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I
diciotto punti di Verona
(commento
di Lorenzo Franchi)
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PREMESSA
Per
comprendere appieno il valore dei “18 punti di Verona”, è
necessario, anzitutto, inquadrarli nel momento storico e nel clima di
tensione altamente drammatico in cui sono apparsi. Noi abbiamo vissuto
quelle giornate infuocate, vibranti di struggente passione italiana.
Il
regime, che aveva portata l'Italia ad alti fastigi di gloria, era caduto
dalla sera alla mattina. Mussolini era stato arrestato da quel re che
aveva avallato l'insurrezione fascista nel 1922, favorendo la sua ascesa
al potere, ne aveva accettato per venti anni i servizi e ne aveva avuto
in dono le corone di Etiopia e di Albania. Per merito di quel regime,
quel re aveva visto all'interno debellate le forze sovversive che
minavano la stessa esistenza della dinastia, ristabilito l'ordine e
aumentato il suo prestigio.
Nel
giro di qualche ora, tutto era stato cancellato, annullato, calpestato.
Il
nuovo governo, con a capo Pietro Badoglio, che dal fascismo aveva avuto
cariche, onori e prebende, dopo aver, fino all'ultimo minuto, ingannato
tutti, dichiarando, tra l'altro, che «la guerra continua», era fuggito
assieme al re, consegnandosi al nemico. Due terzi dell'Italia furono
alla mercé dei tedeschi, centinaia di migliaia di soldati, in Patria e
fuori, rimasero, nel giro di qualche ora, senza comandanti e senza
ordini, cadendo nelle mani dei germanici inferociti per il tradimento
reale e degli slavi, andando a popolare i cimiteri e i campi di
concentramento.
La
popolazione, provata soprattutto dai bombardamenti indiscriminati,
anelava alla pace. Avvelenata dalla propaganda nemica si abbandonò ad
azioni pazzesche, devastando le sedi delle organizzazioni fasciste,
demolendo i simboli del Littorio, come se con questo si potesse
cancellare la storia, commettendo violenze sulle persone.
L'Italia
piombò nel caos completo mentre i bombardamenti, anziché cessare, si
intensificarono. Si arrivò così alle ore 19 dell'8 settembre con
l'annuncio del «Diktat». L'Italia si era posta letteralmente alla
mercé del nemico: resa senza condizioni. La storia è ricca di guerre
vinte e perdute. Mai guerra al mondo fu perduta con tanto disonore e con
tanta vergogna.
Mussolini
era tenuto prigioniero sul Gran Sasso in attesa di essere consegnato
agli anglo-americani, ma il 12 settembre egli venne liberato.
Da
questo momento il panorama politico italiano muta. Nella tenebra del
tradimento e della disfatta si incomincia a vedere il barlume di una
nuova alba. Mussolini parlò: «La Rivoluzione Fascista si era fermata,
a suo tempo, davanti a un trono. Gli eventi vollero che la Corona
espiasse con la sua caduta il colpo mancino tirato al regime e il
delitto imperdonabile commesso contro la Patria. Questa non può
risorgere e vivere che sotto le insegne della Repubblica».
Era
nata la Repubblica Sociale Italiana «per ricostruire l’Italia dalle
macerie e fare del lavoro il soggetto dell’economia e la base
infrangibile dello Stato».
Intanto
da Radio Bari si incominciò a incitare alla guerra fratricida.
Incominciarono i primi assassinii di militi e di ufficiali isolati, che
avevano ripreso il loro posto di combattimento. (Si presentò alle armi
circa un milione di uomini. Ne vennero ammazzati settecentomila). Le
stazioni radio trasmittenti dell'Italia meridionale, in mano ai
traditori della Patria, indicavano ai sicari prezzolati i nomi, i
cognomi e gli indirizzi delle persone da uccidere.
In
questo clima, proprio da Castelvecchio in Verona, il 14 novembre 1943,
vennero annunciati all'Italia e al mondo quelle 18 tesi o “punti”
che rappresentavano qualche cosa di più di una vaga promessa. Essi
contenevano delle soluzioni nettamente e squisitamente rivoluzionarie,
dove le esigenze del singolo e della collettività trovavano il loro
punto di incontro o di fusione nel pieno rispetto della libertà e della
dignità umana. Molta acqua è passata, da allora, sotto i ponti e molte
cose sono cambiate. Perciò, alcuni di quei “18 punti” sono oggi
superati o dovrebbero essere perfezionati.
Rimangono
però valide le idee originali espresse in essi, le indicazioni
fondamentali sulle quali dovrà essere costruita la società moderna, se
vorrà sopravvivere. Tali idee fondamentali costituiscono il nostro
programma.
E
ora, dopo la lunga ma necessaria premessa, ecco i “18 punti di
Verona”. |

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Art.
1 - Sia convocata la Costituente, potere sovrano di origine
popolare, che dichiari la decadenza della Monarchia, condanni
solennemente l'ultimo re traditore e fuggiasco, proclami la Repubblica
Sociale e ne nomini il Capo. |
COMMENTO
- Fin da questo articolo appaiono chiari i concetti “rivoluzionari” che
avrebbero dovuto informare il nuovo Stato italiano. Si parla di
“Costituente”, cioè di un'Assemblea straordinaria avente il compito
specifico di elaborare la nuova Costituzione dello Stato, come potere sovrano di
origine popolare.
La Costituente dovrà
proclamare la Repubblica Sociale Italiana. Il nuovo programma rivoluzionario era
sintetizzato nel trinomio Italia-Repubblica-Socializzazione. In queste
tre parole era condensata l'intera dottrina di Mussolini, che finalmente, dopo
venti anni di equivoco compromesso con la monarchia, poteva vedere la luce ed
esplicarsi liberamente, senza pastoie.
Il termine “Italia”
voleva dire che il moto di rinnovamento e di trasformazione della Società
doveva avvenire nell'ambito della Nazione, poiché l'internazionalismo era già
crollato, come mito, nel 1914, quando i partiti socialisti di tutta Europa,
anziché opporsi alla guerra che stava per scoppiare e rifiutare di parteciparvi
in nome della fratellanza universale (internazionalismo), si schierarono ognuno
con i propri governi, votando, nei rispettivi parlamenti, le spese per la
guerra, nell'interesse delle proprie Patrie. Questo fatto costituì un'enorme
delusione per Mussolini e provocò in lui il crollo del mito internazionalista
nel quale aveva sinceramente creduto, inducendolo a uscire clamorosamente dal
Partito Socialista. D'altra parte, la storia insegna che l'internazionalismo si
è sempre ridotto a strumento di egemonia dello Stato più forte.
Col termine “Repubblica”
Mussolini intese indicare una forma di Stato forte e ordinato, che però doveva
trarre la sua legittimità dalla volontà popolare, liberamente espressa
attraverso le categorie produttrici della Nazione.
Infine, col termine
“Socializzazione” era stabilito in maniera definitiva che gli
interessi della collettività dovevano avere la preminenza sugli interessi del
singolo, fermo restando come sacro e inviolabile (ed è questa l'idea geniale)
il diritto alla libertà individuale, alla proprietà e all'iniziativa privata.
Non si parla più né
di regimi né di dittatura. La parola “Fascismo” non appare neppure una
volta nei “18 punti”, e questo sta volutamente a significare che il
Fascismo, quello del 1919 o del 1922, quello della Marcia su Roma e delle
Squadre d'Azione, è tramontato, finito. La storia cammina e non si ripete.
La Costituente dovrà
nominare il Capo della Repubblica Sociale: Mussolini non dice: «Io sarò il
Capo». Solo la Costituente nominata dal popolo avrà il potere di nominare il
Capo dello Stato in piena e perfetta democrazia. Nell'attuale Costituzione
italiana, il Capo dello Stato è nominato dalle Camere che solo teoricamente
esprimono la volontà popolare, mentre in realtà, come tutti sanno, esprimono
unicamente la volontà delle segreterie dei partiti.
Non vogliamo entrare
qui nel merito della frase riguardante il re. È cosa che non ci riguarda più.
Noi, nella nostra coscienza, abbiamo giudicato. Per coloro che non pensano come
noi giudicherà la storia.

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Art.
2 - La Costituente sia composta dai rappresentanti di tutte le
associazioni sindacali e di tutte le circoscrizioni amministrative,
comprendendo i rappresentanti delle province invase, attraverso le
delegazioni degli sfollati e dei rifugiati sul suolo libero. Comprenda
altresì le rappresentanze dei combattenti; quelle degli italiani
all'estero; quelle della Magistratura, delle Università e di ogni altro
Corpo o Istituto la cui partecipazione contribuisca a fare della
Costituente la sintesi di tutti i valori della Nazione. |
COMMENTO
- Condizione necessaria perché una Costituente possa dire di lavorare in nome
del popolo è che essa rappresenti “veramente” tutto quel popolo, nelle sue
aspirazioni e nelle sue necessità. È necessario, cioè, che essa costituisca
«la sintesi di tutti i valori della Nazione». I valori della Nazione,
depositati nel popolo, sono costituiti dalle energie spirituali e morali, dalla
storia e dalla tradizione, oltre che dalle forze economiche. Ecco perché questo
articolo prevede che la Costituente sia composta dai rappresentanti delle forze
operanti del popolo, cioè dai lavoratori facenti capo alle associazioni
sindacali di categoria (corporazioni) e dai rappresentanti delle varie province,
perché ogni provincia ha problemi e necessità particolari. Dovranno far parte
della Costituente anche la rappresentanza dei combattenti (ecco chiamati in
causa i valori morali e spirituali esaltati dal dovere e dal sacrificio compiuto
per la Patria); quella dei prigionieri di guerra (valori morali e spirituali,
come sopra), quella degli italiani all'estero (valori economici e spirituali a
motivo del lavoro e dell'opera di italianità svolta presso altri popoli),
quella della magistratura (valore morale primario dei depositari e degli
interpreti delle leggi dello Stato), quella delle università (ecco valorizzate
le energie intellettuali che si preparano con lo studio a prendere in mano le
redini dello Stato) e quelle di ogni altro corpo o istituto «la cui
partecipazione contribuisca a fare della Costituente la sintesi di tutti i
valori della Nazione». Questo articolo fotografa come dovrebbe essere la
Costituente veramente democratica, cioè rappresentante tutto il popolo.
Nella Costituente
ciellenista, di vocazione faziosamente antifascista, era invece più o meno bene
rappresentata tutta la costellazione dei partiti; ma non era rappresentato tutto
il popolo. Infatti, in quell'Assemblea non erano presenti, anzitutto, proprio i
portatori di quei valori spirituali che sono i più importanti perché eterni:
non erano rappresentati né i combattenti come tali (aristocrazia di sangue e di
valore), né i prigionieri di guerra (che erano parecchie centinaia di
migliaia), né gli italiani all'estero (milioni di persone), né il mondo del
pensiero e della cultura attraverso i rappresentanti degli studenti e dei
professori di università. Se pensiamo che le elezioni per l'Assemblea
Costituente, nel dicembre 1947, furono abbinate al referendum per decidere sulla
forma, monarchica o repubblicana, da dare allo Stato e che da quel referendum
furono esclusi i prigionieri di guerra, ancora oltre i confini, gli italiani
all'estero, che pure, essendo cittadini italiani, avevano, e hanno, diritto al
voto (attualmente, non si fanno votare perché si ha paura di quei voti), ai
quali si devono aggiungere coloro che, per aver appartenuto alla RSI, erano,
allora, privati dei diritti civili; e se consideriamo che i voti repubblicani
superarono i voti monarchici di poche centinaia di migliaia, possiamo pensare
che se al referendum avessero partecipato tutti gli aventi diritto, oggi la
situazione istituzionale in Italia potrebbe essere ben diversa. Questo,
comunque, lo diciamo solo a titolo di curiosità: per noi non cambierebbe nulla.
Quello che, invece,
ci preme sottolineare, è che questo secondo articolo dei “18 punti di
Verona” prevedeva dare la giusta importanza alla categoria studentesca perché
in essa vede l'avvenire della Patria. Quindi, la categoria stessa avrebbe dovuto
contribuire a risolvere i suoi problemi, cosa che i costituenti politici
antifascisti si sono ben guardati, in seguito, di fare.

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Art.
3 - La Costituente repubblicana dovrà assicurare al
cittadino-soldato, lavoratore, contribuente, il diritto di controllo e
di responsabilità critica sugli atti della pubblica amministrazione.
Ogni cinque anni il cittadino sarà chiamato a pronunziarsi sulla nomina
del Capo della Repubblica. Nessun cittadino, arrestato in flagrante o
fermato per misure preventive, potrà essere trattenuto oltre i sette
giorni senza un ordine dell'Autorità giudiziaria. Tranne il caso di
flagranza, anche per le perquisizioni domiciliari occorrerà un ordine
dell'Autorità giudiziaria. Nell'esercizio delle sue funzioni la
Magistratura agirà in piena indipendenza. |
COMMENTO
- Questo articolo si può dividere in quattro parti: la prima riguarda i diritti
del cittadino, la seconda parte dell'elezione del Capo della Repubblica, la
terza concerne norme di ordine pubblico e la quarta ribadisce l'importanza della
magistratura.
Esaminiamo
dettagliatamente: il cittadino, nel senso più lato del termine (notare la
successione e i significati delle parole: prima il soldato, cioè chi ha
compiuto il suo dovere verso la Patria, cioè verso la collettività; poi il
lavoratore, cioè chi contribuisce con le proprie energie a creare il benessere
della Nazione; ultimo il semplice contribuente, che non è meno importante degli
altri, ma nella scala dei valori viene dopo perché contribuisce al bene
pubblico solo col denaro. Prima il dovere compiuto, poi il lavoro, poi il denaro
al sevizio della nazione), ha diritto di «responsabilità critica sugli atti
della pubblica amministrazione» e non «critica responsabile».
Le parole non sono
state messe a caso: il cittadino, prima deve avere coscienza della sua piena
responsabilità, morale e civile, nei confronti dello Stato: soltanto allora
sarà in grado di esercitare una critica consapevole, quindi costruttiva. La
contestazione fine a se stessa è troppo facile e sempre deleteria.
Questo è un altro
concetto rivoluzionario rispetto ad altri in vigore prima del 25 luglio. (Si
ricordi il detto: «Il Duce ha sempre ragione». Quale contrasto!). Nessuno
potrà negare che il nuovo sia un concetto democratico e tale da insegnare
qualche cosa anche alle partitocrazie attuali.
Mussolini stesso
tornò su questo concetto democratico della «responsabilità critica» per
spiegare come avrebbe dovuto essere attuato nella pratica. Nel discorso tenuto
al Teatro Lirico di Milano, il 26 dicembre 1944, disse: «A un dato momento
dell'evoluzione storica italiana, può essere feconda di risultati la presenza
di altri gruppi, che esercitino il diritto di controllo e di responsabile
critica sugli atti della pubblica amministrazione. Gruppi che, partendo
dall'accettazione leale, integrale e senza riserve del trinomio “Italia-Repubblica-Socializzazione”
(vedi commento all’Art. 1 - n.d.r.), abbiano la responsabilità di
esaminare i provvedimenti del Governo e degli Enti locali, di controllare i
metodi di applicazione dei provvedimenti stessi e le persone che sono investite
di cariche pubbliche e che devono rispondere al cittadino, nella sua qualità di
soldato, lavoratore, contribuente, del loro operato».
È chiaro che gli
“altri gruppi” non possono essere che quelli che vengono chiamati
“opposizione”, alla quale viene così affidato l'importantissimo compito del
controllo, della vigilanza, dello stimolo.
Nella RSI,
dunque, era ammessa l'opposizione? Sì, purché responsabile e costruttiva.
Nella RSI,
l'opposizione, esercitando la «responsabile critica», avrebbe aiutato il
Governo ad adempiere meglio i suoi compiti, sarebbe stato il cane da pastore
contro abusi e deviazioni, con vantaggio di tutti i cittadini.
«Ogni cinque anni il
cittadino sarà chiamato a pronunziarsi sulla nomina del Capo della
Repubblica».
A differenza della
durata settennale della carica del Capo dello Stato, stabilita dalla
Costituzione in vigore, la Costituzione della RSI
prevede, per tale carica, una durata quinquennale. Ciò avrebbe permesso un
avvicendamento più frequente della persona eletta alla massima carica dello
Stato, diminuendo tentazioni di trasformazione della Repubblica in dittatura. È
notevole rilevare che si dice che “il cittadino” sarà chiamato a eleggere
il Capo della Repubblica, quindi elezione diretta, non — come accade ora —
che il Capo dello Stato viene eletto, in sostanza, dalle segreterie dei partiti,
quale risultato di mercanteggiamenti e patteggiamenti che talvolta hanno assunto
aspetti avvilenti.
La terza parte
dell'articolo fissa norme tendenti a evitare abusi da parte della polizia.
L'importanza di queste norme e la superiorità d'animo di chi le ha dettate
appariranno in piena luce se si pensa che quando furono scritte si era in piena
guerra civile e che sarebbe stato molto più facile (e più proficuo per la RSI)
incitare gli animi degli aderenti, già esacerbati, alla vendetta e all'uso
della forza. Con queste norme Mussolini, invece, dette uno strattone di briglie
ai puledri più focosi, in virtù di una visione delle cose ampia e
lungimirante, poiché egli era consapevole che «sangue chiama sangue» e che il
sangue italiano è sempre prezioso sopra ogni cosa. Purtroppo, questo
atteggiamento umano fu interpretato dagli avversari come confessione di
debolezza che li portò a intensificare gli assassinii. In cifra tonda, durante
il periodo della RSI, caddero
centomila fascisti contro quindicimila partigiani. Come si vede, la sproporzione
è enorme. Ma non accadrà più.
L'indipendenza della
magistratura nell'esercizio delle sue funzioni è un altro cardine della
costruzione dello Stato.
Proclamando tale
indipendenza si intendeva proclamare la fine di ogni interferenza politica
nell'amministrazione della giustizia. Basta, quindi, con il Tribunale speciale
per la difesa dello Stato istituito in altri tempi come organo speciale con
compiti di emergenza ed eccezionali, allo scopo di punire i delitti contro lo
Stato. Ogni delitto sarebbe stato, d'ora in poi, affidato alla magistratura
ordinaria, indipendente dal potere politico e soggetta soltanto alla legge.

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Art.
4 - La negativa esperienza
elettorale già fatta dall'Italia e l'esperienza parzialmente negativa
di un metodo di nomina troppo rigidamente gerarchico, contribuiscono
entrambe a una soluzione che concili le opposte tendenze. Un sistema
misto (a esempio, elezione popolare dei rappresentanti alla Camera e
nomina dei Ministri da parte del Capo della Repubblica e del Governo, e
nel Partito, elezioni di Fascio salvo ratifica, e nomina del Direttorio
Nazionale per la parte del Duce) sembra più consigliabile. |
COMMENTO
- Questo articolo, come i precedenti, forniva ulteriori indicazioni in materia
di costruzione di uno Stato repubblicano fondato su princìpi nuovi e
rivoluzionari, sensibile alle istanze della società, le quali si andavano
manifestando in forme sempre più pressanti, con l'intento di recepirne i gravi
problemi, nel quadro di una concezione originale, moderna e sociale.
L'articolo si rifà
alla negativa esperienza elettorale, cioè quella democratico-parlamentare
dell'Italia pre-fascista. Ciò richiama alla mente un periodo assai oscuro della
storia italiana. Sono tuttora vivi non pochi testimoni oculari di quelle
vicende. Per i giovani tracceremo un quadro a grandi linee.
La situazione
politica italiana, col diffondersi del socialismo marxista, invano avversato
anche dall'autorità religiosa, era andata sempre più deteriorandosi. Se
avessimo spazio e tempo, e fosse questo il luogo, potremmo risalire fino ai moti
romani del 1889, in cui, per la prima volta in Italia, qualche migliaio di
operai edilizi disoccupati tumultuarono al grido di «Viva la rivoluzione!»,
commettendo violenze e trovando, come sempre, il Governo impreparato a risolvere
i loro problemi.
Sotto l'usbergo di
una democrazia corrotta e pavida, compagini governative sorgevano e cadevano,
mentre il Paese andava alla deriva. Come ora. Sempre più frequentemente, le
piazze nereggiavano di folla che reclamava pane, lavoro, giustizia sociale.
Per quanto riguarda i
tempi più recenti, possiamo sentire dagli anziani quale era la situazione
politica italiana prima del 1915 e tra il 1918 e il 1922, cioè con governi
democratico-parlamentari. Scioperi, conflitti, agguati, attentati, spedizioni
punitive, occupazioni delle fabbriche, violenze delle leghe dei lavoratori,
prepotenze delle amministrazioni rosse. La lotta civile era voluta e cercata
dagli elementi sovversivi che colpivano proditoriamente chi dissentiva dai loro
princìpi. Sotto i loro colpi cadevano, quotidianamente, guardie regie,
carabinieri, ex combattenti, nazionalisti, impiegati, studenti. Il costume
politico era caduto tanto in basso che il voto degli elettori si comperava con
una scodella di trippa o con dieci centesimi di lira.
Questa fu
l'esperienza dei tempi: nella mente di Mussolini non sarebbero dovuti tornare
mai più.
Invece sono tornati e
li stiamo vivendo.
Proseguendo l'esame
di questo articolo, troviamo ora una nota profondamente democratica, ed è dove
si parla, in contrapposizione alla «negativa esperienza elettorale già
fatta dall’Italia» in regime parlamentare, dell'«esperienza
parzialmente negativa di un metodo di nomina troppo rigidamente gerarchica».
Questo, amici e avversari, si chiama “autocritica” e il riconoscimento,
proprio da parte di Mussolini, di un errore commesso dal fascismo, che noi non
nascondiamo ora come non lo abbiamo mai taciuto durante il ventennio. Perché
non è vero che durante questo periodo non si potesse parlare. Si poteva. Noi,
come tanti altri, abbiamo sempre detto ciò che pensavamo, a voce e per
iscritto, con intenti costruttivi, e nessuno ci ha mai molestati.
Mussolini dice, in
sostanza, che sia il sistema di governo democratico-parlamentare, sia il sistema
rigidamente gerarchico, non hanno dato, in Italia, buona prova, e quindi è
necessario trovare una soluzione nuova che concili le opposte esigenze. Questa
del “conciliare” è uno dei tratti principali del carattere di Mussolini.
Tutta la sua vita, tutte le sue azioni, tutte le sue parole sono tese sempre
alla conciliazione. Egli non era certo quel dittatore feroce quale falsamente lo
si dipinge. Stalin e Hitler, tanto per nominare due suoi contemporanei, in
situazioni simili a quelle in cui egli si trovò, avrebbero agito ben
diversamente. Tra l'altro, egli non avrebbe mai gettato la bomba atomica sulle
popolazioni civili e inermi di Hiroshima e Nagasaki, come fece Truman, né
avrebbe mai provocato la criminale ecatombe della popolazione di Dresda, come
fece Churchill. Mussolini fu un grande uomo di Stato e un grande politico e come
tale cercò sempre, per quanto gli fu possibile, il progresso nella pace e nella
concordia. Se a un certo momento dovette fare la guerra fu perché venne
costretto dall'odio degli uomini e dagli eventi. Fino all'ultimo cercò di
evitarla.
Quanto diciamo non
scandalizzi nessuno: è la verità. Mussolini non voleva la guerra. Non la volle
mai. Perciò Mussolini stesso suggeriva la forma di governo per il nuovo Stato
repubblicano che potesse conciliare le esigenze dei fascisti e degli avversari:
elezione popolare dei rappresentanti alla Camera e nomina dei ministri da parte
del Capo della Repubblica che doveva essere anche Capo del Governo. Mussolini,
nel momento in cui elaborava il Manifesto di Verona, vedeva l'Italia come una
specie di repubblica presidenziale.
La nomina dei
ministri da parte del Capo della Repubblica è giusta, perché, come chi è a
capo di un'azienda ha il diritto di scegliere i suoi collaboratori fra persone
che gli diano completo affidamento, così il capo di quel complesso organismo
che è uno Stato moderno dovrebbe poter scegliersi i diretti collaboratori fra
coloro che egli ritiene capaci e degni di fiducia. Così si fa, a esempio, negli
Stati Uniti d'America.
Nell'Italia di oggi,
invece, la nomina dei ministri è il risultato di sottili alchimie politiche,
con il risultato che coloro che sono chiamati a reggere i vari dicasteri sono
quasi sempre degli incompetenti che devono occuparsi di cose delle quali spesso
non hanno mai sentito parlare.
Come è possibile,
infatti, che le stesse persone siano adatte a dirigere indifferentemente il
Ministero della Difesa, dell'Agricoltura, della Sanità, dell'Industria e del
Commercio, della Marina ecc.? Questo vuol dire che la carica di ministro, che
dovrebbe richiedere altissima competenza e specializzazione, è solo apparenza,
in quanto egli deve operare non secondo quanto esigono le specifiche esigenze
del suo dicastero, ma secondo quanto gli impone la segreteria del suo partito.
Gli interessi della Nazione diventano secondari rispetto a quelli della fazione
cui egli appartiene, che lo ha innalzato al governo e che facilmente può farlo
cadere o addirittura eliminarlo dalla scena politica.
Nella RSI,
accanto al potere legislativo, sarebbe rimasto il Partito, come avviene oggi in
Russia, in Francia e in altri Paesi. Il Partito, potere politico, avrebbe dovuto
strutturarsi anch'esso in maniera da fornire, da una parte, garanzie di
democraticità (elezioni del Fascio) e, dall'altra, di sicurezza politica (salvo
ratifica).
Il Direttorio
nazionale del Partito, massimo organo politico, sarebbe stato nominato dal Capo
del Partito, o duce, interpretando tale aggettivo nel suo significato
etimologico di: capo, condottiero, guida.
Questi, nella mente
di Mussolini, come egli stesso dichiarava, erano, però, solo consigli. Egli
indicava una via, forniva una traccia. Nulla vietava di formulare proposte di
miglioramenti o addirittura proposte diverse, alla luce degli avvenimenti e
delle necessità contingenti, fermo sempre il fine supremo del bene del popolo
italiano.

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Art.
5 - L'organizzazione cui compete
l'educazione del popolo ai problemi politici è unica. Nel
Partito, ordine di combattenti e di credenti, deve realizzarsi un
organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode
dell'Idea rivoluzionaria. La
sua tessera non è richiesta per alcun impiego o incarico. |
COMMENTO
- Anche questo articolo si può dividere in tre
parti: la prima parla dell'educazione politica del popolo, problema di
primaria importanza in un Paese politicamente impreparato quale è l'Italia; la
seconda evidenzia i criteri circa lo spirito che deve informare gli aderenti al
Partito; e la terza tocca un argomento intorno al quale, durante il ventennio e
ancor più dopo, gli avversari hanno creato e alimentato un'autentica montatura
che, se talvolta, in casi singoli, poté avere qualche fondamento, soprattutto
per eccessi di zelo locali, non ha però mai assunto importanza e ampiezza tali
da giustificare tutto quanto è stato detto e scritto in proposito.
Mussolini dice che
l'organizzazione cui compete l'educazione politica del popolo deve essere unico.
Ci sembra vedere i nostri avversari puntare il dito accusatore. Secondo essi,
questa sarebbe la riprova di un totalitarismo assurdo e ottuso di nuovo
risorgente. Ma se vogliamo appena appena ragionare, apparirà quanto meno logico
che, in uno Stato unitario, quale avrebbe voluto essere la RSI,
non si sarebbe potuto ammettere insegnamenti dottrinari diversi e tanto meno
contrastanti da quelli stabiliti dallo Stato stesso. Nel nuovo Stato, la
dottrina politica doveva essere unica: liberi i cittadini di accettarla o meno,
non liberi di sabotarla. Nessuno si scandalizzi per quanto diciamo: impostazioni
di questo genere le abbiamo sotto gli occhi anche oggi e vengono accettate senza
discussione. Ne citiamo solo due per brevità: la Russia e la Chiesa. La prima
è considerata il paradiso dei lavoratori e la seconda da duemila anni detiene
il monopolio delle coscienze. Nessuna delle due ammettono opposizioni. Nessun
proletario italiano vorrà, non diciamo respingere, ma neppure criticare
l'unicità dell'insegnamento politico in Russia e nessun credente oserà mai
ribellarsi agli insegnamenti della Chiesa. In ambedue gli organismi i
contestatori sono sempre stati eliminati. Solo in questa Italia, faziosa, vile e
autolesionista, si respinge come assurdo quanto proposto dall'articolo che
stiamo esaminando, col risultato che, con la licenza oggi imperante (da non
confondersi con la libertà) di diffondere i credi politici più disparati in
mezzo a un popolo che, politicamente, è fra i più ignoranti del mondo, si ha
che, mentre alcuni uomini cercano faticosamente di costruire, altri, in nome di
credi opposti, vogliono distruggere, e siccome distruggere è più facile che
costruire, l'Italia beota ha imboccato la strada più agevole e sta scivolando
sonnolenta nel caos. Si desterà a piangere quando non vi sarà più tempo.
La seconda parte
dell'articolo parla dello spirito che avrebbe dovuto esser un «ordine di
combattenti e di credenti», cioè composto da un numero relativamente ristretto
di uomini, di fede adamantina, pronti a sacrificarsi senza riserve pere l'Idea.
Basta, quindi, con le folle oceaniche di individui falsi e opportunisti, facili
agli entusiasmi non richiesti, pronti a mutar bandiera nel momento della prova;
basta con coloro che nel fascismo vedevano solo un'occasione da sfruttare a fini
personali; basta con gli eroi dell'ultima ora; basta con le convivenze e i
convenzionalismi. Il Partito avrebbe dovuto avere quasi le caratteristiche di un
ordine religioso, nel quale pochi si sarebbero sentiti di entrare perché
avrebbe richiesto virtù esistenti solo in pochi eletti, politicamente puri e
intransigenti, ricchi di una forza interiore in grado tale da poter custodire
degnamente l'Idea rivoluzionaria. Un esempio di questi uomini lo abbiamo avuto
in Ettore Muti, trucidato vilmente per odio di parte. Questi asceti politici,
votati all'Idea e all'Italia, sarebbero stati la guardia fedele, gelosa e
perenne dello Stato repubblicano.
Nel tradurre in
realtà questi concetti c'era però un pericolo e cioè che questa “élite”
politica potesse trasformarsi in casta e detenere così il potere ricostituendo,
di fatto, una dittatura di classe, come è avvenuto in Russia, in cui solo gli
appartenenti al Partito comunista è dato di occupare posti di comando.
Mussolini previde questo pericolo e aggiunse all'articolo la terza parte. Si
tratta di tre sole righe: «La tessera del Partito non è richiesta per alcun
impiego o incarico».
Questo vuol dire che
ogni cittadino, anche se estraneo al Partito, avrebbe potuto rivestire le più
importanti cariche dello Stato, purché avesse voluto lavorare con lealtà per
il Paese.
Con poche parole ecco
distrutto il mito caro agli avversari i quali dicevano e dicono che, per trovar
lavoro, nel ventennio, era “necessario” avere in tasca la tessera del
Partito fascista. Questo, purtroppo, si verificò talvolta per malinteso senso
di zelo da parte di qualche ufficio o di qualche gerarchetto periferico che
diedero interpretazione restrittiva all'articolo 23 della Carta del Lavoro il
quale prevedeva la “facoltà” di dare la precedenza nel collocamento agli
iscritti al Partito fascista. Possiamo però dire, senza tema di smentite, che,
anche durante il ventennio, chi sapeva il suo mestiere e aveva voglia di
lavorare non conobbe mai la disoccupazione e nessuno si sognò mai di obbligarlo
a prendere la tessera. A sostegno di questo citiamo un libro il cui autore è
Alfredo Signoretti, noto giornalista, direttore de La Stampa di Torino
dall'agosto del 1932 al 26 luglio 1943. Tale libro, che è molto interessante,
tra l'altro narra di uomini che, come Indro Montanelli e Ruggero Orlando, avendo
voltato gabbana, sono ancora alla ribalta. Il libro si intitola La Stampa in
camicia nera ed è pubblicato da Volpe in Roma. Ebbene, nelle pagine di
questo gustoso volume si legge di moltissimi giornalisti, anche famosi, che
durante il ventennio lavorarono a La Stampa e non ebbero mai la tessera
fascista, e nessuno li molestò. Potremmo continuare con gli esempi, ma per
tutti citeremo quello di Benedetto Croce, famoso filosofo liberale, che, da
Napoli, continuò per tutto il ventennio a pubblicare libri in cui la perenne
critica al regime era a volte aperta e pesante. Nessuno lo importunò mai.
Oggi, dopo tanti
anni di libertà democratica e faziosa, esiste ancora, invece, il problema degli
epurati, cioè di coloro che per aver aderito alla RSI
furono cacciati dai posti di lavoro e tuttora vivono di stenti e dell'aiuto dei
pochi camerati che dividono con loro quel poco che hanno. Ad alcuni, sempre per
motivi politici, democraticamente è stata bloccata la carriera. Questa è la
situazione oggidì; non sveliamo alcun segreto se affermiamo che per lavorare e,
soprattutto, per far carriera, oggi occorre avere in tasca non una, ma tre
tessere: quella della Democrazia cristiana, quella del Partito socialista e
quella del Partito comunista. Vi sono “furbi” che, effettivamente,
conservano nel portafoglio tutti e tre questi documenti ed esibiscono ora l'uno
ora l'altro secondo l'opportunità. Lo stesso dicasi per le varie tessere dei
variopinti sindacati, nessuno dei quali, però, a differenza di quello nazionale
dell'epoca fascista, è riconosciuto dallo Stato. Quindi, essi sono associazioni
di fatto prive di personalità giuridica, i cui contratti di lavoro non hanno,
al contrario di allora, alcun valore legale e la cui validità si affida
soltanto alla forza degli iscritti, i quali sono manovrati secondo gli interessi
dei vari partiti.

|
Art.
6 - La religione della
Repubblica è la Cattolica Apostolica Romana. Ogni altro culto che non
contrasti con la legge è rispettato. |
COMMENTO
- Se si volessero spiegare i vari significati attribuiti alla parola
“religione” da scrittori, filosofi e teologi si dovrebbero scrivere volumi.
Perciò saltiamo a piè pari una disquisizione che sarebbe lunga anche se molto
interessante, e attribuiamo senz'altro alla parola in questione il significato
attribuitole dal vocabolario della lingua italiana che abbiamo sottomano e che
è quello dello Zingarelli. Tale definizione, infatti, è quella accettata
comunemente.
Religione, dunque,
significa: «Timore e adorazione di Dio. Culto, pietà, santità, sentimento
riverente per un mondo spirituale, elevato al mondo reale». Questi concetti,
venticinque anni fa, erano profondamente radicati nel popolo italiano.
L'articolo in esame
incomincia: «La Religione della Repubblica...». La RSI
avrebbe, dunque, previsto una religione di Stato? Se per religione di Stato si
vuole intendere l'unica religione ammessa e praticata dobbiamo rispondere: no.
Se intendiamo la sola religione ufficialmente riconosciuta: sì. Non bisogna,
infatti, dimenticare che la RSI
intendeva rispettare i Patti Lateranensi, stipulati l'11 febbraio 1929. Tali
Patti, e questo molti lo hanno dimenticato, costituiscono un vero e proprio
Trattato internazionale, il quale è corredato da un Concordato religioso e da
una Convenzione finanziaria. Grazie a essi si era risolta con soddisfazione dei
due firmatari, lo Stato italiano e la Chiesa, la penosa Questione Romana, che si
trascinava dal 20 settembre 1870 e per risolvere la quale avevano lavorato senza
successo, tra gli altri, Cavour e S. Giovanni Bosco. Per questo fatto il Papa
Pio XI — Achille Ratti — definì Mussolini «L'Uomo della Provvidenza». Con
i Patti il Pontefice riconobbe, finalmente, lo Stato italiano con Roma capitale
e lo Stato italiano riconobbe la sovranità della Santa Sede sul territorio
della Città del Vaticano. Alla religione cattolica veniva riconosciuto un posto
preminente nella vita religiosa del popolo italiano. Il matrimonio religioso
ebbe efficacia anche per il diritto civile e venne concessa una serie di
privilegi ed esenzioni fiscali agli enti ecclesiastici. Fra i provvedimenti a
favore del clero, specie di quello più indigente, vi fu l'obbligazione, da
parte dello Stato, di corrispondere il cosiddetto «supplemento di congrua»,
cioè di un assegno che lo Stato paga tuttora al clero per supplire
all'insufficienza dei redditi dei benefici ecclesiastici.
A questa provvidenza
va aggiunta poi quella per cui i sacerdoti possono godere, in vecchiaia, la
pensione dell'INPS.
L'articolo in esame
dice: «La Religione della Repubblica è la Cattolica, Apostolica, Romana»:
“Cattolica” vuol dire universale, “apostolica” significa che discende
dalla Sede Apostolica del successore di Pietro e predica l'insegnamento degli
Apostoli; “romana”, è chiaro, vuol dire che essa non può essere che quella
che emana dalla Cattedra di S. Pietro che è in Roma.
In altre parole, la
religione ufficiale della RSI
sarebbe stata, senza possibilità di equivoci, quella che da duemila anni
irraggia la sua luce dal colle del Vaticano.
Vediamo ora come il
problema, importantissimo per l'Italia, è affrontato dalla Costituzione
vigente: l'articolo 7 dice: «Lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio
ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti
Lateranensi. La modificazione dei Patti, accettate dalle due parti, non
richiedono procedimento di revisione costituzionale».
L'articolo 8
prosegue: «Tutte le Confessioni religiose sono ugualmente libere davanti
alla legge. Le Confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di
organizzarsi secondo i propri statuti in quanto non contrastino con
l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati
per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze».
A una prima lettura
sembrerebbe che l'attuale Costituzione parafrasi, sia pur prolissamente, ciò
che dice l'articolo 6 dei “Punti di Verona”, ma se leggiamo attentamente ci
accorgiamo che non è così. Anzitutto la Chiesa non viene più chiamata
«Cattolica, Apostolica, Romana», ma soltanto “cattolica”, il che snatura
l'essenza della Chiesa di Roma in quanto l'aggettivo “cattolico”, cioè
“universale”, di per sé non significa nulla giacché tutte le Chiese,
ritenendosi portatrici di un messaggio rivolto all'umanità intera, si
considerano universali, cioè cattoliche. Né è da pensare che l'aggettivo sia
da interpretarsi nel significato di «maggiormente diffusa nel mondo», dato che
altre religioni, anche se oggi non lo sono, possono diventarlo col tempo. La
nostra Chiesa è stata sempre definita «Cattolica, Apostolica, Romana»; non vi
era nessun motivo per modificare tale definizione che è esatta, dà l'idea
della grandezza della santità dell'Autorità suprema e la distingue da tutte le
altre Chiese. Se si toglie anche uno solo dei tre aggettivi, le idee si
confondono, il concetto risulta sfocato, appannato, indeciso, traballante. I
costituenti ne hanno tolto due di aggettivi. A cosa miravano? A confondere le
menti? Ci sono riusciti.
Viene fatto accenno
ai Patti Lateranensi, ma per dire che sono suscettibili di modifiche, non certo
nel senso più favorevole alla Chiesa. Dicendo che tutte le Confessioni sono
libere davanti alla legge, si pone la Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, la
“nostra” Chiesa, allo stesso livello di una qualunque setta di tremolanti.
Sempre secondo la Costituzione vigente, tutte le Chiese, in Italia, hanno il
diritto di organizzarsi secondo i propri statuti «in quanto non contrastino con
l'attuale ordinamento giuridico». Mussolini diceva più sinteticamente, e
quindi più chiaramente, che «ogni culto che non contrasti alle leggi è
rispettato».

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Art.
7 - Gli appartenenti alla
razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a
nazionalità nemica. |
COMMENTO
- Quando ci accingemmo a stendere il commento ai «18 punti di Verona»,
qualcuno ci consigliò di abbandonare il progetto a causa di questo articolo, ma
noi subito dichiarammo che non ci saremmo trovati in imbarazzo. A parte che
l'articolo in argomento venne formulato durante un particolare momento
dell'ultima guerra, quando cioè avevamo i nazisti inferociti in casa (e questo
fu solo uno dei nefasti risultati dell'8 settembre), e che oggi sarebbe, come lo
è, superato; considerato che noi non vogliamo fare l'apologia di nessuno, ma
dire la verità su fatti e cose che per odio furono distorti o falsificati, non
avremmo alcuna difficoltà a riconoscere errori che tutti gli uomini compiono e
che sono tanto più grandi quanto più coloro che li commettono sono grandi
uomini. Siccome, però, riteniamo di avere, anche in questo, le carte in regola,
non abbiamo alcuna difficoltà ad affrontare lo “scabroso” art. 7.
Possiamo intanto
affermare subito che la vita degli ebrei in Italia prima dell'8 settembre 1943,
cioè prima che gli pseudo-italiani che oggi gestiscono il potere la
esponessero, col tradimento, alle vendette dei tedeschi inferociti, gli ebrei
non avevano mai avuto di che lamentarsi nell'Italia fascista. Il contrario
accadeva loro, guarda caso, proprio nella Russia comunista dove si dice che gli
uomini siano tutti fratelli. A tale proposito ci si permetta ricordare che, per
significare le persecuzioni violente contro gli ebrei, venne coniata un'apposita
parola: Pogròm, che, guarda sempre caso, è una parola russa (po=sopra
e gromit=devastare, saccheggiare), la quale assunse il suo tragico
significato per designare le vaste e sanguinose esplosioni di violenza che in
Russia e nei Paesi balcanici ebbero di mira gli ebrei.
Chiediamo scusa per
la digressione e riprendiamo il discorso sugli ebrei in Italia sotto il
fascismo.
Affinché quello che
diremo non sembri sospetto, precisiamo che riferiremo soltanto quanto ci narrano
le fonti ebraiche e lo storico antifascista Renzo De Felice nella sua voluminosa
opera Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (Einaudi editore,
1961), ampiamente citata da G. Pisanò nella sua Storia della guerra civile
in Italia, vol. III, da pag. 1361 in avanti.
Da tale
documentazione emerge una realtà storicamente molto diversa da quella che una
propaganda più che ventennale è riuscita ad accreditare presso l'opinione
pubblica. Tale falsa propaganda sostiene che a quei tempi si verificò una netta
differenziazione tra il popolo italiano, contrario a ogni persecuzione e pronto
ad aiutare, come effettivamente aiutò, gli ebrei, e il governo fascista, deciso
a realizzare, sull'esempio tedesco, la più feroce, spietata, inumana caccia
all'ebreo.
Tutto ciò non è
esatto. Dalle testimonianze, e particolarmente da quelle di fonte ebraica,
appare, infatti, che l'atteggiamento degli italiani nei confronti degli ebrei fu
determinato non solo da motivi di umanità, ma anche, e soprattutto, da precise
disposizioni emanate dal governo fascista e personalmente da Mussolini.
Infatti, dopo
l'avvento del regime, gli ebrei italiani, molti dei quali erano accorsi tra i
primi nei fasci, ottennero un riconoscimento solenne con la legge del 1931 che
istituiva le nuove «Nome sulle Comunità Israelitiche e sull'unione delle
comunità medesime». Con tale legge, in pieno regime “totalitario”, gli
ebrei italiani furono liberi di eleggere democraticamente i loro rappresentanti,
di provvedere in maniera autonoma alle loro necessità, alle amministrazioni dei
loro beni, alla conservazione delle tradizioni e del patrimonio storico ebraico.
Il 17 ottobre 1931,
cioè all'indomani dell'approvazione della legge, il presidente del Consorzio
delle Comunità Israelitiche, Angelo Sereni, telegrafò a Mussolini la
«vivissima riconoscenza» degli ebrei italiani. Analoghi messaggi vennero
inviati da quasi tutte le Comunità. In quei giorni nessuno poteva immaginare
quello che sarebbe accaduto qualche anno più avanti.
La
frattura - È difficile
stabilire, ora, una data precisa circa l'inizio della frattura tra il fascismo e
gli ebrei italiani, ma è certo che il radicalizzarsi della lotta tra fascismo e
comunismo, tra fascismo e democrazie occidentali, segnò le prime crepe in un
accordo che doveva fatalmente rompersi. Diciamo “fatalmente” a ragion
veduta. Gli ebrei, infatti, non avrebbero mai potuto appoggiare sinceramente e
decisamene lo sforzo di un'Italia tesa a rompere l'assedio all'Europa che
capitalismo, da una parte, e comunismo, dall'altra, stavano sempre più
stringendo. Per fare ciò avrebbero dovuto dimenticare di essere ebrei,
dimenticare le loro origini, i loro interessi, duemila anni di tradizione e di
fede religiosa tramandata rigidamente di padre in figlio.
Questa è una
constatazione: prima di sentirsi italiani o francesi o tedeschi o polacchi ecc.,
gli ebrei si sono sempre sentiti ebrei. Ciò ha permesso loro di restare in ogni
tempo legati a interessi e concezioni ideologiche sovrannazionali. Era contro
natura, quindi, che gli ebrei italiani, o almeno gran parte di essi, facessero
eccezione a questa regola proprio nel momento in cui una nuova Europa stava
sorgendo dalle rovine di quella pace di Versaglia che aveva visto l'ebraismo
internazionale deciso a sottomettere il vecchio continente ai voleri del
capitalismo anglo-americano.
La campagna
antisemita, scatenata dalla Germania dal Partito nazista nel 1933, i successivi
primi contatti tra fascismo e nazismo, gettarono, come era naturale, una
profonda inquietudine, specie tra gli strati più evoluti della comunità
ebraica italiana, ai quali non sfuggì che l'ondata antisemita, oramai in atto
in Germania, avrebbe finito per estendersi in tutta Europa, a motivo del peso
preminente che, per motivi demografici, economici e militari, il Reich avrebbe
avuto in tutto il continente. Fu così che l'antifascismo incominciò a
serpeggiare tra le file degli ebrei italiani, specie tra i più giovani, ed è
un fatto che alcune decine di intellettuali israeliti si legarono, fin dal 1933,
con gruppi clandestini comunisti.
Questi ultimi, che
agitavano le insegne della rivoluzione proletaria internazionale, esercitavano
molto fascino su vasti ambienti israeliti che, in un mondo senza più patrie e
senza più confini, vedevano la conclusione dell'eterno vagabondare della loro
gente da una nazione all'altra. Sta di fatto che, nella primavera del 1934, la
polizia italiana arrestò a Ponte Tresa (Varese) alcuni antifascisti provenienti
dalla Svizzera con manifestini di propaganda. Di questi, però, undici erano
ebrei, guidati da un certo Leo Levi, giovane intellettuale che poco tempo prima
aveva ottenuto il «Premio Mussolini» come migliore studente in agraria
dell'Università di Bologna, e, con il premio, una somma di denaro che gli era
servita per recarsi a Gerusalemme dove aveva pronunciato discorsi marcatamente
anti-italiani.
Questa scoperta
provocò una levata di scudi in senso anti-ebraico. «Se gli ebrei italiani —
si disse da più parti — vogliono essere veramente italiani, ne saremo felici
noi per primi. Ma se intendono vivere tra noi comportandosi da stranieri, come
tali finiranno per essere trattati». La maggioranza degli ebrei italiani, che
viveva molto bene e non aveva intenzione di mettersi in urto col regime,
sconfessò l'operato degli undici arrestati. Prese, anzi, vita in Torino un
giornale, La nostra Bandiera, diretto e compilato da ebrei che dal 1934
al 1938 si prodigò perché i rapporti tra la collettività ebraica italiana e
il fascismo non si alterassero. Tra l'altro, va anche detto che La nostra
Bandiera fu forse l'unico giornale stampato in Italia in quel periodo, dove
si attaccasse costantemente l'antisemitismo oramai imperante in Germania.
Il rapido, incalzante
succedersi degli eventi allargò, tuttavia, la frattura tra gli ebrei e il
fascismo. Era ormai chiaro che l'internazionale ebraica aveva preso posizione in
senso antinazista e, di conseguenza, antifascista. Ebrei erano accorsi in gran
numero nelle file delle Brigate Internazionali in Spagna, ebrei fuggivano ogni
giorno dalla Germania e, attraverso l'Austria e il Brennero, giungevano in
Italia ove seminavano il panico fra i correligionari che erano bene organizzati,
liberi di agire e capaci di soccorrerli. Dall'Italia, inoltre, molti profughi
speravano di poter proseguire per la Palestina. Tutta questa gente (si parla di
oltre quindicimila persone) venne ospitata in Italia senza che il governo
fascista levasse un dito per ostacolare l'opera di soccorso.
La conquista
dell'Etiopia, nel 1935, vide una nutrita partecipazione di ebrei italiani. Vi
furono molti volontari, oltre ai regolarmente mobilitati. Nella successiva
guerra di Spagna un ebreo, Alberto Liuzzi, fu decorato di Medaglia d'Oro al V.M.
Le
leggi razziali - In realtà, però,
nonostante questa apparente buona armonia esistente tra il governo fascista e
gli ebrei italiani, la situazione andava deteriorandosi rapidamente, tanto che
nel 1938 si giunse all'emanazione delle cosiddette «Leggi razziali».
Quali furono i motivi
che spinsero Mussolini a varare tali leggi?
Nelle decisioni di
Mussolini giocarono non solo motivi politici, ma anche, come sempre, una visione
molto più ampia di tutto il problema. La Germania, abbiamo visto, era decisa a
liberarsi della presenza degli ebrei sul suo territorio. L'Inghilterra, che
aveva ricevuto nel 1918 il compito di occupare militarmente la Palestina, aveva
trasformato il “mandato” in un'occupazione permanente con finalità
imperialistiche allo scopo di controllare, dalla Terra Santa, tutto il Medio
Oriente. Non solo non permetteva agli ebrei di immigrare, ma fucilava e
impiccava gli israeliti che in Palestina si battevano per la realizzazione dello
Stato di Israele. (Chi va spesso al cinema ricorderà il film Exodus che
si svolge in questo momento storico). Francia e Stati Uniti stavano a guardare.
I russi si disinteressavano al problema, nel senso che se un ebreo dava loro
fastidio lo eliminavano senza tanti complimenti (come fecero nei confronti della
vecchia guardia leninista composta in gran parte di israeliti).
Mussolini si trovò
così preso in una situazione difficile. Gli schieramenti, nel 1938, erano già
nitidamente delineati. Il capitalismo occidentale si era coalizzato contro la
nuova Europa; il bolscevismo, al momento opportuno, non avrebbe esitato ad
allearsi, come poi fece, alle plutocrazie, pur di distruggere i suoi nemici più
terribili: fascisti e nazisti. L'Italia non aveva, dunque, che una scelta:
approfondire l'alleanza con la Germania, quella Germania nelle cui braccia, in
fin dei conti, era stata gettata proprio dalla politica cieca e faziosa della
classe dirigente inglese e francese.
Ma l'alleanza esigeva
delle precise prese di posizione. Una di queste concerneva gli ebrei e non era
possibile, infatti, concludere ogni giorno una perfetta identità di vedute con
la Germania sul piano sociale, politico ed etico e difendere a spada tratta non
solo gli ebrei italiani, ma anche quelli che fuggivano dal Reich.
C'era poi un altro
interrogativo: che atteggiamento avrebbero tenuto gli ebrei italiani in caso di
guerra? Si sarebbero sentiti italiani o, prima di tutto, ebrei? La risposta non
poteva essere che una: si sarebbero sentiti ebrei e avrebbero parteggiato, con
lo spirito e con i fatti, con tutti i loro correligionari sparsi nel mondo e
apertamente schierati a favore dei nemici dell'Italia. Ma Mussolini fece anche
un'altra considerazione: pensava che se anche l'Italia avesse assunto un
atteggiamento preciso e ostile nei confronti degli ebrei, l'Inghilterra, sotto
la spinta dell'opinione pubblica, avrebbe aperto le porte della Palestina agli
ebrei d'Europa e così centinaia di migliaia di israeliti avrebbero potuto
raggiungere la “Terra promessa” prima dello scoppio della guerra. Ma
l’Inghilterra non mosse un dito!
Ed ecco ora le
«Leggi razziali» che da più di quarant'anni vengono presentate dalla
propaganda avversaria come la concretizzazione più ignobile della criminale
ferocia mussoliniana nei confronti degli ebrei. Esse vennero promulgate nel
novembre del 1938 e prevedevano una serie di misure da adottare nei confronti
dei cittadini italiani di razza ebraica. In teoria, queste leggi miravano
all'eliminazione degli israeliti dalla vita pubblica. Prevedevano l'esclusione
di essi dalle cariche politiche, amministrative, militari e da ogni tipo di
insegnamento; gli scolari e gli studenti ebrei di ogni ordine e grado non
potevano essere iscritti in una scuola statale; gli ebrei non avrebbero potuto
possedere o gestire aziende dove fossero impiegati più di cento dipendenti, né
essere proprietari di terreni che avessero un estimo superiore a lire 5.000 (di
allora) o di fabbricati urbani che, in complesso, avessero un imponibile di
oltre duecentomila lire (di allora). Le leggi proibivano, inoltre, i matrimoni
misti; agli ebrei era vietato di esercitare la professione di notaio, mentre
speciali limitazioni venivano imposte a giornalisti, medici, farmacisti,
veterinari, ostetriche, avvocati, ragionieri, architetti, chimici, agronomi,
geometri, periti agrari e periti industriali.
Le
discriminazioni - A questo punto entravano però in azione
le “discriminazioni”. Le “leggi”, infatti, non dovevano essere
applicate: ai componenti le famiglie dei caduti della guerra libica, di quella
del 1915-18, etiopica e spagnola, e dei caduti per la causa fascista; a coloro
che si trovavano in una delle seguenti condizioni: mutilati, invalidi, feriti,
volontari di guerra o decorati al valore anche con la sola croce di guerra; agli
invalidi e feriti per la causa fascista, agli iscritti al PNF
negli anni 1919, 1920, 1921, 1922 e nel secondo semestre del 1924; ai legionari
fiumani, a coloro che avessero acquisito particolari benemerenze. Tali benefici
erano estesi ai componenti delle rispettive famiglie.
Per quanto riguarda
le scuole, erano istituite, a spese dello Stato, apposite scuole e le comunità
israelitiche potevano aprire scuole in effetti legali e mantenere quelle già
esistenti. Il personale doveva essere ebreo. Nelle università e nelle scuole
superiori gli iscritti avrebbero potuto proseguire gli studi fino al loro
compimento.
Come si vede, tra
discriminazioni e deroghe la legge era molto blanda in quanto finiva per
applicare agli ebrei pressappoco le normali disposizioni sempre adottate nei
riguardi degli stranieri. Per quanto riguarda l'estromissione degli ebrei dalle
loro proprietà, rileviamo che i patrimoni degli ebrei “discriminati” non
vennero toccati; per tutti gli altri venne escogitata una legge per cui essi
potevano vendere case e terreni a un apposito ente che li pagava a prezzo di
mercato. Non vi furono confische. Inoltre, gli ebrei che lo
avessero desiderato «potevano fare donazione dei beni ai discendenti non
considerati di razza ebraica». Questa fu una formula che permise a moltissimi
ebrei di “affiliare” cittadini non israeliti e trasferire loro, con falsi
atti di donazione, le loro proprietà, in attesa di tempi migliori. Per quanto
riguarda il divieto di esercitare le libere professioni, esso venne subito
temperato in maniera così vasta da renderlo praticamente nullo. Infatti, la
legge stabiliva che le limitazioni sopra ricordate erano da osservarsi «salvo
casi di comprovata necessità e urgenza». Il che significa che i
professionisti ebrei potevano esercitare, sotto l'usbergo dei «casi di
necessità e di urgenza», a favore di tutti. E ciò, sia chiaro, accadde
regolarmente.
Le famigerate «Leggi
razziali» furono tutte qui.
A differenza di
quanto accadde in Germania, non ebbe pratica attuazione la precettazione per il
lavoro obbligatorio, né vennero istituiti distintivi speciali. Inoltre, in
Italia, non esistettero mai campi di concentramento per ebrei e tanto meno campi
di eliminazione. Solo allo scoppio della guerra, in nome delle più elementari
leggi di sicurezza, furono internati in una decina di campi, per lo più in
Italia meridionale, circa 15.000 ebrei stranieri, i quali attesero
tranquillamente la liberazione. I 55.000 ebrei italiani, fino alla caduta del
fascismo, non vennero mai toccati. I guai per essi incominciarono dopo l'8
settembre 1943, ma la responsabilità di ciò ricade unicamente su coloro che si
adoperarono per sovvertire l'ordine esistente, provocando la feroce reazione nei
nazisti traditi, malgrado gli sforzi di Mussolini e dei dirigenti della RSI.

|
Art.
8 - Fine essenziale della
politica estera della RSI
dovrà essere l'unità, l'indipendenza, l'integrità della Patria nei
termini marittimi e alpini segnati dalla natura, dal sacrificio di
sangue e dalla Storia. Termini minacciati dal nemico con l'invasione e
con le promesse da governi rifugiati di Londra. Altro fine essenziale
consisterà nel far riconoscere la necessità dello spazio vitale
indispensabile a un popolo di 45 milioni di abitanti sopra un'area
insufficiente a nutrirlo. Tale politica si adopererà inoltre per la
realizzazione di una comunità europea con la federazione di tutte le
nazioni che accettino i seguenti princìpi fondamentali:
| a)) |
eliminazione dei secolari intrighi britannici dal nostro continente; |
| b)) |
abolizione del sistema capitalistico interno e lotta contro le
plutocrazie mondiali; |
| c)) |
valorizzazione, a beneficio dei popoli
europei e di quelli autoctoni, delle risorse naturali dell'Africa, nel
rispetto assoluto di quei popoli, in specie musulmani che, come
l'Egitto, sono già civilmente e nazionalmente
organizzati. |
|
COMMENTO
- L'articolo in esame dice che il fine essenziale della politica estera della RSI
dovrà essere l'unità, l'indipendenza, l'integrità della Patria nei termini
marittimi e alpini segnati dalla natura, dal sacrificio di sangue e dalla
Storia. In altre parole, la politica estera della Repubblica avrebbe dovuto
avere come meta irrinunciabile la conservazione integrale dei risultati della
guerra vittoriosa del 1915-1918.
Quando l'Inghilterra
entrò nell'ultimo conflitto, nel 1939, lo fece, disse Churchill, per difendere
la libertà, l'indipendenza e il diritto di autodeterminazione dei popoli (in
realtà perché aveva paura che la Germania nazionalsocialista, con la forza
delle sue armi e con quella ben più pericolosa delle sue conquiste, mutasse
radicalmente lo status quo europeo). A parte che i beni supremi sopra
nominati, per i quali si può ben fare una guerra, sono stati ferreamente
mantenuti, come ognuno sa, a polacchi, lettoni, estoni, lituani, cecoslovacchi,
bulgari, romeni, ungheresi, i quali, attualmente, vivono più felici dei nostri
progenitori nel Paradiso Terrestre e non finiscono di ringraziare l'Inghilterra
e l'America per averli consegnati alla Russia. Per quanto riguarda la povera
Italia, Churchill barattò con i vari governi rifugiati a Londra, in cambio di
uomini da mandare al macello, anche parti della nostra Patria, come ben sanno i
profughi della Venezia Giulia, gli italiani che dovettero lasciare la Libia e
l'Africa Orientale, e Briga e Tenda, e le Isole dell'Egeo, e l'Alto Adige che è
sempre in pericolo. E tutto, sempre in nome della libertà, della democrazia
ecc. ecc.
Lo
spazio vitale - L'articolo in esame continua: «Altro
fine essenziale consisterà nel far riconoscere la necessità dello spazio
vitale indispensabile a un popolo di 45 milioni di abitanti sopra un’area
insufficiente a nutrirlo».
Qui Mussolini tocca
il problema dello spazio vitale. Fin dall'inizio della sua vita politica
egli sostenne sempre la necessità di rivedere e correggere gli errori del
Trattato di Versaglia, per il quale l'Italia, pur uscita vittoriosa dalla
guerra, era stata umiliata e condannata, assieme alla Germania, a lento
soffocamento entro confini troppo angusti. Si dirà che Mussolini volle tenere
chiusa la valvola dell'emigrazione, contrariamente a quanto fecero e fanno
tuttora i governi “democratici”, i quali, ogni tanto, annunciano trionfanti
che in Italia la disoccupazione è debellata. Sarà bene dire, e magari forse
una volta per tutte, che la diminuzione della disoccupazione nel nostro Paese,
se c'è, è dovuta per il 90 per cento a gente che va via, lavoratori rifiutati
da questa società del benessere, obbligati a portare le loro energie e talvolta
le loro ossa a procurare ricchezza a gente sconosciuta che spesso li disprezza,
o addirittura li uccide. Chi ha fatto quella vita sa quale profonda amarezza
alberghi nell'animo degli emigranti e, attualmente, sono milioni. Però, come
diceva il povero Guareschi, qui in Italia, tutto bene. Basta che la bilancia dei
pagamenti non sia troppo in passivo grazie anche a quelle rimesse di denaro che
grondano sangue e lacrime.
La
comunità europea -
«Tale politica si adopererà, inoltre, per la realizzazione di una comunità
europea con la federazione di tutte le nazioni».
Ecco che nella mente
di Mussolini appare la visione dell'Europa unita. Non credano di averla
inventata i federalisti attuali. Essa è un sogno vecchio. Prima di Mussolini
l'avevano sognata Mazzini e Napoleone e altri ancora. Comunque Mussolini la
indica come uno dei traguardi principali della politica estera della RSI.
Ma cediamo la parola allo stesso Mussolini che così commenta: «...A questo
punto occorre dire una parola sull’Europa e relativo concetto. Non mi attardo
a domandarmi che cosa è questa Europa, dove comincia e dove finisce dal punto
di vista geografico, storico, morale, economico; né mi chiedo se, oggi (1943
- n.d.r.), un tentativo di unificazione abbia miglior successo dei
precedenti. Ciò mi porterebbe troppo lontano. Mi limito a dire che la
costituzione di una comunità europea è auspicabile, ma tengo a dichiarare in
forma esplicita che noi non ci sentiamo italiani in quanto europei ma ci
sentiamo europei in quanto italiani. Come la nazione è la risultante di
milioni di famiglie che hanno una fisionomia propria anche se posseggono il
comune denominatore nazionale, così nella comunità europea ogni nazione dovrebbe entrare come un’entità ben definita, onde evitare che la comunità
stessa naufraghi nell’internazionalismo».
Sono parole chiare,
cristalline. No, quindi, alle teorie internazionaliste dei marxisti, ma Europa
unita nel rispetto della peculiarità dei singoli popoli.
Sono concetti che
anche dopo Mussolini sono rimasti validi. Quale condizione per la realizzazione
di tali obiettivi, Mussolini poneva le seguenti condizioni:
| a)) |
Eliminazione
dei secolari intrighi britannici dal continente. |
|
Ricordare che l'Inghilterra
ha sempre intrigato in Europa per mantenere fra Stati europei quel balance of
power o equilibrio delle forze per cui non è permesso ad alcuna nazione di
emergere sulle altre. E quando qualche Stato europeo, nel corso dei secoli, si
permise di levare il capo, l'Inghilterra ha scatenato la guerra. La massima
parte dei conflitti succedutisi in Europa — e sono stati tanti! — ha questa
origine. |
| b)) |
Abolizione
del sistema capitalistico interno e lotta contro le plutocrazie mondiali. |
|
Qui affiora il
concetto mussoliniano che il lavoro e non l'oro costituirà la base della vita e
dell'avvenire dei popoli. Concetto non originale perché, prima di Mussolini, lo
stesso Lenin, con una boutade paradossale ma significativa, decenni
prima, aveva affermato che con l'oro un giorno si rivestiranno i gabinetti di
decenza. |
| c)) |
Valorizzazione
a beneficio dei popoli europei e di quelli autoctoni delle risorse naturali
dell'Africa, nel rispetto assoluto di quei popoli, in specie musulmani che, come
l'Egitto, sono già civilmente e nazionalmente organizzati. |
|
È una prospettiva
nuova per la storia, che balza dalla mente lungimirante di Mussolini, a indicare
la via per la collaborazione feconda con i popoli africani di cui già egli
avvertiva i fremiti insopprimibili di indipendenza. Mussolini avverte che
l'epoca dei colonialismi sfruttatori è finita e si apre quella di una simbiosi
euro-africana utile per i popoli di ambedue i continenti. L'Italia, in
particolare, per la sua posizione geografica, gravita verso l'Africa, continente
dalle possibilità ancora lungi dall'essere completamente conosciute. Mussolini
pensava a questa collaborazione nel rispetto “assoluto” dei popoli africani
ai quali intendeva che l'Italia avrebbe potuto portare il contributo della sua
civiltà, del suo genio, del suo lavoro. |
Con l'articolo 9 e
successivi vengono affrontati i problemi del mondo del lavoro che erano e sono
rimasti enormi, scottanti, improcrastinabili, che investivano e investono non
solo l'Italia ma tutto il mondo. Si può affermare che lo studio e la soluzione
di tali problemi hanno costituito l'essenza della dottrina del fascismo e quindi
della RSI. Le indicazioni
scaturite dalla mente di Mussolini sono state copiate più o meno bene dai
legislatori sociali di tutto il mondo, nessuno dei quali, però, ha avuto il
coraggio di sviluppare fino in fondo le riforme indicate quali uniche soluzioni
possibili agli immensi problemi dell'umanità.
Perciò affermiamo
che tutte le dottrine sociali escogitate prima del fascismo sono state da questo
ampiamente superate; per questo gridiamo di essere, noi soli, capaci di indicare
la via giusta per la soluzione degli immensi problemi sociali che travagliano i
popoli.
E siamo facili
profeti quando diciamo che se tali problemi non verranno affrontati nel solo
modo giusto, che è il nostro, saranno certamente fonte di sciagure e di lutti
per l'umanità.
Abbiamo sempre
invitato gli avversari a leggere quanto siamo andati scrivendo su queste pagine.
Ora più che mai li invitiamo a seguirci, da persone intelligenti, cercando di
usare quel po' di raziocinio che venticinque anni di propaganda soporifera e di
lavaggio del cervello forse hanno loro lasciato.

Ecco cosa dice
l'articolo 9 del Manifesto di Verona:
|
Art.
9 - Base della Repubblica
Sociale Italiana e suo oggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico,
intellettuale, in ogni sua manifestazione. |
COMMENTO
- Il concetto di questo articolo è chiaro: “base” della Repubblica Sociale
Italiana è il lavoro, esplicato in qualsiasi forma. Lo Stato italiano,
imperniato su questo cardine fondamentale, era chiamato anche «Stato del
Lavoro».
Qualcuno potrebbe
oggi affermare che, per quanto riguarda i rapporti sociali, lo Stato del Lavoro
non è dissimile dall'attuale Repubblica che nel primo articolo della
Costituzione vigente si dice «fondata sul lavoro».
In realtà, come
appare a un attento esame del significato delle parole, i due concetti sono
molto diversi. L'Italia attuale è (o dovrebbe essere) fondata sul
lavoro. La RSI poneva il lavoro
addirittura come base dello Stato. Si vede subito che c'è una grande
differenza. L'attuale Costituzione, in sostanza, ha lasciato inalterati i
rapporti tra capitale e lavoro, mentre la RSI
attribuiva una chiara e assoluta preminenza del lavoro rispetto al capitale, il
quale era considerato soltanto uno “strumento” del lavoro. L'attuale
Costituzione, intorno alla quale hanno tanto studiato i cervelloni specialisti
di democrazia, ha lasciato i lavoratori alla mercé del sistema capitalista. È
stata la più grande beffa elargita ai lavoratori. Le lotte sociali che dalla
fine della guerra travagliano l'Italia ne sono le logiche e tragiche
conseguenze.
È arcinoto — ma
bisogna sempre ripeterlo — che la dottrina marxista, con la frase altisonante
del «potere proletario», intende sostituire al capitalismo privato quello di
Stato, e il lavoratore non si accorge che per lui, in sostanza, cambierebbe poco
o nulla, in quanto anche in regime marxista, nella gestione della cosa pubblica,
egli conta sempre zero. Infatti, cosa viene in tasca all'operaio se il
“padrone” invece che essere una persona fisica è lo Stato impersonato da un
gruppo di burocratici? Che cosa cambia per lui se la ricchezza che egli produce
deve andare ad arricchire «lo Stato» che per lui è una cosa astratta e a lui
che fatica vengono riservate solo le briciole? Se i nostri avversari avessero un
po' di facoltà di raziocinio capirebbero che dopo sessant'anni di regime
marxista gli operai dei Paesi socialisti, i quali, secondo essi, vivono in una
società quasi perfetta, hanno meno, molto meno di coloro che si dicono
“sfruttati” dai capitalisti!
Qualcuno chiederà
quale sarebbe stata la posizione dei capitalisti nella Repubblica Sociale
Italiana. Ecco: il capitale privato sarebbe stato considerato come semplice
strumento di lavoro e come tale sarebbe stato trattato. I capitalisti, come
tali, non avrebbero avuto alcun diritto di rappresentanza nello Stato del
Lavoro, ma il loro capitale, considerato come strumento di lavoro, sarebbe stato
tutelato (non distrutto, come vorrebbero le teorie marxiste). Per quanto
riguarda il diritto di rappresentanza politica, esso sarebbe spettato ai
cittadini solo in quanto lavoratori, cioè apportatori di utile alla società.
Ciò, ovviamente, non avrebbe portato alla scomparsa della proprietà o del
capitale privato (come avvenne nei Paesi socialisti) perché essi sono frutto
del lavoro e del risparmio. Perciò essi sarebbero stati opportunamente tutelati
e incoraggiati, ma anche regolamentati e sorvegliati affinché non potessero
trasformarsi in mezzi di potere e di sfruttamento. Di questo torneremo a parlare
più diffusamente in seguito.
Ci preme, qui,
sottolineare ancora il carattere profondamente rivoluzionario di questi
concetti, superanti di gran lunga le teorie marxiste e ogni altra teoria.
Il governo
democratico italiano si è gloriato di aver partorito una delle massime (secondo
lui) conquiste sociali degli ultimi tempi: «Lo Statuto dei lavoratori». Ne
prendiamo atto, ma facciamo notare che trent'anni prima gli operai avevano la
«Carta del Lavoro» che venne loro tolta nel 1945 solo perché “fascista”.
Dopo 25 anni, non si è trovato di meglio che di ridargliela sotto altro nome e
forse copiata male.
|
Art.
10 - La proprietà privata,
frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della
personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa però non deve
diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri
uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro. |
COMMENTO
- L'articolo in esame si può dividere in due parti: la prima enuncia il
concetto di “proprietà”, lo considera legittimo e ne afferma la garanzia da
parte dello Stato; la seconda illustra come deve essere inteso tale concetto e a
quali condizioni lo Stato lo garantisce nella realtà.
Se confrontiamo il
concetto di proprietà enunciato dalla dottrina della RSI con quello espresso dal marxismo, scorgiamo immediatamente l'abisso che
li separa. Il marxismo afferma che «la proprietà è un furto»; la RSI
proclama che la proprietà, quando è raggiunta onestamente, è «frutto del
lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana».
È noto che, in gergo
comunista, colui che possiede la “proprietà” viene chiamato
spregiativamente “capitalista” e come tale è additato quale nemico del
popolo, da combattere, da annientare, da togliere di mezzo.
Secondo la nostra
dottrina, vi è grande differenza tra “proprietario” e “capitalista”.
Vediamo qual è questa differenza.
Secondo la
RSI,
infatti, il capitalista “nemico del popolo” è colui che usa il capitale
all'unico scopo di produrre ricchezza per sé, non partecipando al processo
produttivo della nazione, e cercando, in questa sua attività, di sfruttare al
massimo il lavoro altrui, spinto a ottenere il massimo guadagno con la minima
spesa e a ottenere dai lavoratori il massimo rendimento dietro corresponsione
della minima retribuzione.
Da questa definizione
del “capitalista” appare evidente la grossolanità della dottrina marxista
giacché è evidente che non tutti i “proprietari” possono definirsi
“capitalisti”. Come detto sopra, essi si differenziano a seconda dell'uso
che fanno dei loro beni: cioè essi possono essere risparmiatori e apportatori
di capitale, oppure veri e propri capitalisti.
In particolare, i
primi sono coloro che accantonano i frutti del loro lavoro senza immetterlo nel
ciclo produttivo (ma, attraverso le banche, danno allo Stato il modo di farlo).
I secondi sono coloro
che impiegano il loro capitale nel processo produttivo, senza però intervenire
direttamente nella gestione di esso, con il quale sono collegati solo da un
rapporto di credito.
Gli ultimi, come si
è detto, sono coloro che usano il capitale come mezzo di speculazione e di
sfruttamento. Costoro soltanto sono da condannare e da combattere perché sono
«disintegratori della personalità fisica e morale di altri uomini attraverso
lo sfruttamento del lavoro».
A questa affermazione
ci sembra udire la voce di qualche “competente” che sentenzia che se viene a
mancare l'interesse speculativo, il risparmiatore non sarà più portato a
investire il suo capitale. A tale obiezione la risposta è facile: il capitale
immesso nel ciclo produttivo dovrà dare interessi maggiori rispetto a quello
tenuto inerte nei forzieri. Questi interessi saranno altresì proporzionati al
rischio dell'impresa, anche se essi saranno sempre contenuti entro determinati
limiti affinché non assumano aspetti di sfruttamento.
A tali condizioni e
solo a tali condizioni la Repubblica Sociale Italiana avrebbe garantito la
proprietà, perché — ripetiamo — per essa la “proprietà” significava
quel complesso di beni mobili, immobili, finanziari ecc., necessari ai
lavoratori per produrre altri beni di utilità comune.
Come è trattata,
invece, la “proprietà” dall'attuale Repubblica Democratica Italiana? Non
vogliamo dare noi la risposta per non sembrare faziosi. Vorremmo che i lettori
stessi, meglio se avversari, ponessero la domanda al primo proprietario che
incontrassero uscendo di casa. Facciamo loro grazia delle parolacce e peggio che
sentirebbero uscire dalla sua bocca.
Oggi, nel clima di
democrazia scivolante verso la dittatura comunista, negatrice della proprietà,
la medesima viene calpestata e avvilita in ogni maniera. Tasse, imposte,
balzelli a non finire gravano sulle spalle di chi possiede qualche cosa, specie
se poca cosa. L'inflazione, giacché oggi possiamo incominciare a parlare
apertamente anche di questa piaga che si abbatte sull'Italia, benché nessuno ne
voglia parlare, annulla gli interessi offerti dallo Stato, dalle Banche o dalla
Posta e corrode lo stesso capitale depositato. I titoli azionari sono
pesantemente tassati e sono scarsamente remunerativi.
Allora cosa succede?
Succede che il grosso proprietario fa “fuggire” i suoi capitali all'estero
dove trova condizioni di reddito migliori, e il piccolo, laborioso, economo
risparmiatore è preso dalla sfiducia. Allora dice a se stesso: «Perché
risparmiare? Perché sottoporre la famiglia a sacrifici? Perché pensare al
domani?». Ed ecco spiegata la corsa al divertimento, alle spese superflue fatte
a cuor leggero, senza preoccuparsi se si riuscirà a pagare le cambiali firmate
con faciloneria. Chiamano tutto questo civiltà dei consumi, benessere
economico. Noi la chiameremmo civiltà dei debiti e malessere economico.
Ciò che rattrista è
che il popolo sia abbacinato dalla rosea illusione che scaltri cialtroni
politici da anni gli fanno luccicare davanti alle pupille miopi. I nodi, però,
stanno venendo al pettine. Allora, troppo tardi, si vedrà quanto noi avevano
ragione.
Concludiamo
affermando che è giusto e doveroso combattere il capitalismo sfruttatore, ma è
errato farlo nel modo voluto dai marxisti i quali finiscono col sostituire alla
persona fisica del capitalista sfruttatore uno Stato supercapitalista e
supersfruttatore, disintegratore della personalità fisica e morale del popolo.

|
Art.
11 - Nell'economia nazionale,
tutto ciò che, per dimensioni o funzioni, esce dall'interesse singolo
per entrare nell'interesse collettivo, appartiene alla sfera d'azione
che è propria dello Stato. I pubblici servizi e, di regola, le
fabbricazioni belliche, devono venire gestiti dallo Stato, a mezzo di
Enti pubblici. |
COMMENTO
- L'economia nazionale, oggi, è qualche cosa di ibrido che sta tra le teorie
liberali e quelle socialiste. Da una parte abbiamo un'iniziativa privata,
coraggiosa e preparata, che ha fatto progredire il Paese, lavora con tenacia e
crea la ricchezza; dall'altra parte, accigliato e sospettoso, uno Stato —
dalle strutture antiquate — teso a ostacolare e a sfruttare gli sforzi dei
suoi cittadini più attivi.
Commentando il
precedente articolo abbiamo affermato che la nostra Dottrina ci insegna a
rispettare e a incoraggiare l'iniziativa privata, come manifestazione della
personalità umana. Però, la nostra Dottrina, con il presente articolo, dice
che, allo scopo di evitare che una persona singola o la volontà di
un'oligarchia possa diventare tiranna e arbitra della vita delle persone
subordinate, come si verifica oggi, in piena democrazia, nelle grandi industrie,
il rapporto di lavoro — che è un fatto economico — esce dall'interesse dei
singoli o dei pochi per entrare nell'interesse collettivo. Esso entra nella
sfera di competenza dello Stato il quale ha il dovere di intervenire per
regolarne i rapporti e le controversie, al fine di evitare che il lavoratore
diventi uno sfruttato e che il datore di lavoro si trasformi in sfruttatore.
È evidente che la
nostra teoria contrasta con quella professata al riguardo dai liberali e dai
marxisti. I democristiani non hanno alcuna teoria. Infatti, i primi concepiscono
l'economia regolata unicamente dalla legge della domanda e dell'offerta,
calpestando il valore umano del prestatore d'opera. Dall'applicazione di tali
teorie, nei secoli scorsi, nacquero le classi sociali, gli sfruttatori e gli
sfruttati, si sviluppò l'odio di classe, conseguenza delle immancabili
ingiustizie sociali, si esasperò il tormento delle classi lavoratrici
condannate alla miseria, vennero creati i presupposti al sorgere e al
diffondersi di quel socialismo che Marx codificò ne Il Capitale.
Le teorie liberali
furono la causa del socialismo e del comunismo. Se il mondo del secolo XIX non
fosse stato impostato sulle teorie economiche liberali, Carlo Marx sarebbe un
filosofo noto soltanto a pochi studiosi in cerca di curiosità.
A questo punto,
immaginiamo qualcuno porsi la domanda: «Ma insomma, quali sono le differenze
sostanziali tra lo Stato economico e sociale dei liberali, dei comunisti e
quello auspicato da voi?».
Il discorso dovrebbe
essere lungo e lo potrebbe fare l'onorevole Fanfani che, durante il famigerato
ventennio, prima di voltare gabbana, insegnava economia corporativa, cioè
fascista. Comunque, si può dire, molto a grandi linee, che lo Stato liberale è
uno Stato amministratore, che lascia piena autonomia alle forze capitaliste di
determinare le situazioni economico-sociali.
Lo Stato comunista è
lo «Stato padrone», che non solo regola l'economia generale, ma interviene
nella gestione delle aziende stabilendo un rapporto immediato tra il lavoratore
e lo Stato.
Lo Stato come lo
vogliamo noi, invece, pur intervenendo a regolare la produzione sul piano
nazionale, si arresta alle soglie dell'azienda lasciando libera, in questa,
l'iniziativa privata.
Oggi vediamo
prepotenze rosse e soprusi padronali. Scioperi e serrate si succedono ormai
senza soluzione di continuità, ormai la situazione nel mondo del lavoro è
sfuggita di mano ai governanti che assistono immobili agli avvenimenti sempre
più incontrollati e sempre più tragici che, se va avanti così, porteranno
fatalmente alla guerra civile.
Il secondo capoverso
dell'articolo in esame dice che «i pubblici servizi e, di regola, le
fabbricazioni belliche, devono venire gestiti dallo Stato, a mezzo di Enti
pubblici».
Questa è la
direttiva per una prima attuazione pratica di quanto annunciato nella prima
parte dell'articolo. Infatti, i servizi pubblici — le fabbricazioni belliche
sono servizi pubblici per eccellenza —, essendo di interesse collettivo, non
possono essere alla mercé di interessi privati. È ovvio. In Italia, invece,
oggi, dopo quasi quarant'anni di democrazia, ci sono ancora trusts e
monopoli, oligarchie ed eminenze grigie, opulenza sfacciata e miseria, palazzi
sontuosi e baracche fetide, gaudenti e disperati, demagogia e prepotenza, odio e
filantropia ipocrita. Fino a quando?

|
Art.
12 - In ogni azienda
(industriale, privata, parastatale, statale), le rappresentanze dei
tecnici e degli operai coopereranno intimamente — attraverso una
conoscenza diretta della gestione — all'equa fissazione dei salari,
nonché all'equa ripartizione degli utili tra il fondo e la riserva, il
frutto al capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi da
parte dei lavoratori. In alcune imprese ciò potrà avvenire con
un'estensione delle prerogative delle attuali Commissioni di Fabbrica;
in altre, sostituendo i Consigli di Amministrazione con Consigli di
Gestione composti da tecnici e da operai con un rappresentante dello
Stato. In altre ancora, in forma di cooperative parastatali. |
COMMENTO
- Noi consideriamo questo e il successivo articolo 13 come i più importanti dei
«18 punti di Verona». Dalle densissime righe deriva tutta la legislazione del
lavoro della RSI, legislazione che
— lo ricordino bene gli immemori — è stata parafrasata, se non addirittura
copiata, da tutti gli Stati socialmente più progrediti, ma è ignorata in
Italia, ove ha visto la luce.
Questo è l'articolo
della “socializzazione”, la parola che nessun avversario vuole sentir
pronunciare, che fa rizzare i capelli ai demagoghi dei partiti
“democratici”, parola che “fa paura”. Perché? Perché la
“socializzazione”, se attuata, renderebbe un non senso la lotta di classe,
sulla quale, unicamente, essi si reggono e senza la quale non avrebbero
alcuna ragione di esistere. La nostra dottrina supera tutte le dottrine di tutti
i partiti, perché, essendo l'ultima in ordine di tempo, sintetizza, corregge e
perfeziona tutte le teorie che l'hanno preceduta e risolve tutti i problemi che
esse lasciarono insoluti. Questa è l'unica strada da battere, in campo sociale,
e dovrà essere battuta, non solo per il mondo del lavoro italiano, ma per
quello di tutto il mondo. Non è eliminando una o più classi sociali, come
avvenne nei Paesi a conduzione marxista, che si risolvono i problemi del mondo
del lavoro.
Immaginiamo che
qualcuno si chiederà: «Ma insomma, che cosa è, in sostanza, questa
socializzazione?».
Lo spieghiamo subito,
anche se, necessariamente, in maniera sintetica, anticipando che i princìpi che
esporremo sono i più rivoluzionari e nello stesso tempo i più umani che siano
scaturiti dalla mente dell'uomo.
La
“socializzazione”, dunque, è un principio politico (cioè morale, sociale
ed economico), per cui il lavoratore, nella sua piena individualità spirituale
e materiale, viene a essere l'oggetto primario dello Stato e il soggetto
dell'economia.
La definizione della
socializzazione, come si vede, pone l'accento sulla piena individualità del
lavoratore. Che cosa vuol dire? Vuol dire che la socializzazione non considera
il lavoratore esclusivamente come un numero facente parte della massa (come
vorrebbe la dottrina marxista), ma intende valorizzarlo come individuo,
riconoscendo a ciascuno proprie particolari esigenze e capacità (cioè diritti
e doveri). La socializzazione è anche un sistema regolatore dei rapporti che
intercorrono tra capitale e lavoro, per cui il primo viene a essere strumento
del secondo e per il quale sistema il lavoratore, sul piano sociale, viene a
gestire direttamente l'azienda e, sul piano economico, partecipa alla
ripartizione degli utili.
L'azienda viene
socializzata quando viene gestita contemporaneamente dalla rappresentanza del
capitale e dei lavoratori, togliendo la gestione stessa all'arbitrio dei
capitalisti.
Capitalista è colui
che usa il capitale al solo scopo di produrre ricchezza per sé, non
partecipando direttamente al processo produttivo, cercando di sfruttare il
lavoro altrui per ottenere i massimi guadagni con le minime spese e ottenere dai
lavoratori il massimo rendimento corrispondendo la minima retribuzione.
Questo, nell'azienda
socializzata, non potrà verificarsi perché l'azienda, gestita anche dai
lavoratori, terrà nella massima considerazione, assieme agli interessi
dell'azienda stessa, i bisogni delle categorie e, soprattutto, perché gli utili
non andranno soltanto all'apportatore del capitale, ma saranno divisi fra questo
e i lavoratori.
I possessori di
capitale si distinguono in tre categorie: risparmiatori, apportatori di capitale
e capitalisti veri e propri.
I risparmiatori sono
coloro che accantonano i frutti del loro lavoro senza immetterlo nel ciclo
produttivo; gli apportatori di capitale sono coloro che impiegano il loro denaro
in aziende, senza intervenire nella gestione di queste, con le quali sono
collegati soltanto da un rapporto di credito. Gli ultimi, i capitalisti, come
detto sopra, sono coloro che usano il capitale come mezzo di speculazione e di
sfruttamento.
Qualcuno potrà
osservare che, venendo a mancare l'interesse speculativo, il risparmiatore non
sarà più portato a investire il suo capitale. A questa obiezione rispondiamo
che il capitale immesso nel ciclo produttivo dovrà dare interessi maggiori di
quello depositato negli istituti di credito. Tali interessi dovranno essere
proporzionali al rischio dell'impresa, anche se essi saranno contenuti entro
determinati limiti, continuamente aggiornati dagli organi statali di controllo.
La
proprietà - La proprietà privata non verrà a scomparire
perché da noi è considerata come frutto del lavoro e del risparmio individuale
ed è un'integrazione della personalità umana. Essa dovrà essere garantita
dallo Stato. Allora, e solo così, il capitale adempierà alla sua funzione, che
è quella di permettere ai lavoratori di produrre nuovi beni a beneficio di
tutta la collettività.
Il
lavoro - Il lavoro, nell'azienda socializzata, dovrà
essere il soggetto dell'economia. Il capitale dovrà essere messo al suo
servizio in quanto il lavoro va inteso come mezzo per contribuire al benessere
della collettività e al potenziamento della Nazione. Il lavoro è un'attività
di carattere pubblico e perciò, come tale, va tutelato e controllato dallo
Stato.
Ovviamente,
nell'impresa socializzata, i lavoratori non saranno tutti retribuiti alla stessa
maniera. Ognuno percepirà una retribuzione giusta, in rapporto alle funzioni e
al lavoro esplicato, dato che i lavoratori non sono tutti uguali (noi
respingiamo il concetto di uguaglianza: solo davanti a Dio e alla Legge siamo
uguali). Infatti, se è giusto che ognuno abbia il minimo necessario alla vita,
è anche giusto che chi più produce abbia maggior retribuzione.
La
retribuzione - La retribuzione del lavoro, nell'azienda
socializzata, sarà composta da due parti: una fissa e una variabile. La parte
fissa sarà data dalla retribuzione stabilita secondo le tariffe nazionali,
mentre la parte variabile risulterà dalla divisione degli utili dell'azienda.
In tale modo saranno sempre garantiti i minimi di paga stabiliti su scala
nazionale, mentre la maggior retribuzione dovuta alla ripartizione degli utili
sarà proporzionale al rendimento.
Questa, a grandi
linee, è l'idea di socializzazione, la quale, ripetiamo, è l'unica via da
percorrere per la soluzione di tutti i problemi che travagliano il mondo del
lavoro, altrimenti insolubili.
Qualcuno dirà che
nei Paesi marxisti tali problemi sono stati risolti. Noi rispondiamo che non è
vero, perché non è che lassù i lavoratori stiano meglio che da noi; è
perché chi si azzarda ad alzare il capo scompare dalla circolazione.

|
Art.
13 - Nell'agricoltura
l'iniziativa privata del proprietario trova il suo limite là dove
l'iniziativa stessa viene a mancare. L'esproprio delle terre incolte
delle aziende mal gestite può portare alla lottizzazione fra braccianti
da trasformare in coltivatori diretti, o alla costituzione di aziende
cooperative, parasindacali o parastatali, a seconda delle varie esigenze
dell'economia agricola. Ciò del resto è previsto dalle leggi vigenti,
alla cui applicazione il partito e le organizzazioni sindacali stanno
imprimendo l'impulso necessario. |
COMMENTO
- Relativamente all'organizzazione dell'agricoltura il testo costituzionale
mussoliniano riprende il tema della collaborazione sociale fra i produttori,
punto base al superamento della classe e all'individuazione di una nuova, più
efficiente e più moralmente valida categoria di lavoratore nazionale.
L'espressa attualità
della proposta di cui al Manifesto di Verona (oggi una proposta, allora
principio legislativo fondamentale dello Stato) è verificabile non solo
confrontando lo sforzo legislativo che è seguito al dopoguerra da parte del
Parlamento italiano, ma anche addirittura prendendo visione delle stesse
richieste sindacali avanzate sia dalla Federazione coltivatori diretti, sia da
altri enti e organizzazioni in un ventennio di lotte.
Del programma
mussoliniano questa Repubblica realizzò in ventisei anni appena qualche
marginale spunto programmatico con la legge stralcio sulla riforma fondiaria e
con la legislazione speciale vincolistica agraria in materia di mezzadria e di
affitto a coltivatore diretto.
Le stesse provvidenze
legislative, che vanno comunemente sotto il nome «primo e secondo piano
verde», sia sotto il profilo della facilitazione creditizia per l'acquisto
della piccola proprietà contadina, sia sotto il profilo del credito a breve
termine per l'esercizio aziendale, sono da considerare nulla più che
provvedimenti settoriali, inadeguati a un riordinamento globale della categoria,
inefficaci comunque a una soluzione pianificatoria dei molteplici problemi della
nostra precaria economia agricola.
La verità è che
ogni pianificazione non può derivare dal compromesso, ma presuppone una visione
unitaria, come a dire una visione innanzitutto etica del problema e,
conseguentemente, tale da realizzare una valida spinta politica ed economica in
tutto il mondo dei produttori.
Il capoverso
brevemente commentato getta una luce chiarissima sulla severa e storicamente pur
valida analisi del mondo agricolo fatta da Benito Mussolini nel momento in cui,
tra gli ultimi bagliori della seconda guerra mondiale, l'Italia si presentava al
suo spirito come un grande cuore capace di quella vitalità che, pur nel
disordine, caratterizza ancor oggi la tensione produttiva e civile della gente
dei campi.
In tal senso i «18
punti di Verona» sono ora più che mai un testo valido come momento spirituale,
come indicazione politica, come atto di superiore onestà nei confronti del
mondo della produzione.

|
Art.
14 - È pienamente
riconosciuto ai coltivatori diretti, agli artigiani, ai professionisti,
agli artisti, il diritto di esplicare le proprie attività produttive,
individualmente, per famiglie o per nuclei, salvo gli obblighi di
consegnare agli ammassi le quantità di prodotti stabilite dalla legge o
di sottoporre a controllo le tariffe delle prestazioni. |
COMMENTO
- Questo articolo si può dividere in due parti. La prima, coerentemente con
tutta la dottrina del fascismo, riguarda la valorizzazione della personalità
umana che si estrinseca principalmente nella produttività intesa nel senso più
lato. Infatti la RSI riconosce
«pienamente», cioè in modo totale, assoluto, alle varie categorie che possono
esplicare un lavoro indipendente — coltivatori diretti, artigiani,
professionisti, artisti — il diritto (a cui tra poco, come vedremo,
corrisponderà un dovere) di attendere alle proprie attività produttive, o
individualmente, o per famiglie o per nuclei.
Le
cooperative - Che cosa si intende con l'espressione «per
nuclei»? Si intendono le «comunità di lavoratori», cioè le cooperative. La
RSI postulava un grande impulso a
questa istituzione socio-economica. Si dirà: anche i socialisti e i comunisti,
nei loro ordinamenti, prevedono le cooperative; in Emilia, per esempio, hanno
avuto e hanno notevole sviluppo.
È verissimo, ma fra
la concezione cooperativistica marxista e quella fascista c'è una differenza di
fondo.
Le cooperative rosse,
così come sono oggi strutturate in Italia, si proclamano, ma non sono marxiste.
In Russia non sarebbero permesse. In Emilia e altrove, le cosiddette cooperative
rosse sono essenzialmente cooperative di consumo, da cui il Partito comunista
pompa parte dei suoi fondi, alle spalle dei lavoratori.
Le cooperative cui
vogliamo accennare noi sono quelle di lavoro. In Trentino abbiamo forme di
cooperative di consumo più antiche di quelle sorte in Emilia, che funzionano
egregiamente e che non sono certo comuniste o socialiste. Anche in questo campo,
Marx non ha insegnato nulla di nuovo.
La formula
cooperativistica di lavoro, originale, proposta dalla RSI
è quella dell'autogestione da parte degli operai, con il contributo del
capitale, dell'esperienza e dell'intelligenza del padrone. Linguaggio strano,
questo, per le orecchie dei politici odierni, ma sono princìpi che dovranno
essere recepiti, capiti e attuati, specie dalla parte padronale, se non si
vorrà cadere sotto la fredda, pesante e annullatrice burocrazia statale.
Naturalmente, allo
Stato, i produttori avrebbero dovuto riservare una parte della loro produzione,
o in natura, come era più comodo fare durante la guerra, o in denaro, come
avviene oggi. Nei Paesi socialisti, invece, lo Stato si prende tutto.
Controllo
delle tariffe professionali - La seconda parte dell'articolo
in esame prevede la necessità di sottoporre a controllo le tariffe delle
prestazioni, ovviamente, per evitare abusi. Chi non si sentirebbe, oggi, di
sottoscrivere un'ordinanza del genere? Si dirà che vi sono leggi che
impongono, specie ai professionisti, di applicare tariffe prestabilite, ma
faremmo ridere se affermassimo che tali leggi vengono sempre e da tutti
osservate. Come potrebbe lo Stato effettuare un efficace controllo sulle tariffe
applicate? Lo potrebbe, e sarebbe anche abbastanza semplice. Senza spremersi le
esauste meningi, basterebbe che i nostri maldestri governanti copiassero ciò
che è stato fatto in merito in altri Paesi, anche non socialisti.
Ma, pure questo, in
questa Italia democristiansocialcomunista, è argomento tabù.

|
Art.
15 - Quello della casa non è
soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà. Il
Partito iscrive nel suo programma la creazione di un Ente nazionale per
la casa del popolo, il quale, assorbendo l'istituto esistente e
ampliandone al massimo l'azione, provveda a fornire in proprietà la
casa alle famiglie dei lavoratori di ogni categoria, mediante diretta
costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto delle esistenti. In
proposito è da affermare il principio generale che l'affitto, una volta
rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto, costituisce titolo
di acquisto. Come primo compito, l'Ente risolverà i problemi derivanti
dalle distruzioni di guerra, come requisizione e distribuzione di locali
inutilizzati e con costruzioni provvisorie. |
COMMENTO
- Nel momento particolarmente difficile della vita politica ed economica che
l'Italia sta attraversando, mentre da ogni parte si alzano le grida di coloro
che vogliono «tutto e subito», mentre i problemi riguardanti le cosiddette
«riforme», fra le quali quella della casa, sono da quarant'anni insoluti, e,
così come sono impostati, rimarranno irrisolvibili, il commento al quindicesimo
articolo del Manifesto di Verona cade a proposito.
Sfrondato da ogni
considerazione particolare attinente al momento storico in cui esso venne dato
dall'Italia e al mondo, l'articolo può essere sintetizzato in due frasi: «Quello
della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla
proprietà», e l'affermazione mai prima udita e di
portata rivoluzionaria che «l’affitto, una volta rimborsato il capitale e
pagatone il giusto frutto, costituisce titolo di acquisto».
Non v'è chi non veda
l'attualità dei princìpi sopra menzionati. Essi sono talmente nuovi e
rivoluzionari che nessuno dei sedicenti partiti democratici e progressisti è
stato capace di farli suoi. Il che vuol dire che noi, anche in questo campo,
siamo all'avanguardia. Infatti, noi affermiamo che coloro i quali col lavoro, di
qualsiasi genere, contribuiscono alla prosperità delle Nazione, non solo
possono aspirare ad avere un tetto, ma hanno «diritto alla proprietà
della casa».
Oggi si crede che il
problema delle abitazioni si possa risolvere soltanto mediante massicci
programmi di costruzioni popolari, simili a giganteschi alveari, dislocati alle
estreme periferie delle città. Non si pensa e non ci si rende conto di quali
problemi solleverebbero questi programmi se venissero attuati. Essi sono già
sul tappeto laddove si è tentato di fare qualche cosa: problemi di traffico, di
trasporti, di strade, di lontananza dalle famiglie. Per maggiori informazioni
parlate con qualcuno dei cosiddetti “lavoratori pendolari”. Inoltre i nostri
ineffabili reggitori non si sono accorti che quello della casa, oltre che i
problemi di cui sopra e problemi di spesa per le finanze pubbliche, investe
anche problemi psicologici importantissimi. Famiglie di giovani lavoratori,
nelle quali ci siano anziani, avranno molte difficoltà a trasferirsi in nuovi
quartieri periferici, ammesso che ci siano. L'uomo non è una bestia alla quale
si possa far cambiare stalla o volontà o a capricci di qualcuno, Stato o
sindacato che sia.
La vera soluzione del
problema, e siamo sicuri di essere nel giusto, non può essere che quella
indicata nell'articolo 15 del Manifesto di Verona: «L’affitto, una volta
rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto, costituisce titolo di
acquisto».
Solo in questo modo
si potrà risolvere il problema della casa e molti dei problemi che gli fanno
corollario; le città conserveranno le loro caratteristiche umane, il centro
delle città non sarà abitato, come si va verificando, soltanto da persone
anziane, e non si spopolerà a poco a poco. Inoltre si eviterebbero le
speculazioni sugli affitti, le finanze pubbliche sarebbero sollevate da spese
assai gravose e, nello stesso tempo, non si intaccherebbero gli interessi degli
antichi proprietari, i quali, essendo rimborsati dei capitali impiegati e del
relativo frutto, potrebbero dedicarsi ad altri investimenti.
Ma queste sono cose
troppo belle e troppo giuste per gli italiani che non sono capaci di vedere da
quale parte stia il loro vero bene e si perdono dietro a elucubrazioni
cervellotiche o dissennate di tribuni da strapazzo che vivono da nababbi alle
spalle dei lavoratori autentici.

|
Art.
16 - Il lavoratore è iscritto
d'autorità nel sindacato di categoria, senza che ciò impedisca di
trasferirsi in altro sindacato quando ne abbia i requisiti. I sindacati
convergono in un'unica Confederazione che comprende tutti i lavoratori,
i tecnici e i professionisti, con esclusione dei proprietari che non
siano dirigenti o tecnici. Essa si denominerà Confederazione Generale
del Lavoro, della Tecnica e delle Arti. I dipendenti delle imprese
industriali dello Stato e dei servizi pubblici formano sindacati di
categoria, come ogni altro lavoratore. Tutte le imponenti provvidenze
sociali realizzate dal Regime fascista in un ventennio restano integre.
La Carta del Lavoro ne costituisce il suo spirito, il punto di partenza,
per l'ulteriore cammino. |
COMMENTO
- Questo articolo è dedicato ai sindacati. Prevede, anzitutto, l'iscrizione
obbligatoria dei lavoratori a un sindacato unico. La disposizione farà
arricciare il naso a qualcuno. Però, prima di storcere il naso, sarebbe bene
che costoro considerassero, senza preconcetti, i danni che i vari sindacati
attuali hanno arrecato e stanno arrecando all'economia dell'Italia. Occorre
anche considerare che il Manifesto di Verona ha visto la luce in un momento in
cui gli eventi bellici richiedevano alla Nazione il massimo sforzo in ogni
settore e i risultati non si sarebbero potuti ottenere se non attraverso la più
compatta unità di tutte le energie tenute sotto vigile controllo.
Il capo III della
Carta del Lavoro stabiliva: «L'organizzazione sindacale e professionale è
libera, ma solo il sindacato legalmente riconosciuto, sottoposto al controllo
dello Stato, ha il diritto di rappresentare tutta la categoria di datori di
lavoro e di lavoratori per cui è costituito; di tutelare di fronte allo Stato e
alle altre associazioni professionali i loro interessi; di stipulare contratti
collettivi di lavoro obbligatori per tutti gli appartenenti alla categoria, di
imporre loro contributi e di esercitare rispetto a essi funzioni delegate di
interesse pubblico».
Questa clausola è
stata parzialmente, e peggiorativamente, accolta nella Costituzione attuale
(Cap. 39), ma i sindacati attuali perdono di vista gli interessi della
collettività, cioè dello Stato, per fare quelli, spesso demagogici, dei vari
partiti dai quali sono ispirati e ai quali i loro dirigenti aderiscono
apertamente seguendone le direttive.
I proprietari, cioè
i datori di lavoro, che non prestino attivamente la loro opera nell'azienda sono
esclusi dal sindacato di categoria per motivi evidenti. Essi faranno parte di
apposite associazioni «che avranno l'obbligo di promuovere in tutti i modi
l'aumento, il perfezionamento della produzione e la riduzione dei costi» (v.
Cap. VIII della Carta del Lavoro).
L'articolo in esame
afferma che «tutte le imponenti provvidenze sociali realizzate dal Regime
fascista in un ventennio restano integre». Quali sono? Le elenchiamo,
scusandoci se ne dimentichiamo qualcuna: la Magistratura del Lavoro, il minimo
di retribuzione, la regolamentazione dei compensi per il lavoro notturno,
festivo e per quello a cottimo, il riposo obbligatorio settimanale, le ferie
retribuite, le indennità di licenziamento e in caso di morte, il diritto alla
conservazione del posto di lavoro in caso di trapasso dell'azienda, la
disciplina del lavoro a domicilio, istituzione degli uffici di collocamento,
l'assicurazione obbligatoria sugli infortuni sul lavoro, il miglioramento e
l'estensione dell'assicurazione sulla maternità, l'assicurazione contro le
malattie professionali e la tubercolosi, l'assicurazione contro la
disoccupazione involontaria, le assicurazioni dotali per i giovani lavoratori,
l'assistenza di fabbrica attraverso appositi patronati, l'istruzione
professionale, l'Opera Maternità e Infanzia, il salario e le assicurazioni per
la vecchiaia ai sacerdoti, ecc.
Quasi tutte queste
“provvidenze” sono rimaste nell'attuale Costituzione, ma molte di esse non
sono state perfezionate e aggiornate mentre alcune sono rimaste solo sulla
carta.
Per tutto quello non
espressamente indicato, il sedicesimo punto del Manifesto di Verona rimanda alla
Carta del Lavoro del 1927 che viene considerata, nel suo spirito, come punto di
partenza per l'ulteriore cammino.

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Art.
17 - In linea di attualità il
Partito stima indilazionabile un adeguamento salariale per i lavoratori
attraverso l'adozione di minimi nazionali e pronte revisioni locali, e
più ancora per i piccoli e medi impiegati tanto statali che privati. Ma
perché il provvedimento non riesca inefficace e alla fine dannoso per
tutti, occorre che con spacci cooperativi, spacci d'azienda, estensione
dei compiti della “Provvida”, requisizioni di negozi colpevoli di
infrazioni e loro gestione parastatale e cooperativa, si ottenga il
risultato di pagare i viveri ai prezzi ufficiali. Solo così si
contribuirà alla stabilità dei prezzi e della moneta e al risanamento
del mercato. Quanto al mercato, si chiede che gli speculatori — al
pari dei traditori e dei disfattisti — rientrino nella competenza dei
Tribunali straordinari e siano passibili della pena di morte. |
COMMENTO
- Ancora una serie di provvedimenti urgenti a favore dei lavoratori. La loro
severità è giustificata dal periodo bellico, ma, tuttavia, costituivano una
chiara indicazione della strada da percorrere in futuro. Adeguamento immediato
dei salari, fissazione dei minimi di salario su scala nazionale con possibilità
di revisione e correzione in sede locale. Questo principio è stato accolto
nell'attuale “Statuto dei lavoratori” e viene attuato attraverso la
cosiddetta “scala mobile”. Però, a differenza dei reggitori attuali, il
legislatore di allora aveva capito che il provvedimento poteva riuscire
inefficace e alla fine dannoso per tutti se esso avesse innescato, come infatti
è avvenuto per colpa della demagogia di sindacati e di partiti, quella spirale
“prezzi-salari” che ci ha portati all'attuale inflazione galoppante. Per
evitare che ciò accadesse occorreva mantenere fermo il costo della vita e
perciò l'articolo in esame dice che «occorre che con spacci cooperativi,
spacci d'azienda, estensione della “Provvida” (cioè che non abbiano fini
di lucro - n.d.r.), requisizioni di negozi colpevoli di infrazioni e loro
gestione parastatale e cooperativa, si ottenga il risultato di pagare i viveri
ai prezzi ufficiali». A tale proposito viene citata esplicitamente “La
Provvida” che era un “supermarket” ante litteram gestito dalle
Ferrovie dello Stato con magazzini di vendita in ogni parte d'Italia, nei quali
i prezzi, a parità di qualità di merce, erano sensibilmente inferiori a quello
del libero mercato. Con ciò “La Provvida” riusciva effettivamente a
svolgere una benefica azione calmieristica, cosa che non riescono a fare oggi i
supermercati. Per quanto riguarda il sistema cooperativistico attuale, sostenuto
dai vari partiti delle sinistre, dovrebbe anch'esso svolgere un'azione
calmieratrice dei prezzi, ma le loro aspirazioni sono rimaste sulla carta.
Infatti tali cooperative, specialmente diffuse nelle regioni “rosse”, hanno
fallito il loro scopo calmierativo perché gravate da spese per esuberanza di
personale assunto per comprensibili motivi politici e clientelari, da una
burocrazia elefantiaca e dai pesanti contributi che devono versare ai rispettivi
partiti. Tutto ciò si ripercuote sui prezzi di vendita vanificando gli scopi
per cui le cooperative sono sorte.
L'articolo 17 termina
con la richiesta che gli speculatori — al pari dei traditori e dei disfattisti
— siano chiamati davanti ai Tribunali speciali per la difesa dello Stato e,
nei casi più gravi, siano passibili della pena di morte. Allora eravamo in
tempo di guerra, ma questa disposizione è ancora in vigore in molti Paesi a
conduzione socialista.

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Art.
18 - Con questo preambolo alla
Costituente il Partito dimostra non soltanto di andare verso il popolo,
ma di stare con il popolo. Da parte sua il popolo italiano deve rendersi
conto che vi è per esso un solo modo di difendere le sue conquiste di
ieri, oggi e domani: ributtare l'invasore schiavista della plutocrazia
anglo-americana, la quale, per mille precisi segni, vuole rendere ancora
più angusta e misera la vita degli italiani. V'è un solo modo di
raggiungere tutte le mete sociali: combattere, lavorare, vincere. |
COMMENTO
- Questo articolo completa e chiude il Manifesto di Verona. Sottolinea,
anzitutto, che esso deve essere considerato come “preambolo” sul quale
avrebbe dovuto lavorare la futura Assemblea che avrebbe varato la Costituzione
della nuova Italia Repubblicana Fascista. Gli eventi bellici fecero in modo che
la storia del nostro Paese prendesse un'altra piega che ci ha portati alle
condizioni attuali, per cui all'estero siamo tollerati o derisi. Ciò non toglie
che in molte università straniere i «18 punti di Verona», assieme alla Carta
del Lavoro e alla legislazione sociale fascista, siano attentamente studiati e,
dove possibile, molti dei loro contenuti e insegnamenti siano accolti e
applicati. Particolarmente, per quanto riguarda la legislazione sociale
fascista, ci si rende conto che, dopo Mussolini, non è stato detto nulla di
nuovo.
La seconda parte
dell'articolo è un'esortazione al popolo italiano (ma potrebbe essere diretta
ad altri popoli) a seguire la strada della dignità, dell'onore,
dell'indipendenza che sono le sole a far conservare e aumentare la stima e la
considerazione da parte delle altre nazioni.
All'indomani della
fine infausta della guerra, invece, la classe politica, tornata al potere dietro
le armate americane, è stata accusata dagli stessi vincitori di «libidine di
servilismo». Oggi questa fama non è mutata di molto. Le plutocrazie schiaviste
anglo-americane, dette così perché per secoli hanno esercitato tale commercio
e con esso si sono arricchite, ora stanno mettendo in crisi il mondo con un
altro sistema di schiavismo: quello economico.
Pochi mesi prima
della fine della Repubblica Sociale Italiana, Mussolini aveva avvertito: «Chi
non vuole portare le armi e combattere per il proprio Paese, dovrà fatalmente
portarle e combattere per gli altri». È quanto sta accadendo a molti nostri
giovani in Libano.
Oggi si parla tanto
di pace, ma noi siamo convinti che la pace, così come l'intende la maggioranza,
non esiste. La pace è solo nei cimiteri. Il combattimento è insito nella
natura dell'uomo e nella vita stessa. L'uomo incomincia a combattere quando
emette il primo vagito e finisce con l'ultimo respiro. Combatte nella scuola,
combatte per farsi una posizione, combatte per mantenere la sua famiglia,
combatte per sistemare i figli. La vita è tutto un combattimento e spesso
diventa cruento. Il combattimento del singolo moltiplicato per il numero dei
cittadini diventa il combattimento delle nazioni, dei popoli, e come il singolo
in determinati momenti deve ricorrere alla forza per far valere i suoi diritti o
per raggiungere le sue mete, così anche i popoli, in alcuni momenti della loro
storia, devono fare la guerra. È la legge di natura. Tutto il resto è utopia.
Come l'uomo per affermarsi nella società in cui vive deve saper lottare e
soffrire per poter vincere, così le nazioni devono essere forti, anche
militarmente, per ottenere rispetto e, all'occorrenza, schiacciare gli
avversari.

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