che comprende tutti i lavoratori, i tecnici e i professionisti, con esclusione dei proprietari che non siano dirigenti o tecnici. Essa si denominerà Confederazione Generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti. I dipendenti delle imprese industriali dello Stato e dei servizi pubblici formano sindacati di categoria, come ogni altro lavoratore. Tutte le imponenti provvidenze sociali realizzate dal Regime fascista in un ventennio restano integre. La Carta del Lavoro ne costituisce il suo spirito, il punto di partenza, per l'ulteriore cammino.

COMMENTO - Questo articolo è dedicato ai sindacati. Prevede, anzitutto, l'iscrizione obbligatoria dei lavoratori a un sindacato unico. La disposizione farà arricciare il naso a qualcuno. Però, prima di storcere il naso, sarebbe bene che costoro considerassero, senza preconcetti, i danni che i vari sindacati attuali hanno arrecato e stanno arrecando all'economia dell'Italia. Occorre anche considerare che il Manifesto di Verona ha visto la luce in un momento in cui gli eventi bellici richiedevano alla Nazione il massimo sforzo in ogni settore e i risultati non si sarebbero potuti ottenere se non attraverso la più compatta unità di tutte le energie tenute sotto vigile controllo.

Il capo III della Carta del Lavoro stabiliva: «L'organizzazione sindacale e professionale è libera, ma solo il sindacato legalmente riconosciuto, sottoposto al controllo dello Stato, ha il diritto di rappresentare tutta la categoria di datori di lavoro e di lavoratori per cui è costituito; di tutelare di fronte allo Stato e alle altre associazioni professionali i loro interessi; di stipulare contratti collettivi di lavoro obbligatori per tutti gli appartenenti alla categoria, di imporre loro contributi e di esercitare rispetto a essi funzioni delegate di interesse pubblico».

Questa clausola è stata parzialmente, e peggiorativamente, accolta nella Costituzione attuale (Cap. 39), ma i sindacati attuali perdono di vista gli interessi della collettività, cioè dello Stato, per fare quelli, spesso demagogici, dei vari partiti dai quali sono ispirati e ai quali i loro dirigenti aderiscono apertamente seguendone le direttive.

I proprietari, cioè i datori di lavoro, che non prestino attivamente la loro opera nell'azienda sono esclusi dal sindacato di categoria per motivi evidenti. Essi faranno parte di apposite associazioni «che avranno l'obbligo di promuovere in tutti i modi l'aumento, il perfezionamento della produzione e la riduzione dei costi» (v. Cap. VIII della Carta del Lavoro).

L'articolo in esame afferma che «tutte le imponenti provvidenze sociali realizzate dal Regime fascista in un ventennio restano integre». Quali sono? Le elenchiamo, scusandoci se ne dimentichiamo qualcuna: la Magistratura del Lavoro, il minimo di retribuzione, la regolamentazione dei compensi per il lavoro notturno, festivo e per quello a cottimo, il riposo obbligatorio settimanale, le ferie retribuite, le indennità di licenziamento e in caso di morte, il diritto alla conservazione del posto di lavoro in caso di trapasso dell'azienda, la disciplina del lavoro a domicilio, istituzione degli uffici di collocamento, l'assicurazione obbligatoria sugli infortuni sul lavoro, il miglioramento e l'estensione dell'assicurazione sulla maternità, l'assicurazione contro le malattie professionali e la tubercolosi, l'assicurazione contro la disoccupazione involontaria, le assicurazioni dotali per i giovani lavoratori, l'assistenza di fabbrica attraverso appositi patronati, l'istruzione professionale, l'Opera Maternità e Infanzia, il salario e le assicurazioni per la vecchiaia ai sacerdoti, ecc.

Quasi tutte queste “provvidenze” sono rimaste nell'attuale Costituzione, ma molte di esse non sono state perfezionate e aggiornate mentre alcune sono rimaste solo sulla carta.

Per tutto quello non espressamente indicato, il sedicesimo punto del Manifesto di Verona rimanda alla Carta del Lavoro del 1927 che viene considerata, nel suo spirito, come punto di partenza per l'ulteriore cammino.

Art. 17 - In linea di attualità il Partito stima indilazionabile un adeguamento salariale per i lavoratori attraverso l'adozione di minimi nazionali e pronte revisioni locali, e più ancora per i piccoli e medi impiegati tanto statali che privati. Ma perché il provvedimento non riesca inefficace e alla fine dannoso per tutti, occorre che con spacci cooperativi, spacci d'azienda, estensione dei compiti della “Provvida”, requisizioni di negozi colpevoli di infrazioni e loro gestione parastatale e cooperativa, si ottenga il risultato di pagare i viveri ai prezzi ufficiali. Solo così si contribuirà alla stabilità dei prezzi e della moneta e al risanamento del mercato. Quanto al mercato, si chiede che gli speculatori — al pari dei traditori e dei disfattisti — rientrino nella competenza dei Tribunali straordinari e siano passibili della pena di morte.

COMMENTO - Ancora una serie di provvedimenti urgenti a favore dei lavoratori. La loro severità è giustificata dal periodo bellico, ma, tuttavia, costituivano una chiara indicazione della strada da percorrere in futuro. Adeguamento immediato dei salari, fissazione dei minimi di salario su scala nazionale con possibilità di revisione e correzione in sede locale. Questo principio è stato accolto nell'attuale “Statuto dei lavoratori” e viene attuato attraverso la cosiddetta “scala mobile”. Però, a differenza dei reggitori attuali, il legislatore di allora aveva capito che il provvedimento poteva riuscire inefficace e alla fine dannoso per tutti se esso avesse innescato, come infatti è avvenuto per colpa della demagogia di sindacati e di partiti, quella spirale “prezzi-salari” che ci ha portati all'attuale inflazione galoppante. Per evitare che ciò accadesse occorreva mantenere fermo il costo della vita e perciò l'articolo in esame dice che «occorre che con spacci cooperativi, spacci d'azienda, estensione della “Provvida” (cioè che non abbiano fini di lucro - n.d.r.), requisizioni di negozi colpevoli di infrazioni e loro gestione parastatale e cooperativa, si ottenga il risultato di pagare i viveri ai prezzi ufficiali». A tale proposito viene citata esplicitamente “La Provvida” che era un “supermarket” ante litteram gestito dalle Ferrovie dello Stato con magazzini di vendita in ogni parte d'Italia, nei quali i prezzi, a parità di qualità di merce, erano sensibilmente inferiori a quello del libero mercato. Con ciò “La Provvida” riusciva effettivamente a svolgere una benefica azione calmieristica, cosa che non riescono a fare oggi i supermercati. Per quanto riguarda il sistema cooperativistico attuale, sostenuto dai vari partiti delle sinistre, dovrebbe anch'esso svolgere un'azione calmieratrice dei prezzi, ma le loro aspirazioni sono rimaste sulla carta. Infatti tali cooperative, specialmente diffuse nelle regioni “rosse”, hanno fallito il loro scopo calmierativo perché gravate da spese per esuberanza di personale assunto per comprensibili motivi politici e clientelari, da una burocrazia elefantiaca e dai pesanti contributi che devono versare ai rispettivi partiti. Tutto ciò si ripercuote sui prezzi di vendita vanificando gli scopi per cui le cooperative sono sorte.

L'articolo 17 termina con la richiesta che gli speculatori — al pari dei traditori e dei disfattisti — siano chiamati davanti ai Tribunali speciali per la difesa dello Stato e, nei casi più gravi, siano passibili della pena di morte. Allora eravamo in tempo di guerra, ma questa disposizione è ancora in vigore in molti Paesi a conduzione socialista.

Art. 18 - Con questo preambolo alla Costituente il Partito dimostra non soltanto di andare verso il popolo, ma di stare con il popolo. Da parte sua il popolo italiano deve rendersi conto che vi è per esso un solo modo di difendere le sue conquiste di ieri, oggi e domani: ributtare l'invasore schiavista della plutocrazia anglo-americana, la quale, per mille precisi segni, vuole rendere ancora più angusta e misera la vita degli italiani. V'è un solo modo di raggiungere tutte le mete sociali: combattere, lavorare, vincere.

COMMENTO - Questo articolo completa e chiude il Manifesto di Verona. Sottolinea, anzitutto, che esso deve essere considerato come “preambolo” sul quale avrebbe dovuto lavorare la futura Assemblea che avrebbe varato la Costituzione della nuova Italia Repubblicana Fascista. Gli eventi bellici fecero in modo che la storia del nostro Paese prendesse un'altra piega che ci ha portati alle condizioni attuali, per cui all'estero siamo tollerati o derisi. Ciò non toglie che in molte università straniere i «18 punti di Verona», assieme alla Carta del Lavoro e alla legislazione sociale fascista, siano attentamente studiati e, dove possibile, molti dei loro contenuti e insegnamenti siano accolti e applicati. Particolarmente, per quanto riguarda la legislazione sociale fascista, ci si rende conto che, dopo Mussolini, non è stato detto nulla di nuovo.

La seconda parte dell'articolo è un'esortazione al popolo italiano (ma potrebbe essere diretta ad altri popoli) a seguire la strada della dignità, dell'onore, dell'indipendenza che sono le sole a far conservare e aumentare la stima e la considerazione da parte delle altre nazioni.

All'indomani della fine infausta della guerra, invece, la classe politica, tornata al potere dietro le armate americane, è stata accusata dagli stessi vincitori di «libidine di servilismo». Oggi questa fama non è mutata di molto. Le plutocrazie schiaviste anglo-americane, dette così perché per secoli hanno esercitato tale commercio e con esso si sono arricchite, ora stanno mettendo in crisi il mondo con un altro sistema di schiavismo: quello economico.

Pochi mesi prima della fine della Repubblica Sociale Italiana, Mussolini aveva avvertito: «Chi non vuole portare le armi e combattere per il proprio Paese, dovrà fatalmente portarle e combattere per gli altri». È quanto sta accadendo a molti nostri giovani in Libano.

Oggi si parla tanto di pace, ma noi siamo convinti che la pace, così come l'intende la maggioranza, non esiste. La pace è solo nei cimiteri. Il combattimento è insito nella natura dell'uomo e nella vita stessa. L'uomo incomincia a combattere quando emette il primo vagito e finisce con l'ultimo respiro. Combatte nella scuola, combatte per farsi una posizione, combatte per mantenere la sua famiglia, combatte per sistemare i figli. La vita è tutto un combattimento e spesso diventa cruento. Il combattimento del singolo moltiplicato per il numero dei cittadini diventa il combattimento delle nazioni, dei popoli, e come il singolo in determinati momenti deve ricorrere alla forza per far valere i suoi diritti o per raggiungere le sue mete, così anche i popoli, in alcuni momenti della loro storia, devono fare la guerra. È la legge di natura. Tutto il resto è utopia. Come l'uomo per affermarsi nella società in cui vive deve saper lottare e soffrire per poter vincere, così le nazioni devono essere forti, anche militarmente, per ottenere rispetto e, all'occorrenza, schiacciare gli avversari.


 

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