|
CARLI PLINIO-SAINATI AUGUSTO I trecentisti minori (a cura di Benedetto Brugia) §§ 11.-4 Il mondo poetico dei tre grandi e quello dei trecentisti minori Prediche ed altre scritture ascetiche in prosa e in versi - Relazioni di viaggi in Terrasanta §§ 15.-4 Cronache: D. Velluti - D. Compagni - G. Villani §§ 16.-4 A. Pucci e la poesia narrativa storica e fantastica - «Lamenti» - «Profezie» §§ 17.-4 Musica e poesia nella società elegante fiorentina §§ 18.-4 F. Sacchetti poeta e novelliere - Novellieri minori §§ 19.-4 Poesia allegorico-didattica: Fazio degli Uberti - Cecco d'Ascoli - Francesco da Barberino I preumanisti: A. Mussato - F. Ferreti - Zanobi da Strada § 1. — In Dante, nel Petrarca e nel Boccaccio le varie correnti spirituali del Trecento ricevettero la loro piú alta consacrazione letteraria; perché in tutti e tre quegli scrittori — anche a dispetto delle teorie estetiche da loro professate — il motivo schiettamente artistico prevalse su ogni fine di carattere pratico. Ma la diversità stessa del mondo poetico che ci si rivela in ciascuno di quei grandi mostra quanto varie, e spesso contrastanti, fossero in quel secolo le fonti dell'ispirazione. Ora gli elementi di quel mondo medesimo, che nei maggiori si stringono ad unità per effetto di un genio ordinatore e animatore, si riscontrano altresí negli scrittori minori di quell'età, ma dispersi, imperfetti, frammentari, parte per difetto di fantasia, parte per il soverchiare di interessi collaterali o affatto estranei alla creazione artistica. § 2. — Quest'ultimo è il caso di tutta quella copiosa produzione letteraria che era destinata a soddisfare esigenze religiose e mirava alla redenzione dei peccatori e alla salvezza delle anime. Gli autori erano, per lo piú, asceti o solitari, usi a tener gli occhi fissi al cielo, e quasi insensibili agli influssi perturbatori delle passioni. Il mondo terreno in siffatti scrittori sembra farsi come una immagine evanescente, s'avvolge in un'atmosfera di candore e di estasi; oppure è deliberatamente rimosso dallo sguardo, come sede e teatro del male. Quanto siamo lontani dalla ricca esperienza su cui si fonda la “Divina Commedia”, nella quale — pur essendo l'ispirazione e l'argomento essenzialmente religiosi — le voci tutte della vita hanno una cosí potente e profonda risonanza! Tale unilateralità di visione e semplicità di linee si riscontra anche in una tra le piú significative opere di questo gruppo, i Fioretti di San Francesco, una raccolta di leggende intorno al Poverello di Assisi, che un anonimo toscano tradusse o ridusse nel suo bel volgare da un testo latino della fine del secolo XIII (1). Dappertutto, nelle pagine di questo ingenuo libretto, spira un'aura di santità e di umiltà; dappertutto si avvertono gli spiriti del Serafico: in quell'estasi contemplativa che mostra il Santo protagonista operante, col suo benefico influsso, in mezzo agli uomini, eppure tanto piú in alto di loro; in quell'accettazione tranquilla del dolore; in quell'ammirazione pura per cui in ogni cosa creata si scuopre la traccia del divino. Motivi tutti che si traducono senza sforzo nella perfetta serenità dello stile; la quale risulta dalle immagini delicate e veramente celestiali, dall'assenza di ogni particolare troppo crudamente realistico, dal tono misurato ed alieno da ogni eccesso. Tuttavia pur nella vivida luce che il Santo irraggia intorno a sé non rimangono affatto cancellati i tratti caratteristici dei singoli personaggi rappresentati: codesti asceti guardano, sí, soprattutto alle cose soprannaturali; ma non sono affatto privi di umana esperienza né ignari di ciò che sia l'animo nostro. Sicché nessuno potrebbe mai confondere, nei Fioretti, la commovente ingenuità di frate Leone «pecorella di Dio», con la cauta diffidenza — almeno iniziale — di frate Massèo nei riguardi di Francesco; e il Santo stesso appare, attraverso le pagine dell'ingenuo biografo, acuto conoscitore di ciascuno dei suoi compagni. Ai Fioretti si sogliono spesso far seguire, quasi come appendice, nelle edizioni, altre minori scritture francescane; fra le quali merita almeno una fuggevole menzione la Vita di frate Ginepro, biografia di un ingenuo fraticello, additato come modello di cristiana virtú. La semplicità di quel sant'uomo è peraltro tale da indurlo non di rado ad azioni singolari e bizzarre, e conferisce alla sua figura — anche contro l'intenzione del pio autore — un live colorito comico, reso piú vivo da particolari gustosamente realistici. Lo stesso ardore religioso che spira dai Fioretti, anima le opere di Domenico Cavalca (1270-1343) da Vicopisano, frate dell'ordine di San Domenico vissuto lungamente in Pisa. Questo infaticabile predicatore ci lasciò molti trattati originali e varii rifacimenti e traduzioni; fra le quali primeggiano per pregio d'arte le Vite dei Santi Padri, biografie degli antichi eremiti d'Oriente e particolarmente d'Egitto. Anche in quest'opera sarebbe vano ricercar le tracce di un disegno coerente: le singole vite hanno un valore autonomo, e in esse si riflette l'equilibrio dello Scrittore, che ha raggiunto un suo stato di sanità intima, superando ogni dissidio terreno. L'esercizio della virtú vi è rappresentato non tanto come dura conquista dell'anima attraverso una lotta continua; quanto piuttosto come una privilegiata condizione spirituale, che il Santo difende contro esterne tentazioni del demonio, del mondo e della carne. Solo in certi casi l'occhio del narratore scruta piú addentro nelle pieghe della coscienza, a ricercarvi l'origine prima delle azioni umane: allora egli scrive le sue pagine migliori, piú ricche di penetrazione psicologica e di sapienza, come nelle storie di Santa Maria Egiziaca, di San Giovanni Battista, di Malco, di Santa Marina, del romito Abraam. Diverso dall'autore dei Fioretti e dell'agiografo pisano, anzi quasi in antitesi con essi, piú accigliato e piú severo, come quello che appunta lo sguardo sul vizio e sulle sue conseguenze, è Jacopo Passavanti (2), autore di un trattato, dal titolo Specchio di vera penitenza. L'esposizione riuscirebbe assai arida, se non fosse via via inframmezzata e animata da numerosi esempi, che l'Autore trae da fonti disparate — dal venerabile Beda, da Elinando, dalle Vite dei Santi Padri, dalla tradizione orale. Il Passavanti mira alla salute delle anime e, dato il suo temperamento di giudice inesorabile, vuol raggiungere il suo intento non tanto col ricordare i premi riserbati alla virtú o col mettere in scena, a modello, personaggi perfetti, quanto colla vivida rappresentazione delle pene che aspettano nel mondo di là i peccatori. Gli esempi che introduce assumono cosí l'aspetto di brevi novelle, di tòno e di contenuto tragico, intese a suscitare lo spavento e l'orror del peccato. Da ciò l'impostazione drammatica del racconto, il taglio crudo delle singole scene, il procedere rapido e schivo di analisi, in virtú del quale l'effetto si assomma e si raccoglie tutto nella conclusione terrificante. § 3. — Un posto a parte spetta, fra questi mistici, a Santa Caterina da Siena (3), figura di eccezionale rilievo, che spese la sua breve vita in servigio del prossimo, arsa da una fiamma inestinguibile di carità. La meditazione delle verità eterne, la frequenza delle visioni e dei rapimenti estatici non la segregarono dalla vita contemporanea in un isolamento infecondo; anzi generarono in lei un ardore insonne di apostolato, un desiderio di prodigarsi per la salvezza di tutti. L'immagine di Cristo crocifisso, il cui sangue, agli occhi della Santa senese, continuava a versarsi incessantemente per la redenzione dell'umanità peccatrice, le era di guida e di incitamento. Ella si sente, perciò, chiamata ad un'alta missione di bene, e rivolge a chiunque la sua ardente parola, suoni essa lode o censura, con pari libertà: a gente umile o alta, a papi, a principi, a cardinali o a semplici ecclesiastici, a uomini e a donne d'ogni ceto e d'ogni condizione, sempre con lo stesso tòno franco e cordiale. Nulla piú l'addolorava che la corruzione della Chiesa in quel tempo: e molto si adoperò perché fosse appagato il vóto degl'Italiani d'allora, che il pontificato fosse ricondotto da Avignone nella sua sede immortale, Roma. Da quanto abbiam detto, s'intende agevolmente come gli scritti di Santa Caterina (le Lettere e il Dialogo della Divina Provvidenza) non possano esser considerati sotto un aspetto puramente letterario: essi obbediscono in primo luogo a un fine pratico; vogliono persuadere o richiamare al dovere o servire efficacemente di sprone al bene; hanno l'impeto e l'immediatezza di ciò che è dettato dalla passione, e quindi un tòno immaginoso e colorito, ma non quella misura e quell'armonia che derivano dall'abito severo dell'arte. Eppure, nonostante l'imperfetta elaborazione formale e il carattere oratorio, quanta spontaneità e quanto calore comunicativo in questa prosa, tutta nervi e scorci e movimento! E se nella sovrabbondanza di immagini che vengono spontanee alla penna della Santa, talune ci sembrano strane e rasentan quasi il barocco, ciò dipende anche dalla difficoltà di rappresentare adeguatamente stati d'animo tanto lontani dall'esperienza comune. Ma là dove la calda femminilità di Caterina può manifestarsi senza impacci, gli affetti umani appaiono sublimati non sopraffatti: la lettera — ad esempio — in cui è descritta la morte di Niccolò di Tuldo — il condannato che ella trasse con dolce insistenza dalla disperazione dello scetticismo alle consolazioni della speranza cristiana — è un capolavoro: i moti piú intimi del morituro, che giunge, quasi trasumanandosi, fino all'ebbrezza del sacrifizio, vi sono còlti con un intuito sicuro, nel quale convergono armoniosamente le ansie della Santa e i piú delicati sentimenti della donna. § 4. — La letteratura religiosa del Trecento è assai ricca: né è il caso, per noi, di passarla in minuta rassegna, tanto piú che di numerosi scritti ci sono ignoti gli autori. Basterà dire che essa assunse le forme piú diverse: dalla predica — e qui bisognerà almeno fare il nome del beato Giordano da Rivalto o da Pisa (circa 1260-1311), le cui prediche tenute in gran parte a Firenze nel primo decennio del Trecento e trascritte in forma compendiaria da un ascoltatore ci offrono, pur nel loro schematismo, un vivace quadro della vita contemporanea specialmente fiorentina — alle compilazioni messe insieme con intento morale, come gli Ammaestramenti degli antichi del domenicano Bartolomeo da San Concordio (1262-1347), una raccolta copiosa di brevi massime, dedotte con curioso e significativo eclettismo dai libri sacri e dai testi classici. Molti furono ancora gli autori di laude, liriche o drammatiche, ma nessuno fra questi spicca con vivace risalto: degno di ricordo è solo il Bianco da Siena (m. forse ai primi del '400) dell'ordine dei Gesuati — fondato dal beato Giovanni Colombini (1304-1367), del quale anche ci restano non poche lettere piene di mistico fervore — per certa sua arditezza d'immagini nel rappresentare la condizione dell'anima innamorata di Dio. Dettate principalmente da un proposito di edificazione devota sono pure alcune relazioni di viaggi in Terrasanta (la piú notevole è forse Il Libro d’Oltremare del francescano Niccolò da Poggibonsi, che fu in Palestina nel 1343); ma in esse, oltre all'intento religioso, si avverte già un piú mondano interesse, una curiosità pronta a cogliere il nuovo e il meraviglioso, che dà luogo non di rado a quadretti animati e pittoreschi. § 5. — Queste relazioni di viaggi ci aprono la via a parlare di un altro genere letterario col quale hanno strettamente parentela: il genere storico. Vedemmo già come esso fosse largamente coltivato nei due secoli precedenti sotto la forma della cronaca — che è notazione di fatti nella loro successione cronologica — in latino o in francese, e poi finalmente in volgare. Lo schematismo delle narrazioni è logica conseguenza da un lato della scarsa consapevolezza critica propria di quel tempo, dall'altro della concezione che si aveva nel Medio Evo della storia: in essa si vedeva soprattutto l'attuazione di un disegno della Provvidenza, al quale rimaneva quasi completamente estranea la volontà operosa degli uomini. Nel Trecento, pur rimanendo fondamentalmente immutata tale concezione, che fu anche quella di Dante (si ripensi, per un esempio, ai versi del II canto dell'Inferno in cui si parla della predestinazione di Roma), si avverte nelle scritture storiche un piú vivo interesse umano: si comincia a dare degli avvenimenti una certa interpretazione psicologica, a ricercarne talvolta il nesso causale, o ad associare la storia d'una famiglia a quella d'una città — come nell'interessantissima Cronica domestica di Donato Velluti (1313-1370), fiorentino ragguardevole, che usa uno stile popolareggiante e colorito — e, piú raramente, a tentare degli uomini piú rappresentativi il ritratto, anche se attraverso di esso si colgano piuttosto le linee esterne che lo spirito del personaggio. Queste narrazioni, che, di solito, riguardano le vicende d'una città e piú di rado ritraggono un fatto particolare, sono molte di numero, ma non sempre notevoli per interesse. Noi ci contenteremo di ricordare le due piú famose ed importanti, le cronache fiorentine del Compagni e del Villani. Dino Compagni (4), ricco di quella dolorosa esperienza politica che aveva acquistato specialmente nel suo drammatico priorato del 1301, compose fra il 1310 e il '12 — negli anni della fiduciosa attesa suscitata dall'azione politica di Arrigo VII — la Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi, in tre libri densi di contenuto, precisi nel disegno, vibrati nel tòno. Già la compattezza dell'opera mostra l'organica potenza del pensiero animatore: argomento centrale è la divisione dei Guelfi fiorentini in Bianchi e Neri (1300), e l'aspra lotta terminata colla disfatta dei primi (novembre 1301). Ma verso quel punto cruciale convergono (l. I) gli avvenimenti d'un ventennio (1280-1300), che prepararono la catastrofe; la quale è tratteggiata vigorosamente nel l. II. Fa seguito, nell'ultimo libro, la punizione dei colpevoli — quasi sanzione divina contro i Neri per il loro malvagio operare — e l'accendersi della nuova speranza con la calata di Arrigo. La cronaca di Dino viene ad essere cosí una specie di dramma, col suo prologo, con lo svolgimento tragico, e l'epilogo. Lo Scrittore si pone di contro agli avvenimenti che rievoca; li interpreta alla luce della sua austerità morale e della sua pietà religiosa; li anima rivivendoli nel fuoco della passione, che gli detta espressioni di scherno, di disprezzo o di amarezza a stento contenuta; rimproveri aspri o apostrofi sferzanti. Lo stile ritrae il carattere dell'uomo, uso a riguardare dall'alto della sua struttura morale figure ed eventi, e a giudicarli in rapporto con l'ideale che è norma assoluta della sua coscienza, senza compromessi né attenuazioni: uno stile rapido, scolpito, nervoso, felice negli scorci e nella dipintura dei caratteri, sebbene alquanto povero di sfumature e di passaggi e quindi un po' troppo teso ed uniforme. Piú ricca di fatti ma assai meno animata, la Cronaca di Giovanni Villani (5), continuata poi dal fratello Matteo e — morto questo — dal nipote Filippo, i quali ai dodici libri del piú vecchio cronista ne aggiunsero complessivamente altri undici; ma la parte piú importante rimane sempre quella dovuta al primo dei tre scrittori. Al grande valore che quest'opera ha come documento storico (per le preziose notizie che contiene di carattere, oltreché politico e militare, anche economico e sociale) non corrisponde il pregio letterario. Anzitutto essa manca di costruzione e di disegno, fondata com'è sulla materiale successione degli avvenimenti, per cui, a gran salti, dalla distruzione della torre di Babele, si viene, attraverso la fondazione di Firenze, fino ai fatti contemporanei. Questi sono, nella narrazione di Giovanni, i soli veramente interessanti per noi. Lo stile del Villani è grigio ed uguale, scarso di rilievo perché l'Autore, onesto mercante innamorato della sua Firenze «figliuola e fattura di Roma», non ha una spiccata fisionomia personale d'uomo e di cittadino, né grandi attitudini artistiche. Solo qua e là in certe pagine l'espressione s'avviva e il racconto procede piú spigliato e sicuro; ciò avviene soprattutto quando gli eventi toccano piú da vicino la coscienza religiosa dello Scrittore o il suo spirito di parte. Ricorderemo fra i tratti piú felici certe descrizioni di battaglie (Benevento, la Meloria, Campaldino), e soprattutto la narrazione dell'«oltraggio» inflitto in Anagni dal rappresentante di Filippo il Bello a papa Bonifazio VIII; un episodio che dovette colpire l'immaginazione dei contemporanei e suscitò perfino lo sdegno dell'Alighieri, implacabile avversario di quell'ambizioso pontefice. § 6. — La cronaca del Villani trovò anche un trascrittore poetico in Antonio Pucci (circa 1310-1388), campanaio e banditore del Comune fiorentino, che sulle orme del cronista compose il Centiloquio, cento brevi canti in terzine. Il Pucci è un tipico rappresentante del suo tempo e della sua città, dove la cultura si era ormai diffusa in piú ampi strati sociali, ma si era anche abbassata di tòno, in corrispondenza con le nuove aspirazioni a una vita comoda e quieta. Prende in questo tempo sviluppo sempre maggiore una poesia narrativa di popolo, che adotta come metro l'ottava, e trae la sua materia da fonti disparate: dai due cicli di Francia e da quello classico, da leggende sacre e da favole di origine orientale, e talvolta ancora dai piú interessanti fatti della vita contemporanea. Questi racconti poetici, che prendevano il nome di cantàri, erano declamati in pubblico dall'autore stesso o da cantastorie; e s'iniziavano sempre con l'invocazione a Dio e con formule che erano divenute parte immutabile del loro repertorio. Molti di siffatti cantari compose il Pucci, ispirandosi a motivi favolistici o tradizionali (il Gismirante, l'Apollonio di Tiro, la Reina d’Oriente ecc.), che rielaborò con una certa libertà e con un'arte assai rozza, animata solo a tratti da un certo gusto per il fiabesco e l'avventuroso e da una certa popolana cordialità di affetti. Meglio il campanaio fiorentino riuscí come autore di sonetti (nei quali la vivacità del suo spirito si rivela in note argute e bonarie e nella festevolezza dei modi) e di serventesi, componimenti narrativi cui danno argomento o vicende politiche (come la guerra tra Firenze o Pisa) o avvenimenti di cronaca cittadina (inondazioni, pestilenze, scene di vita gaia), di quella sua Firenze alla quale egli è particolarmente affezionato per la sua bellezza e per le sue nobili tradizioni. Carattere storico hanno pure i cosiddetti lamenti, una specie di cantari, anche questi, composti a celebrazione di uomini insigni defunti, oppure per piangere la sorte di città cadute in potere del nemico o comunque volgenti a declino; e le profezie, che annunziano per lo piú genericamente prossimi castighi divini resi inevitabili dal malvagio operare degli uomini. § 7. — Un segno della vita elegante e gaia che si svolgeva a Firenze è lo sviluppo della poesia per musica, che si riconnette coi notevoli progressi compiuti dall'arte dei suoni in questo periodo. La musica, com'è noto, serviva nell'Alto Medio Evo soltanto per composizioni sacre; assai tardi essa uscí dal chiuso dei conventi e delle chiese per essere usata con scopi profani. Le poesie — piú specialmente nella forma delle ballate, dei madrigali e delle cacce — cominciarono allora ad esser intonate (musicate per canto) con accompagnamento di strumenti vari e con ritmi d'ispirata melodia. L'episodio di Casella nel Purgatorio dantesco attesta efficacemente l'interesse che si prendeva alla musica, anzi il rapimento che essa suscitava; e di ciò son pure documento certi affreschi giotteschi (nella cappella degli Scrovegni a Padova e in Santa Croce a Firenze), che ci presentano figure assorte di sonatori e di ascoltanti. Non a caso l'autore del Decameròn immagina che la gaia schiera dei suoi favolatori, al termine d'ogni giornata, si abbandoni al piacere del canto e della danza e che la protagonista d'una sua novella, innamorata fuor di speranza del Re Pietro d'Aragona, chieda a un valente musico del tempo, Minuccio d'Arezzo, l'ausilio dell'arte sua, perché il re venga a conoscere, prima ch'essa muoia, il segreto del suo cuore. E questi intona una canzonetta che un dicitore in rima ha composto per l'occasione (Mòviti Amore e vàttene a missere) e la canta alla corte dell'Aragonese, ov'è bene accetto, suscitando la commozione in tutti gli ascoltatori, e nel re piú che in altri. Nessuna meraviglia dunque che a Firenze, ove la musica si era rinnovata in virtú di quella che fu detta appunto ars nova florentina, si coltivasse largamente ogni forma di questa poesia destinata al canto, tutta infusa di grazia idillica, non senza spunti realistici e non di rado garbatamente maliziosi. I musicisti (tra i quali il piú noto è Francesco Landini, detto dalla sua sventura il «Cieco degli organi») vi acquistarono larga rinomanza; e insieme con essi i rimatori, tra i quali troviamo nominati, accanto agli insigni, come il Petrarca e il Boccaccio, altri piú modesti: Alessio di Guido Donati, Niccolò Soldanieri e Franco Sacchetti (6). § 8. — Questi è il piú notevole rappresentante della borghesia fiorentina del tempo; e tale ci appare nelle sue liriche e nelle novelle. Uomo schietto e di gusti assai semplici, ebbe un culto sincero per l'arte, da lui considerata non già come l'esercizio d'un'alta missione ma semplicemente come uno svago e un rifugio sereno dalle malinconie e dalle amarezze dell'esistenza. Perciò le sue poesie hanno un carattere di sorridente freschezza: certi madrigali, la ballata O vaghe montanine pasturelle, la caccia Passando con pensier, sono giustamente considerate, per la loro grazia vivace, pur nella tenuità del disegno, tra le cose migliori della nostra lirica minore trecentesca. Non molto dissimile da quello delle poesie è il mondo rappresentato nelle novelle dello stesso Scrittore, pervenuteci in numero di dugentoventitré (né tutte complete), delle trecento ch'egli compose. Vi trovi brio, arguzia, comicità bonaria: rappresentazione di scenette piú spesso ispirate dagli usuali e modesti aspetti della vita comunale, che inventate o derivate dalla tradizione: burle, tafferugli, tumulti. Protagonisti sono, per lo piú, sciocchi o buffoni, i personaggi tipici che offrono piú facile materia all'ispirazione festevole dello Scrittore e alla tendenza ch'egli ha per la caricatura. La quale non s'innalza però mai a satira o a corrosiva comicità o ad indulgente umorismo, perché lo spirito di Franco, semplice, senza complicazioni, riguarda quel mondo dall'esterno, senza portarvi la luce d'una coscienza superiore. La conclusione morale che è apposta alla maggior parte di quelle novelle appare come un'aggiunta estrinseca, non è un elemento essenziale dell'intuizione artistica. Il Sacchetti, se è molto superiore ad altri novellieri contemporanei che pur si citano fra gl'imitatori del Boccaccio, — quali Ser Giovanni Fiorentino, autore del Pecorone, una raccolta di novelle si scarsissimo pregio, legate in una cornice a somiglianza del grande modello, e il lucchese Giovanni Sercambi (1374-1424), il piú pedestre di tutti — fallisce in quello che è piú propriamente studio del carattere, e non sa osservare con arte le proporzioni né la rispondenza fra le varie parti della novella: le sue sono piuttosto macchiette che figure; il fatto o l'aneddoto diventa l'elemento essenziale del racconto, anziché essere mezzo a fissare la qualità del personaggio. § 9. — In realtà il Sacchetti medesimo dovette avere la precisa coscienza del decadere dell'arte letteraria al tempo suo, se lamentò in una sua canzone, con parole tanto accorate, la morte del Boccaccio e il silenzio che si era improvvisamente fatto nel Parnaso italiano («Or è mancata ogni poesia E vòte son le case di Parnaso»). Della grande poesia risonavano appena gli echi sempre piú affievoliti. Chi avrebbe potuto riconoscere l'ideale continuazione dell'opera dantesca in certi poemi allegorico-didattici, come il Dittamondo di Fazio degli Uberti (m. circa il 1370) o l'Acerba di Cecco d'Ascoli (Francesco Stabili da Ascoli, 1269-1327), finito sul rogo per accusa di eresia? In entrambi questi poemi l'arida materia (geografica pel primo, astrologica pel secondo) non è ormai piú capace di dar vita a fantasmi poetici. È evidente che il genere veniva esaurendosi per un processo di decomposizione interna, come non piú rispondente alle vive correnti spirituali contemporanee: prevaleva sempre piú l'intento didascalico; il quale avrebbe poi trovato il suo assestamento nella forma del trattato, mentre l'elemento allegorico rimaneva come una specie di estrinseca sovrastruttura, a mero scopo esornativo. Tale è appunto l'allegoria nei due poemetti di Francesco da Barberino (1264-1348), intitolati rispettivamente Documenti d’Amore (documenti nel significato etimologico d'insegnamenti) e Reggimento e costumi di donna; ricchi di precetti, che ci interessano soprattutto per la storia del costume, ma poverissimi di valore artistico. § 10. — Nella lirica si avverte qualche risonanza sempre piú debole dello stil novo, mentre s'inizia appena con l'imitazione del Petrarca, quella corrente del petrarchismo che diverrà gran fiume durante i secoli del Rinascimento. Permangono intanto i temi politici, nella trattazione dei quali si riflette lo spirito di parte dello scrittore, guelfo o ghibellino che fosse; ma talvolta sugli odi faziosi s'innalza, augusta e dolente, l'immagine dell'Italia. Un gruppo di liriche politiche compose quel Fazio degli Uberti — non per nulla discendente di Farinata — che abbiamo ricordato come autore del Dittamondo, e che merita qui una nuova menzione per altre sue rime, schiette in certe note d'amor sensuale, o venate di lagrime nella visione dello stato miserando in cui si trovava la patria. Egli si rivolge a Ludovico il Bavaro, e poi a Carlo IV, e li invoca a sostegno della cadente parte ghibellina: e contro l'ultimo ha accenti di aspra rampogna per il modo ignominioso in cui abbandonò, quasi fuggendo, la penisola. A Fazio degli Uberti si attribuiva un tempo la cosiddetta Canzone di Roma, il componimento politico piú importante dopo la famosissima canzone Italia mia del Petrarca; ma quella poesia, composta forse intorno al 1355, sembra piuttosto opera di un senese, Bindo di Cione del Frate. V'è il ricordo del glorioso passato e, in doloroso contrasto con questo, la viva rappresentazione della decadenza presente: da ciò l'invocazione a restaurare l'antica grandezza colla nomina di un re italiano, che fondi una dinastia nazionale, reprima l'opera deleteria delle fazioni e riconduca il pontefice nella sua sede naturale: un programma politico, che assume già, come si vede, determinata forma e concretezza. Altri videro l'auspicato liberatore in qualche personaggio politico di piú scolpito rilievo, come in Gian Galeazzo Visconti (detto il ‘Conte di Virtú’); a cui un rimatore padovano, Francesco di Vannozzo, che frequentò nella seconda metà del secolo le corti di molti signori dell'Alta Italia, indirizzò una collana di otto sonetti — nota sotto il nome di Cantilena pro Comite virtutum — per scongiurarlo a riportare l'ordine e la tranquillità nella penisola. Ma con Francesco di Vannozzo ci troviamo già di fronte a un altro tipo di letterato: il poeta di corte, che conduce un'esistenza misera e tempestosa, e piega la sua Musa al servizio dei príncipi. Di siffatta vita irregolare e scapigliata abbondano le tracce nelle liriche di questo e di altri rimatori suoi pari, come il senese Simone Serdini detto il Saviozzo (circa 1360-circa 1420) e, piú notevole fra tutti, il ferrarese Antonio Beccari (1315-circa 1370), grande ammiratore di Dante. Si sente nella poesia di questi scrittori il vario giuoco dei diversi stati d'animo e delle forze operanti di volta in volta nel loro intimo: sensualità e desiderio di elevarsi, furia di passioni e brama di liberazione; e, a tratti anche, si notano improvvisi ripiegamenti del poeta su se stesso, accenti di scontentezza o di cupa disperazione. Nell'elemento autobiografico è insomma il meglio di siffatte rime, piuttosto che nelle ispirazioni occasionali; le quali hanno generalmente qualche cosa di artificioso e d'insincero: ma l'arte è sempre rozza, poco elaborata, e risente soprattutto di una insufficiente chiarezza interiore. § 11. — Gli ultimi rimatori da noi ricordati ed altri ancora, sebbene non importanti sotto il rispetto estetico, mostrano l'irradiarsi progressivo della cultura in zone sempre piú ampie, anche in quelle che sembravano spiritualmente in ritardo. Non solo in Toscana, ma anche, e piú, nell'Alta Italia si notano i segni d'una assai intensa vita intellettuale e d'un prossimo rinnovamento: a Milano, come a Padova, a Verona e a Vicenza. Nell'università di Padova Pietro d'Abano (1250-1316) aveva introdotto l'averroismo, cioè l'interpretazione che Averroè — notissimo filosofo arabo del secolo XII — aveva dato della filosofia aristotelica, in vivo contrasto con la Scolastica: e dalla città veneta quell'avviamento filosofico si diffuse largamente, protendendosi oltre i confini stessi della Rinascita, a difendere contro la teologia i diritti della ragione e a propugnare nel campo speculativo l'indipendenza del pensiero. Marsilio da Padova, formatosi appunto sotto l'influsso dell'averroismo, aveva scritto, nel 1324, il suo Defensor pacis, un importante trattato di scienza politica, in cui si rivendicano i diritti dello Stato, concepito, non piú come monarchia universale voluta dalla Provvidenza, ma come realtà storica mutevole, civitas o regnum. Né solo contro la Scolastica, ma anche contro lo stesso Aristotele cominciano in questo periodo a sorgere oppositori: non a caso il Petrarca, nel Trionfo della Fama, antepone a lui, come ‘maestro di color che sanno’, Platone. D'alta parte si comincia a formare un nuovo gusto, diremmo aristocratico, per quanto riguarda lo stile. Il latino medievale sembra ormai troppo rozzo, e tale pur sembra il volgare che di quello rispecchia piú da vicino le sembianze: si cerca di avvicinarsi allo stile dei classici, proposti con sempre maggior convinzione e ardore a modello. Un tal mutamento di gusto è visibile soprattutto nei preumanisti, che si fanno ognor piú numerosi. Appartiene alla loro schiera il padovano Albertino Mussato (1261-1329), che nelle opere storiche (l'Historia Augusta, in 16 libri, ove son narrate le vicende di Arrigo VII, e il De gestis Italicorum post mortem Henrici VII, ove sono esposti gli avvenimenti compresi fra il 1313 e il 1329) prese a modello Tito Livio, e nella tragedia Eceneris (in cui campeggia la famiglia Da Romano col suo piú sinistro rappresentante, Ezzelino) mirò a Seneca. Devono esser pure ricordati come appartenenti a questa corrente di cultura il vicentino Ferreto de' Ferreti (1294-1337), autore di una Historia intorno ai fatti d'Italia dal 1250 al 1318, e il fiorentino Zanobi da Strada (m. 1361), che fu amico del Petrarca e del Boccaccio e che per pochi versi latini ottenne in Pisa (1355), dall'imperatore Carlo IV, l'alloro poetico. Non dunque per pura manía erudita Giovanni del Virgilio aveva quasi rimproverato a Dante l'uso del volgare nell'opera maggiore, e il Petrarca aveva preferito alla lingua materna, orgogliosamente, il latino. All'antica lingua era ricorso, nell'estrema parte della sua vita, perfino il Boccaccio, il quale, come già prima il Mussato e piú tardi Coluccio Salutati, dovette prendere la difesa della poesia contro gli assalti di non pochi detrattori, animati da un malinteso senso di pietà religiosa. Tramontava ormai il Medio Evo, sotto l'incalzare di nuove imperiose esigenze della vita nazionale. Il popolo italiano aveva bisogno di raccoglimento: doveva tornare alla grande scuola dei padri, per acquistare una piú larga esperienza d'arte e di vita, una piú piena consapevolezza di sé e del proprio passato glorioso. _______________ |
|
Oggi è il giorno
|