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CARLI PLINIO-SAINATI AUGUSTO Dante Alighieri (a cura di Benedetto Brugia) §§ 11.-1 Complessità dell'anima dantesca §§ 12-2. Formazione spirituale del Poeta §§ 19.-1 La «Divina Commedia» come sintesi del mondo spirituale dantesco §§ 10.-1 Architettura generale dei tre regni d'oltretomba e loro struttura morale §§ 11.-1 Configurazione dell'«Inferno», del «Purgatorio» e del «Paradiso» §§ 12.-1 Soggettivismo e oggettivismo nella rappresentazione dantesca §§ 13.-1 L'arte di Dante §§ 14.-1 Dante e gli antichi - Valore nazionale dell'opera di Dante §
1. — Tutti gli elementi di cultura che avevano ispirato in vario modo
gli scrittori da noi fin qui ricordati si fondono originalmente nella gigantesca
opera di Dante Alighieri (1).
§ 2. — Il primo periodo della vita di Dante — fra la nascita e l'esilio — si svolse in Firenze, la città tanto diletta sempre al suo cuore e pur tante volte esecrata dall'età piú matura, fin, quasi, agli ultimi anni. Poco sappiamo dei suoi studi giovanili — come scarse in genere sono le notizie sicure intorno alla vita del Poeta — ma è naturale pensare che un uomo cosí preso dalla passione del sapere abbia attinto a tutte quelle fonti che potevano in qualche maniera soddisfare l'ardente sua sete di conoscere: libri di scrittori antichi e contemporanei, di filosofi e di teologi medievali; dispute e conversazioni di dotti. Primeggiava allora in Firenze per dottrina, nell'estimazione universale, l'autore del Tesoro, ser Brunetto Latini, che un celebre cronista, Giovanni Villani, esalta come primo dirozzatore dei Fiorentini e maestro a loro di vita cittadinesca. Dante, certo, lo ascoltò reverente; e ne conservò fitti nell'animo, con l'immagine, i precetti: ciò si ricava con sicurezza dal famoso episodio dell'Inferno (c. XV) ispirato al Poeta dal desiderio di eternare, per segno di imperitura gratitudine, la fama del dotto notaio. Ma non solo dal mondo della cultura dovette trarre il giovane Alighieri gli elementi atti a sviluppare in pieno le non comuni facoltà del suo spirito: altri — e piú efficaci — doveva offrirgliene il mondo in cui viveva. Sullo sfondo ridente del bel fiume e dei colli fiorentini, gli apparve assai per tempo (quando egli era ancora un bambino, se dobbiamo prendere alla lettera il racconto della Vita nuova) la fanciulla che al suo cuore assetato d'ideale, alla sua fantasia sorrisa dalle immagini familiari alla nuova poesia del «dolce stile», sembrò incarnare la figura della donna-angelo, da Dio mandata a compiere su di lui una sua opera provvidenziale: Beatrice. Tra i vari amori di Dante essa solo è l'«amore»: altre donne vagheggiate gli offriranno materia di esperienza psicologica; essa, la giovane Portinari, apparsa fugacemente sulla terra e tosto salita dal mondo contingente all'eterno, lasciò nel suo animo una traccia indelebile, e costituì uno dei fuochi centrali della sua appassionata ispirazione di artista. Non però che l'ammirazione estatica per la donna-angelo potesse divenire un pericolo per il piú pieno e ricco sviluppo dell'arte dantesca, traendo il poeta in una rarefatta atmosfera di sogno col rischio di isolarlo dalla realtà e di confinare in un àmbito troppo ristretto la sua capacità espressiva. Il vigore innato dello spirito sarebbe bastato di per sé a salvare il giovane Alighieri dai pericoli di un siffatto isolamento: inoltre egli visse in pieno la vita cavallerescamente galante che solevan condurre, nella ricca e festosa città, i giovani della sua condizione sociale; e, dopo avere soddisfatto ai suoi obblighi militari servendo il Comune, fra i cavalieri, anche in spedizioni guerresche, si mescolò, con viva passione, alle vicende politiche della vita cittadina. A dargli poi una piú precisa e profonda esperienza del mondo, a permettergli la conoscenza dell'umanità tutta quanta, non solo della parte piú eletta — sempre esigua minoranza — ma anche di quella, ben piú numerosa, che si lascia attrarre dalle lusinghe del male ed in esso s'ingolfa e si bea, dovette giovare al Poeta perfino un periodo di traviamento; del quale ci rimane la testimonianza in un sonetto a lui diretto da Guido Cavalcanti e nella tenzone poetica con Forese Donati. In che cosa consistesse precisamente questo «traviamento» non potremmo dire con sicurezza: ma certo esso fu contrassegnato da un progressivo abbandono di quelle idealità che s'impersonavano nella figura di Beatrice, dal momento che questa, in vetta alla montagna del Purgatorio, gli rimprovera con tanta asprezza di essersi allontanato dal suo culto; e dovette esser cosa assai grave alla coscienza, certo molto sensibile, del Poeta, anche se non si può parlare di un distacco dalla fede religiosa, la quale in lui si conservò sempre viva e profonda. La vita politica poi gli fu certo fonte delle piú gravi amarezze, e causa, in fine, dell'esilio; ma anch'essa — mentre lo portò a conoscere altri aspetti della tristizia umana — che ricca e varia materia gli porse, da serbare gelosamente nel libro della memoria (l'immagine è dantesca), da offrire all'acuta meditazione dell'intelletto ed alla elaborazione della fantasia! Per anime di quella tempra i dolori sono lievito fecondatore: accasciano momentaneamente, non abbattono; e, dopo. purificano e sublimano. Provvidenziale era stata, per Dante, la morte di Beatrice, che lo aveva spinto a sollevarsi dalle miserie della terra alle pure altezze dei cieli; e non meno provvidenziale gli fu la cacciata da Firenze, in quanto questa, liberandolo dai meschini contrasti delle fazioni cittadinesche, gli aprì la mente ad una visione piú larga e piú giusta della realtà sociale e politica, e gli die' modo di levarsi dal particolare transitorio e contingente a ciò che ha veramente valore assoluto, universale ed eterno. In quel ventennio dell'esilio, che costituisce nella vita di Dante il secondo periodo, cosí diverso sotto ogni rispetto dal primo, tutta la ricchezza spirituale che si era venuta accumulando attraverso tanto varie e molteplici esperienze si compose — alla luce dei piú puri principii religiosi e morali — in una perfetta armonia di pensiero e di forma, e si trasfuse, a gloria di Dante e per somma fortuna dell'Italia, nel poema divino. § 3. — Le cosí dette opere minori sono il riflesso di particolari stati di coscienza, o il frutto di determinati atteggiamenti di pensiero, in rapporto con questo e con quell'interesse predominante in un dato momento nello spirito di Dante. La “Vita nuova” (nuova nel senso di giovanile, meglio che in quello di ‘rinnovata dall'Amore’, come pur da taluno fu inteso), intessuta di versi e di prose, è il libro in cui il Poeta trasfigurò liricamente il suo amore per Beatrice. Le rime accolte nel giovanile ‘libello’ furono scritte in un periodo non breve (fra il 1283 e il 1292); e non molto dopo il '92 deve porsi anche, secondo l'opinione piú accreditata, la composizione definitiva dell'operetta. Le poesie sono di pregio assai disuguale, e nel loro susseguirsi ci attestano il progresso dell'arte dantesca, dai primi incerti tentativi, che sanno di scuola, alla decisa affermazione di una originale e vigorosa personalità poetica; dagli esercizi in cui si sente ancora l'influsso guittoniano, alle rime della «lode», dove la donna è innalzata in un'atmosfera di purezza angelica e riguardata con trepida, estatica ammirazione. Già la canzone Donne che avete, da Dante stesso indicata, con precisa e sicura consapevolezza, per bocca di Bonagiunta (nel già citato episodio del Purgatorio) come quella che segna l'inizio di una nuova originale ispirazione, ci prepara alla visione di una creatura celeste. Questa poi si disegna piú determinatamente e con maggiore efficacia — ma sempre con una levita che suscita l'impressione di una figura quasi di sogno — nei sonetti meravigliosi Tanto gentile, Vede perfettamente, Ne li occhi porta; i quali alla lor volta preannunziano e preparano la canzone piú bella della “Vita nuova”, quella che comincia Donna pietosa. In essa l'incanto di quell'apparizione sovrumana è reso piú vivo da una venatura di struggente malinconia per la certezza che l'angelica donna scomparirà presto dal mondo; e il dolore di questo sicuro presentimento assume quasi un carattere cosmico: la natura tutta è fatta partecipe dell'ansia e della commozione del Poeta. Questa canzone, che è al centro del libro, segna il punto piú alto dell'ispirazione. Le liriche dell'ultima parte — quelle per la morte di Beatrice e per la ‘donna gentile’ — pur recando l'impronta di una psicologia piú sottile e di una tecnica piú scaltrita, non raggiungono l'altezza delle rime della ‘lode’. A congiungere fra loro le varie poesie — quasi diversi momenti di un'unica ispirazione — servono le prose, che costituiscono come l'orditura logica del libro. Talvolta esse sono troppo fredde e schematiche (tali sono sempre le divisioni, o commenti delle poesie fatti al modo scolastico, distinte dalle altre che son dette ragioni e spiegano l'origine dei singoli componimenti poetici); ma là dove lo Scrittore, anziché indulgere alle sottigliezze del ragionamento o alla mania dei simboli e delle allegorie, si abbandona al gusto del narrare o del descrivere; o dove, rievocando l'occasione di questa o di quella poesia, sente risvegliarsi nell'animo l'incanto dell'ispirazione, e sotto il divino afflato ritornante risplasma in nuove forme artistiche la materia stessa dei versi (basterà citare la prosa che sta innanzi alla citata canzone Donna pietosa nel § XXIII); oppure quando — nelle pagine conclusive — in un impeto di rimpianto, di rimorso e di rinnovamento, celebra, dopo l'episodio della «Donna gentile», il ritorno al culto di Beatrice; che felicità di disegno, di toni e di colori, in questa prosa cosí fresca e ridente di grazia giovanile! e che progresso di maturità artistica in confronto con le scritture contemporanee, epistolari o romanzesche o d'altro qual si voglia genere! § 4. — Non tutte le rime che Dante scrisse nel periodo indicato furono accolte nella Vita nuova: ne rimasero fuori quelle che non gli parvero rispondere all'intento — proprio del giovanile libretto — di celebrar Beatrice. Queste, con molte altre liriche varie di contenuto e di tono e composte dal Poeta in diversi tempi, fanno parte del Canzoniere. Il libro non ha, e non potrebbe avere (è facile capirlo) un carattere unitario; ma è di particolare interesse soprattutto perché — accogliendo in sé il frutto delle piú svariate esperienze psicologiche ed artistiche — mostra attraverso qual vasto e complesso e sottile lavorio di penetrazione del cuore umano e di addestramento poetico l'Alighieri si sia venuto preparando alla composizione del suo capolavoro. Alcune rime del periodo giovanile echeggiano gli spiriti e i modi della Vita nuova; altre ritraggono vivacemente quadretti di gaiezza mondana, e sono specchio di quella elegante vita cavalleresca cui il Poeta dové partecipare coi suoi coetanei; in altre ancora s'accentua la nota allegoria, ed appare la tendenza ad una forma piú decorosa e piú solenne. Con queste ultime rime siamo già, forse, ad un periodo di maggior maturità; ed in esso rientrano i già ricordati sonetti scambiati fra Dante e Forese Donati, l'amico eternato piú tardi in un episodio del Purgatorio (canti XXIII e XXIV). La tenzone col Donati ci richiama alla poesia realistica e borghese; mentre ci richiamano, ma con note di vigorosa inconfondibile originalità, alla maniera dei Provenzali le cosí dette rime pietrose. Son queste un gruppo di canzoni scritte per una donna detta (nome o nomignolo poetico che fosse) Pietra; nelle quali il Poeta, per esprimere adeguatamente la violenza di una passione amorosa insoddisfatta — e ben diversa dalle estatiche contemplazioni degli stilnovisti — sembra far forza alle immagini, alla lingua, al ritmo, con effetti d'arte talvolta mirabili. Anche le rime pietrose furon forse scritte prima dell'esilio. Nelle liriche che il Poeta compose durante il secondo periodo della sua vita, peregrinando per le terre d'Italia, non troviamo piú quel senso di distacco e di fiducioso abbandono ai liberi moti della fantasia che contraddistingue le composizioni anteriori: vi risuona invece costantemente una nota cupa e triste, che è il segno distintivo impresso al sentimento e all'immaginazione da una realtà dolorosa, dalla quale lo spirito non poteva in alcun modo straniarsi. V'è qualche cosa di drammatico nello strazio del Poeta che anela invano alla rispondenza da parte della donna amata (canz. Amor da che convien), sia essa da prendere in senso letterale, come vera donna, o (piú probabile) in senso allegorico, quale immagine della patria che respingeva da sé ostinatamente l'esule innocente. Ispirata ad un senso di desolazione e di nobile fierezza ad un tempo è la canzone allegorica Tre donne intorno al cor mi son venute: in essa l'intima angoscia per la propria infelice condizione sembra mitigarsi nell'animo del Poeta per la constatazione della ormai generale decadenza, e per la speranza e la ferma fede in un non lontano trionfo della giustizia e delle altre virtù che da essa s'irraggiano. Intanto, per il tristo stato del mondo, quelle virtù sono, come esso il Poeta, tenute in bando dall'umano consorzio: titolo d'onore per lui una cosí nobile compagnia nella sventura; argomento di pietà e di sdegno verso gli uomini ciechi e corrotti! L'accento personale, in quella mirabile canzone, si innalza ad espressione di una verità universale: siamo già, ormai, con essa, nel clima della “Divina Commedia”. § 5. — Ai primi anni dell'esilio (1304-1307) par bene si debba ascrivere tutto quanto Dante compose, e ci è pervenuto, del Convivio. Anche qui, come nella Vita nuova, abbiamo parti poetiche e parti prosastiche; ma queste ultime hanno nel Convivio ben altro valore che nel libretto giovanile; e su di esse, piú che sulle rime, si fonda l'importanza dell'opera. Essa ci mostra un altro aspetto essenziale della complessa anima dantesca: l'ardore appassionato per il sapere e, insieme, il desiderio di istruire quanti — per varie circostanze di vita, non avendo potuto procurarsi un'adeguata cultura — non sono in grado di appagare da se stessi l'innata brama del conoscere. A tale intento, l'Autore aveva pensato di comporre quattordici canzoni «sí d'amore come di virtú materiate» (l'arte, secondo il concetto medievale, deve servire a scopi didattici) e di accompagnarle con un ricco commento, atto a spiegarne in ogni parte il significato letterale e quello allegorico, non senza accenni, ove occorresse, anche agli altri due sensi che, secondo la dottrina del tempo, si dovevano appostare nelle scritture di piú elevato contenuto, il senso morale e quello anagogico. Vasto dunque il disegno dell'opera, nella forma in cui fu primamente ideata; ma l'esecuzione si arrestò a un quarto circa di quanto lo Scrittore si era inizialmente proposto: invece di quindici trattati (che tanti avrebbero dovuto essere secondo il primitivo concepimento) ne abbiamo soltanto quattro, uno d'introduzione, e tre che servono di commento ad altrettante canzoni. L'idea non era nuova, e rispondeva a quella tendenza enciclopedica che già abbiamo rilevata come caratteristica della cultura medievale (lo stesso titolo allude, con trasparente simbolismo, al banchetto di sapienza che il Poeta imbandisce per gli incólti); come non era originale la materia, attinta a fonti svariate (da Aristotile e dai suoi commentatori arabi, dalla Bibbia, dagli scrittori latini, e giú giú fino ai piú insigni rappresentanti della filosofia scolastica). Ma l'arida esposizione scientifica si scalda e s'avviva non di rado alla fiamma della passione; specialmente quando l'argomento susciti una forte risonanza nello spirito dell'Autore. Ciò accade, ad esempio, nei capitoli del quarto trattato nei quali si disserta sulla nobiltà, o negli altri in cui è propugnata la necessità dell'Impero universale. Altre volte un motivo autobiografico s'insinua nella trattazione scientifica, e l'Esule esce in parole accorate circa la propria condizione, o esprime il tormentoso desiderio del ritorno in patria. Ma forse sopra tutti gli altri ci attraggono i capitoli consacrati, nel primo trattato, alla difesa e all'elogio del volgare; dal Poeta considerato non piú come un meno pregevole mezzo di espressione, da lasciare a coloro che non san di latino; ma come il nuovo potente strumento del pensiero, destinato a sostituire, in tutti gli usi, l'antico: «sole nuovo, lo quale surgerà là dove l'usato tramonterà». Qui è veramente la coscienza, sempre piú precisa e sicura, che a nuova civiltà deve corrispondere nuovo linguaggio; qui è il segno dell'intimo travaglio dell'artista, il quale sente il disagio e l'insufficienza delle vecchie forme, e ne cerca altre adeguate alle esigenze della propria vita spirituale ch'egli vuole esprimere in tutta la sua ricchezza e potenza. La prosa del Convivio reca l'impronta della piena maturità ormai raggiunta dallo Scrittore: lo stile non è piú, come nelle parti prosastiche della Vita nuova, gracile ed alieno da ogni espressione e da ogni immagine realistica o rude; il periodo non è tramato con quella grazia delicata che pur tanto ci attrae e cosí bene s'adatta all'argomento del libro giovanile: tutto, in questa prosa virile, spira forza e robustezza: solida l'architettura dei pensieri, maschia l'intonazione, vigorosi i collegamenti logici e sintattici, ampio di respiro ed energicamente vibrato nelle clausole il periodare. § 6. — Il problema del volgare, che si era presentato incidentalmente al pensiero di Dante nello stendere il Convivio, è fatto argomento di trattazione sistematica nel De vulgari eloquentia, un trattatello composto in latino quasi a portare la questione nel campo della scienza, dacché i dotti — cui l'opera si rivolgeva — disdegnavano l'uso del volgare, e a Dante premeva dimostrarsi non ignaro della lingua da loro preferita. Questa scrittura, cui il Poeta attese contemporaneamente al Convivio (fra il 1304 e il 1307), è, come l'altra, incompiuta: doveva constare forse di quattro libri, ma fu condotta soltanto fino al quattordicesimo capitolo del secondo. Anche cosí, essa riesce interessantissima, poiché costituisce il primo tentativo di trattare a fondo, e con metodo, l'importante argomento della lingua italiana. Precede una parte espositiva — la piú caduca perché inficiata di idee e di pregiudizi medievali — intorno all'origine dell'umano linguaggio; alle cause del suo suddividersi in varii idiomi; alla distinzione fra la grammatica (il latino, concepito come lingua quasi convenzionale, elaborata dai dotti dei varii paesi, e perciò immutabile) e il volgare (frutto dell'uso vivo, e quindi soggetto a variazioni nel tempo e nello spazio); ed alla classificazione dei diversi dialetti italici. Segue, sempre nel primo libro, la trattazione centrale, che riguarda il volgare illustre (o cardinale, o aulico, o curiale). Appresso (libro II) il Poeta disserta dell'uso del volgare illustre, per stabilire: da chi debba essere adoperato; per quali argomenti (armi, amore, virtú); quali gradazioni di stile possa assumere (e qui distingue lo stile tragico, che è il piú elevato, da quello comico, cui si conviene un volgare mediocre, e da quello elegiaco di cui è proprio un volgare umile); e quali forme metriche gli convengano. L'opera rimane interrotta con la parte in cui lo Scrittore tratta della canzone, di cui esamina minutamente la struttura metrica. Ma, piú che i singoli argomenti, interessa il fatto che il Poeta abbia avvertita imperiosamente, e per ragioni artistiche e per ragioni politiche, la necessità di una lingua nazionale (il volgare illustre appunto), che, superata la varietà dei dialetti, fosse espressione del nostro genio letterario. Un tale linguaggio egli concepisce non astrattamente, come frutto di una pura convenzione; ma storicamente, come prodotto dell'opera individuale e cosciente degli scrittori; e ne vede il progressivo sviluppo dai Siciliani agli stilnovisti, fino a Cino da Pistoia e al suo ‘amico’ («Cinus Pistoriensis et amicus eius») cioè fino a se stesso. Si potrà osservare che l'Alighieri ha tenuto troppo scarso conto dell'influsso che l'uso vivo esercita sulla lingua degli scrittori — un influsso che in tempi a noi vicini sarà invece sopravalutato dal Manzoni e dai seguaci della sua dottrina; ma che mirabile acume dimostra egli nella concreta impostazione di un problema cosí arduo e di tanto significato e valore; che lucida consapevolezza critica, ed insieme che sicura preveggenza storica, nell'additare la letteratura classica come modello della nuova letteratura volgare, anticipando le esperienze del Petrarca e del Boccaccio e di tutto il nostro Rinascimento! Veramente, anche in questo campo, Dante esce dai limiti di un gretto municipalismo e regionalismo; e si leva ad una visione piú alta, alla concezione di una lingua che rechi l'impronta della nostra unità di popolo e ne sia la degna espressione, serbando i segni dell'origine romana. § 7. — In latino è anche un trattato politico, che già nel titolo annuncia e riassume l'ideale dantesco: Monarchia. Nel Convivio il Poeta aveva avuto occasione di esporre incidentalmente le sue idee intorno all'Impero: qui le fa soggetto di una trattazione sistematica. L'opera consta di tre libri: nel primo si dimostra come la monarchia universale sia necessaria al bene temporale dell'umanità, e presupposto della sua felicità spirituale; nel secondo si fa vedere come l'esercizio di quel supremo potere civile spetti di pieno diritto, per divina predestinazione ed elezione, al popolo romano; nel terzo si tratta dei rapporti fra le due potestà universali, l'Impero e il Papato, affermando la piena indipendenza di quello da questo nell'àmbito della propria giurisdizione. Costruita con logica coerenza sí nel disegno generale e sí nelle singole parti, quest'operetta è frutto di una larga preparazione filosofica e di una intensa meditazione, vivificata e resa attuale dalle vicende politiche del tempo (la Monarchia dovette essere scritta negli anni della discesa di Arrigo VII o poco dopo) e da quelle particolari dello Scrittore. La nota piú originale, in essa, è l'affermazione risoluta della indipendenza dell'imperatore dal papa, contro le ambiziose aspirazioni teocratiche della Curia pontificia, di recente riconfermate, nella bolla Unam sanctam, da Bonifazio VIII. A quel Papa Dante faceva risalire la colpa della cacciata dei Bianchi fiorentini e del proprio esilio; ma, come sempre, nel Poeta l'uomo di parte è vinto e superato dall'uomo di pensiero, che l'interesse particolare inquadra ed assorbe in un interesse piú alto, di portata universale. Egli mira ad un ordinamento ideale di tutta la società umana; e lo concepisce fondato sulla pratica delle piú alte virtú morali, sotto la saggia direzione dei due supremi reggitori, operanti concordi ma liberi ciascuno nella propria sfera: l'imperatore come guida alla felicità terrena, il pontefice come guida alla salvezza eterna. Cosí il Poeta, pur riconoscendo che il fine ultimo della vita è il conseguimento della beatitudine celeste (e perciò l'imperatore, pur essendo indipendente dal pontefice nell'esercizio del proprio potere deve serbare verso il successore di Pietro una filiale reverenza), tendeva a quella rivalutazione della vita terrena che sarà poi attuata pienamente nel Rinascimento. § 8. — Alla Monarchia si ricollegano, per il contenuto, non poche delle Epistole dantesche, anch'esse tutte in latino (ce ne sono pervenute tredici). Dante si conforma generalmente, in esse, ai modelli dello stile epistolare, alle prescrizioni delle Artes dictandi e alle leggi del cursus. Né avrebbe potuto far diversamente; tanto più che nella maggior parte dei casi si rivolgeva ad altissimi personaggi, e scriveva con intenti piuttosto pratici che letterari. Da ciò il colorito oratorio e la solennità biblica dell'espressione, che pecca, non di rado, di enfasi. Ma quando lo Scrittore ha da esporre le sue piú radicate convinzioni o i suoi affetti piú profondi, rompe istintivamente ogni freno ed impaccio di regole; e lo stile si fa voce spontanea — e accorata — dell'anima sua. Cosí è piena di efficacia, nella nuda vigorosa affermazione della sua offesa dignità d'uomo e di filosofo, la lettera all'Amico fiorentino con la quale il Poeta respinse la proposta di rientrare in Firenze a condizioni umilianti; hanno tono di ispirata profezia, nell'esortazione, nella rampogna, nella minaccia, le tre scritte in occasione della venuta di Arrigo VII in Italia, e dirette rispettivamente all'Imperatore, ai governanti delle città e degli stati italiani, ai protervi Fiorentini, ricalcitranti all'autorità dell'Eletto di Dio; ed è piena di calore quella diretta ai cardinali italiani dopo la morte di Clemente V. In questa il Poeta ricorda con commossa eloquenza l'alto compito commesso dalla Provvidenza al Papato; e insiste sulla necessità di ritornare alle pure fonti della dottrina e della religiosità evangelica, rappresentando con colori patetici la desolazione di Roma, abbandonata dai due massimi reggitori che tanta luce le dettero in altri tempi, e anelante a riaccogliere l'uno e l'altro fra sue mura gloriose. Dappertutto, nelle opere dell'affannato pellegrino, un desiderio di pace, per gli altri e per sé. Siffatto desiderio, che negli ultimi anni — dileguata ogni generosa illusione con la morte di Arrigo — sempre piú lo innalzava alle supreme consolazioni della speranza cristiana, traspira, ormai stanco perché quasi disperato di ogni terreno conforto, nelle due Egloghe latine, scritte, da Ravenna, in risposta, rispettivamente, ad un carme e ad un'egloga di Giovanni del Virgilio. In esse il Poeta, rinnovando non infelicemente i modi della poesia pastorale tanto cara al suo autore prediletto, respingeva cortesemente l'offerta del buon grammatico bolognese di farlo insignire, nella dotta città, dell'alloro poetico; non altrove l'Exul inmeritus avrebbe voluto ricevere quell'onore che sul fonte del suo battesimo, in quella Firenze, nonostante tutto, a lui sempre tanto cara, dove anelava di riposare il corpo e lo spirito affaticati prima di chiuder gli occhi alla luce. Opera degli ultimi anni è anche la Quæstio de aqua et terra, un opuscolo dottrinale in latino, che si connette ad una discussione, sostenuta pubblicamente dal Poeta in Verona, circa il quesito, assai dibattuto nelle scuole d'allora, se l'acqua possa in alcuna parte del globo innalzarsi sopra il livello della terra sommersa. La questione è trattata dall'Alighieri secondo le idee e i metodi del tempo; e questa scrittura ha valore per noi soltanto come documento della dottrina del Poeta e del suo grande amore per la verità. Le Egloghe, la Quæstio e i canti finali del Paradiso sono gli ultimi scritti di Dante: la vita gli mancò non appena egli ebbe condotto a termine, per nostra fortuna, il suo capolavoro. § 9. — Le opere minori, da noi passate in rapida rassegna, ci permettono di cogliere gli elementi costitutivi e i caratteri fondamentali della ricca personalità del Poeta. In lui l'abito della speculazione ed il gusto della vita contemplativa non menomano lo spirito pratico e l'attitudine alla vita attiva; sicché egli ci si presenta come una grande figura di pensatore-artista e, insieme, di politico; è capace di comprendere tutte le forme della vita e tutti gli aspetti della realtà, sempre però sottoponendoli alla severa valutazione di una vigile coscienza morale e religiosa (e ciò spiega l'importanza che ha nel progressivo sviluppo del suo spirito il suo amore purissimo per Beatrice); possiede la rara facoltà di innalzarsi dal particolare all'universale, e questa gli permette di assumersi con piena coscienza ed alto senso di responsabilità una missione da compiere — come vero Vate — nell'interesse di tutto il genere umano; prodigioso è finalmente in lui il vigore fantastico, e accompagnato da una profonda consapevolezza critica, la quale lo spinge a porsi ed a trattare esaurientemente, secondo i tempi e talvolta anche precorrendo i tempi con geniali intuizioni, i varii problemi connessi coll'esercizio dell'arte. Tutte queste facoltà ed attitudini confluiscono e fanno le loro prove piú perfette nel capolavoro; ma naturalmente sui molteplici interessi pratici e speculativi uno prevale, e li fonde tutti in salda unità: l'interesse poetico. Questo soprattutto spiega l'infinita distanza che separa le scritture allegorico-didattiche che precedettero nel tempo la Commedia, dal poema divino. Nella multiforme ricchezza di elementi tumultuanti nell'inquieta e torbida anima medievale, l'Alighieri portò chiarezza, ordine, misura; la disciplina, insomma, di uno spirito classico in un contenuto che già potrebbe dirsi romantico. Tale disciplina s'intravede fin dalla sua prima operetta; e appare sempre meglio nelle scritture che la seguirono, ciascuna delle quali elabora l'uno o l'altro dei motivi che saranno poi espressi in armoniosa sintesi nel capolavoro. In questo un rigoroso spirito unitario informa di sé la costruzione severa, quasi geometrica, dei tre regni d'oltretomba, e le parti in cui ciascuno è con scrupolosa cura suddiviso, e i personaggi che vi si muovono nella perfetta coerenza della loro motivazione psicologica, e i luoghi che sono immaginati come sfondo in piena corrispondenza coi loro abitatori. § 10. — Il compito che Dante si propose nel Poema era veramente titanico: una rappresentazione integrale dell'umanità in ogni suo ordine e stato, dall'essere che scende fino agli infimi gradini del male per un torbido oscuramento della coscienza, allo spirito che si sublima, nell'anelito del bene, fino a Dio: fra questi due estremi, un numero infinito di individui, in cui s'incarnano le molteplici contraddizioni di questa nostra natura celeste insieme e terrena. La capacità, quasi sovrumana nel Poeta, di abbracciare con una sola occhiata panoramica un mondo cosí vasto e complesso gli ha ispirato un'architettura che piú semplice non si potrebbe immaginare. Il regno del peccato, quello dell'espiazione e quello della beatitudine sono da lui raffigurati in una gigantesca costruzione che si sviluppa su di una linea rigorosamente unitaria. L'inferno è una paurosa voragine a forma di cono vaneggiante dalla crosta al centro della terra sotto il nostro emisfero, il quale — secondo le idee geografiche del tempo — ha per suo centro Gerusalemme: in fondo all'abisso, al vertice del cono, sta confitto Lucifero. Quivi il principio d'ogni male fu confinato, dopo esser precipitato dal cielo, nel punto dell'universo piú lontano da Dio. La terra, per orrore del superbo ribelle, si ritrasse d'attorno a lui, produsse la cavità infernale, e ricorrendo alla superficie nell'emisfero opposto al centro, che gli antichi credevano interamente coperto dalle acque, generò, nel centro di esso, agli antipodi di Gerusalemme, un'altissima montagna — anch'essa in forma di cono tronco — che ebbe sulla sua vetta pianeggiante una divina foresta, il paradiso terrestre, e fu dalla Divina Provvidenza destinata, per tutta l'estensione delle sue pendici, come regno dell'espiazione, il purgatorio. Il regno della beatitudine è propriamente l'empíreo — cielo di pura luce — sede degli angeli e delle anime elette. L'empíreo è il cielo dei teologi, ed è rappresentato come uno spazio infinito avvolgente le nove sfere concentriche dei cieli astronomici, i quali, secondo il sistema cosmografico di Tolomeo, hanno al centro il globo terracqueo fasciato dalla sfera dell'aria e da quella del fuoco. Nell'empíreo Iddio si manifesta come un punto luminosissimo, nella contemplazione del quale gli spiriti conseguono la beatitudine. Or chi tirasse una linea da Gerusalemme al centro della terra, e la prolungasse per l'altro emisfero fino a farla passare, come asse del cono, attraverso la montagna del purgatorio e quindi su, di sfera in sfera, fino all'empíreo e a Dio, avrebbe quell'asse ideale intorno al quale, come abbiam detto, è disposto il triplice mondo creato dalla poderosa fantasia del Poeta. In grazia di questa semplice costruzione unitaria la storia dell'umanità ci è da Dante presentata di scorcio nel suo svolgersi tra i due opposti principii del bene e del male (Dio e Lucifero), con le sue cadute (il paradiso terrestre dove in Adamo peccò tutto l'uman genere) e con le sue risurrezioni (Gerusalemme, ove si compié il grande atto della Redenzione). Alla simmetria rigorosa dell'insieme corrisponde quella delle parti, che sono dieci per ciascuno dei tre regni: l'antinferno piú nove cerchi, nel primo; due zone di antipurgatorio, piú sette ripiani della montagna corrispondenti ai sette peccati capitali, e il paradiso terrestre, nel secondo; i nove cicli astronomici, piú l'empíreo, nel terzo. Con felice espediente il Poeta, al fine di mantenere alla descrizione del paradiso quel movimento e quella varietà che caratterizza le descrizioni dell'inferno e del purgatorio, e di dare alla terza parte del poema uno svolgimento proporzionato a quello delle altre due, immagina che — per divina disposizione, e per la necessità di dare ai suoi occhi mortali un'idea sensibile del diverso grado di beatitudine concesso, in proporzione coi meriti, alle anime elette — gli spiriti beati, prima di mostrarglisi tutti accolti nell'empíreo, lor propria ed eterna sede, gli vengano incontro, in distinte schiere, durante le soste che egli fa trasvolando, su su, dall'uno all'altro dei cieli sottostanti. Lo stesso spirito di sistema, lo stesso bisogno di precisione simmetrica presiede alla struttura morale del triplice mondo. Nell'Inferno i dannati sono distribuiti secondo che peccarono per incontinenza (per non aver saputo frenare — contenere — gli istinti entro i limiti posti dalla ragione), o per violenza, o per frode; nel Purgatorio gli espianti sono disposti secondo che il disordinato amore li indusse a peccare volgendosi al male, o volgendosi con scarso vigore ai beni eterni, o con soverchio vigore ai beni terreni; nel Paradiso gli spiriti beati sono distinti in sæculares (ancor legati, in qualche maniera, al secolo, al mondo), activi e contemplativi, secondo che nella loro peregrinazione quaggiú furono piú o meno attaccati alle cose terrene. E come i premi sono adeguati al merito, dal quale dipende il grado della beatitudine nelle anime elette, cosí le pene (eterne o temporanee) sono commisurate alle colpe, ed hanno quasi sempre un preciso riscontro con esse (contrappasso), o per via di somiglianza, o per via di contrapposizione. A guardia dei cerchi infernali stanno varie figure demoniache, le quali spessissimo sono una trasfigurazione fantastica di esseri mitici, operata da Dante con quella libertà che le consuetudini del tempo, e piú ancora il suo genio, largamente gli suggerivano; a custodia dei singoli balzi del purgatorio sono angeli, che presiedono con severa e insieme amorosa sollecitudine alla purificazione onde le anime si rendono degne di salire a Dio; al moto di ciascuna delle sfere celesti presiede una gerarchia angelica, attraverso la quale ogni cielo riceve da Dio una speciale virtú di operare (e ciò è conforme alla dottrina allora comunemente professata circa gli influssi celesti) sul mondo sottostante. § 11. — Nell'Inferno è una progressiva discesa, non solo nel senso materiale del calare da una regione piú alta ad una via via piú bassa, ma anche nel senso etico del profondarsi sempre piú nel male, di cui, a mano a mano che ci avviciniamo al centro della terra, compaiono gli aspetti piú orrendi o ripugnanti. Cosí dall'antinferno, ove la ferrea anima del Poeta ha confinato per sovrano disdegno gl'ignavi, ugualmente odiosi al diavolo e a Dio, si passa al Limbo, ove son posti, con gli innocenti che non credettero — senza lor colpa — in Cristo venturo o in Cristo venuto, i bambini morti prima del battesimo, e separatamente — in un nobile castello — gli spiriti magni vissuti prima o fuori della rivelazione cristiana. Succede al Limbo la ragione dell'incontinenza, coi suoi quattro cerchi (lussuriosi, golosi, avari e prodighi, iracondi e accidiosi) e poi, chiusa entro affocate mura, cinta intorno dalla palude Stigia e difesa aspramente da schiere di demòni, la «Città di Dite», ch'è il regno della violenza e della frode. In essa il sesto cerchio è assegnato agli eretici; il settimo ai violenti, suddivisi in tre gironi, secondo che hanno operato contro il prossimo e i suoi averi, oppure contro se stessi e le proprie sostanze, ovvero contro Dio e contro le ministre di Dio, natura ed arte. Popolano il cerchio ottavo i fraudolenti verso chi non si fida, distinti per dieci fosse concentriche dal nome sinistro (Malebolge: triste borse o fosse) in seduttori, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di scandali e di scismi, falsari. Vengono ultimi i fraudolenti verso chi si fida, o traditori, distribuiti in quattro sezioni del nono cerchio, ciascuna delle quali prende nome dal personaggio piú famoso che si sia macchiato della colpa in essa punita: traditori dei congiunti nella prima (Caina), della patria e della parte nella seconda (Antenòra), degli ospiti e commensali nella terza (Tolomea), benefattori nella quarta (Giudecca): qui è anche Lucifero, immenso mostro a tre facce, che maciulla in eterno in ciascuna delle sue tre bocche Giuda, Bruto e Cassio, i massimi traditori delle due supreme potestà, religiosa (in Cristo) e civile (in Cesare). La montagna dell'espiazione si dislaga altissima di mezzo all'Oceano inesplorato. Nella parte piú bassa di essa — che è l'antipurgatorio — attendono a purificarsi coloro che rimandarono il pentimento fino all'estremo istante della vita: alle falde del monte i morti in contumacia della Chiesa (scomunicati); lungo il pendío i negligenti, che seggono all'ombra di un pietrone, e i per forza morti, gli uccisi violentemente, che procedono lenti salmodiando; appartati, in una valletta fiorita, stanno i principi che, tutti assorti nelle cure dello Stato, trascurarono fino all'estremo della vita il pentimento delle loro colpe. Nel Purgatorio propriamente detto, costituito da sette ripiani nella parte piú alta della montagna, i primi tre balzi sono assegnati ai superbi, agl'invidiosi, agl'iracondi, i quali tutti peccarono per odio del prossimo (deviazione dell'amore, che si volge al male — malo obbietto — anziché al bene); il quarto agli accidiosi, troppo tiepidi nell'amore per le cose celesti; gli ultimi tre, a coloro che disordinatamente amarono o troppo bramarono i beni terreni (ricchezze, cibi, piaceri carnali), cioè agli avari e prodighi, ai golosi, ai lussuriosi. Nel Paradiso terrestre, che è coronamento del Purgatorio, si svolge un mistico corteo, il quale rappresenta, per complicati simboli, la storia dell'umanità in quanto essa s'impernia nei rapporti fra i due supremi poteri, Chiesa e Impero: e quivi compare la figura che di tutte è la piú intima al cuor del Poeta, Beatrice. Nel Paradiso — lo abbiamo avvertito già — i beati, prima di mostrarsi a Dante tutti raccolti nell'Empíreo, che è la loro vera sede, appaiono ordinati in schiere distinte nei primi sette cieli. Nel primo (la Luna) son le anime di coloro che furono costretti, per altrui violenza, a mancare ai propri voti; nel secondo (Mercurio) quelle che nel mondo operarono il bene, ma per lasciar di sé fama onorata dopo la morte; nel terzo (Venere) gli spiriti amanti. Dopo quella prima triade, costituita da anime che in un modo o nell'altro serbano ancor qualche traccia della vita mondana, vengono, nel Sole, i sapienti, che splendono in figura di corone; scintillano, nella croce luminosa di Marte, i combattenti per la fede, tra i quali è Cacciaguida, il trisavolo di Dante; si dispongono nella sfera di Giove in modo da formare una dicitura allusiva all'alto ufficio ch'essi ebbero in terra (Diligite iustitiam qui iudicatis terram), e poi un'aquila, ch'è il simbolo della loro sovrana autorità e dell'Impero, i principi giusti. Ultimi, in Saturno, vengono incontro al Poeta i contemplanti, che salgono e discendono per una scala d'oro perdentesi su verso l'Empíreo. Nell'ottavo cielo (delle stelle fisse), ove appaiono tutte insieme le anime beate, Dante è esaminato dagli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni intorno alle tre virtú teologali, ed ha la prima visione del Divino, col trionfo di Cristo e di Maria; nel nono cielo o primo mobile appaiono le gerarchie angeliche. Nell'Empíreo finalmente il Poeta, dopo aver avuto una nuova visione d'insieme delle anime beate e degli angeli, può profondarsi, rapito in estasi mistica, nella contemplazione del Bene Sommo, ch'è Dio. § 12. — Questa, in rapidissima sintesi, la ricca e complessa figurazione che Dante ci ha dato nella Commedia; in cui il dramma universale dell'umanità sottoposta a volta a volta agli allettamenti del vizio o ai severi richiami della virtú, s'intreccia strettamente col dramma del singolo, di Dante stesso, che ha attraversato anche lui la sua terribile crisi e ne è uscito finalmente, dopo tanto sforzo e non senza aiuti provvidenziali, a salvezza. Questo dramma individuale del Poeta è adombrato all'inizio in quel suo ritrovarsi in una selva cupa e aspra e intricata, che è immagine del peccato: cerca egli da quel tristo luogo di tenebre di salir verso un colle luminoso di sole; ma tre fiere — figurazioni allegoriche del vizio — gli si paran dinanzi a ostacolargli il cammino; ultima e piú pericolosa di tutte, una lupa. Muove allora al soccorso del pericolante la ragione umana, in sembianza di Virgilio, che accompagna il Poeta attraverso i due regni della dannazione e della penitenza; finché, su in vetta al sacro monte, nel Paradiso terrestre, cede silenziosamente il luogo a Beatrice — la fede — che guiderà il suo discepolo su per i cieli mobili fino all'Empíreo. Nelle figure di Virgilio e di Beatrice sono rispettivamente simboleggiate, oltreché la ragione e la fede, la filosofia e la teologia, la potestà dell'Impero e quella della Chiesa. Ma questo schema, a cui noi abbiamo ridotto il contenuto della Commedia, non può dare se non un'idea sommaria e incompletissima della progressiva purificazione che il Poeta ha voluto rappresentare, e del modo stupendo con cui ne ha messo in risalto i caratteri particolari. Purificarsi, per lui, significa liberarsi non solo da ogni peccato che violi i princípi etici, ma anche da ogni sorta di preconcetti o di pensieri angusti, di affetti limitati; significa conquistare per sé, e additare agli altri come tipo, una umanità piú alta in ogni forma e in ogni campo. Quell'uomo che si arrogava un diritto di giudice severo di fronte a tutti — fossero anche i potenti coronati della terra, papi o imperatori o principi — doveva mostrare con la sua robusta tempra morale di essere all'altezza dell'arduo compito. Ed ecco l'accanito parteggiatore sublimarsi nel cantore della rettitudine e della giustizia, investirsi sempre piú pienamente della sua sacra missione. I termini di siffatto approfondimento spirituale, i momenti essenziali nella conquista di codesta superiore coscienza sono segnati e illuminati da una serie di episodi, i quali hanno la loro ragione d'essere piuttosto in un'esigenza intima allo spirito del Poeta che in un intento di oggettiva rappresentazione storica: Ciacco, Farinata, Brunetto, Cacciaguida: dall'accesa passione dell'Inferno alla serenità contemplativa del Paradiso! § 13. — Il confluire in una stessa rappresentazione di due cosí diversi elementi, soggettivo e oggettivo, personale e universale, dà all'arte di Dante una varietà di toni e una profondità di espressione, per cui non fu né sarà mai superata. Nell'Inferno egli è — o dovrebbe essere — il giudice inesorabile, cui, di fronte ai reietti di Dio, spetterebbe di assumere un atteggiamento sempre uguale di teologica ostilità: ma come invece si rivela anche qui la ricca gamma di sentimenti, di gradazioni, di sfumature sottili, ond'è costituita l'anima sua! In questo aspetto dello spirito dantesco si deve soprattutto ricercare il tessuto connettivo, per il quale la totalitaria rappresentazione dell'umanità che dispera, o piange per purificarsi, o esulta nel trionfo della beatitudine, ci appare serrata in un'unità cosí mirabile e potente. Quel Dante che lagrima con Ciacco goloso; che cade svenuto dinanzi a Francesca vittima di un dio piú forte di lei, l'amore; che innalza al suo antagonista politico, Farinata degli Uberti, una statua di bronzo, è quel medesimo che non degna se non del suo disprezzo gl'ignavi; che si mostra cosí aspro con Filippo Argenti; che prorompe nelle piú fiere invettive contro i papi simoniaci profanatori degl'ideali piú alti; che si attarda, quasi compiaciuto, nella pittura di diavoli e barattieri gareggianti fra loro in furberia. Si disfrena non di rado dall'animo del Poeta la passione, e l'accento sale all'altezza della tragedia, per smorzarsi, ove occorra, di nuovo nella figurazione del cinico, come in Vanni Fucci, o del plebeo, come in Mastro Adamo e in Sinone. E lo Scrittore può trascorrere agilmente dall'uno all'altro sentimento, dall'uno all'altro tono, senza crear dissonanze: l'eroica figura di Ulisse si leva alta sulla folla, in gran parte plebea e volgare, che popola Malebolge; e tu non senti per nulla disagio dall'antitesi, né avverti alcun senso di sconvenienza fra quella nobilissima figura e la folla degli spiriti circostanti. Il Purgatorio ha altra intonazione, non drammatica, ma teneramente idillica; non fondata in prevalenza sul contrasto, ma sulla conciliazione, sopra una fondamentale conformità di stati d'animo fra il pellegrino e i temporanei abitatori del sacro Monte. Al Poeta che nell'Inferno ci appare per lo piú sdegnoso, succede il Poeta amoroso, pieno di rispetto, di sollecitudine, di affettuosa espansione verso le anime penitenti. L'uno è esule dalla patria terrena, e tutti — Dante stesso e gli espianti — sono esuli dalla patria celeste, cui anelano di ritornare presto: si ripensi al colloquio, cosí pieno di contenuta commozione, fra Dante e Forese. Ma questa necessaria maggiore unità di tono non genera monotonia; ché la fantasia dantesca è tanto potente da saper cogliere, anche in mezzo al tipico e al generico, il proprio e il particolare. Già l'antipurgatorio non è soltanto materialmente separato dal restante regno della purgazione: ha una sua inconfondibile fisionomia, è come un ponte che il genio del Poeta ha gettato tra l'umano e il divino. Quelle anime vivono ancora, piú o meno tenacemente, col pensiero vòlto alla terra: il magnanimo Manfredi mostra un'accorata pietà del proprio corpo insepolto, e, piú ancora, ha sempre nel cuore la sua diletta Costanza; Jacopo del Cassero ha negli occhi la visione spaventosa del lago di sangue in cui giacque morente, come Buonconte la striscia rosseggiante che segnò di una traccia il suo penoso cammino dal campo di battaglia di Campaldino al confluente dell'Archiano con l'Arno; e la soavissima Pia ricorda con contenuta effusione — essa che pur ne fu vittima — l'uomo che la fece sua sposa. In tutto il purgatorio — dalla marina alla vetta — ritornano sublimati e hanno piú penetrante espressione gli affetti piú nobili e piú puri: l'amicizia, l'arte, l'amore spirituale. L'amicizia: da Casella a Belacqua, a Nino Visconti, a Forese Donati, quanto diversa è l'espressione di questo sentimento, cui dà vivace risalto la particolare condizione in cui ciascun personaggio si rivela al Poeta! Rilievo ancora maggiore ha, nella cantica, l'arte, non solo nel suo piú stretto significato di letteratura, ma altresí come canto, come pittura, come scultura. Musico è il già mentovato Casella, miniatore Oderisi, poeti sono Sordello, Stazio, Bonagiunta, il Guinizelli, Arnaldo Daniello: accanto a questi personaggi altri vi son richiamati, Franco bolognese e Cimabue e Giotto e Guido Cavalcanti; e l'arte, in questo secondo regno, colla vivezza delle sue rappresentazioni (come nei bassorilievi che ornano la cornice dei superbi), diventa natural collaboratrice e ministra di Dio nel suscitar nelle anime l'ardore della penitenza. L'amore spirituale finalmente, in quanto è ispirazione di bene, trova la sua piú piena manifestazione nel gruppo di canti finali, di cui è centro Beatrice. Nel Paradiso la poesia scaturisce da vena piú alta e nascosta; non piú la comune umanità coi suoi odi e coi suoi amori, e quindi colle sue macchie e coi suoi chiaroscuri; ma un'umanità eletta, che ha trovato il suo pieno appagamento nell'assoluto, in Dio. E come la luce penetra in ogni parte del terzo regno e assorbe in sé sempre piú di cielo in cielo le sembianze antiche dei suoi abitatori rendendole invisibili all'occhio del miracoloso pellegrino, cosí questo generale stato di beatitudine tende a livellare la psicologia degli eletti, ad attenuare fra l'uno e l'altro di essi ogni differenza o rilievo. Eppure, come si distaccano ancora, su quel comune fondo di quiete serena, le figure cui piacque al Poeta di dare piú vivo risalto! Piccarda, Carlo Martello, Cunizza, San Francesco, San Domenico, Cacciaguida, San Pier Damiano, San Pietro, la Vergine, hanno una vita estetica diversa nei motivi d'ispirazione, ma non meno originale di quella che hanno ricevuto dal loro creatore le anime dei regni inferiori. Mezzo potente per arricchire e variare la rappresentazione è, anche qui, il richiamo continuo della terra, cui il Poeta può far ricorso e per la ragione teologica che la Chiesa — pur distinta in militante, paziente, trionfante — è un unico vivente organismo; e per la ragione artistica — peculiare all'Alighieri piú che ad ogni altro suo fratello in Parnaso — che la sua fantasia tende al finito, al determinato, fuor di ogni astrattismo. Basta vedere, ad esempio, come spicca, nel bel mezzo della cantica, il richiamo nostalgico alla virtuosa e forte Firenze di un tempo, sulla bocca di Cacciaguida. D'altra parte l'intima comunione degli spiriti fra loro, nel godimento della beatifica visione, permette al Poeta di sviluppare in pieno, piú che nell'Inferno e nel Purgatorio il motivo corale; che si annunzia prima nell'affollarsi delle anime intorno al fortunato pellegrino e negli accenti di concorde approvazione con che esse accolgono e sottolineano di frequente il parlare di una di loro; poi nelle figurazioni via via piú complesse, di corone, di croci luminose, di animali simbolici, di scalee d'oro, fino al trionfo di Cristo e di Maria, e poi alla totalitaria visione della mistica rosa nell'Empíreo. E all'ardore comunicativo dei beati risponde l'inesausta sete di sapere dell'Alighieri, la quale, nel Paradiso, piú che nelle altre cantiche, si manifesta, e ne costituisce uno dei temi piú insistenti. Nel Paradiso come nelle altre cantiche, e forse piú, Dante ritrae con la stessa felicità gli altri e se stesso, il mondo esterno e l'interno, l'umano e il sovrumano, e perfino l'ineffabile. § 14. — Non a caso il Poeta aveva dichiarato di essersi formato alla scuola di Virgilio: e non a caso nel nobile castello aveva, con manifesta compiacenza, rappresentato se stesso sesto fra cotanto senno, nella compagnia di cinque fra i piú famosi poeti dell'antichità. Era in lui la coscienza — orgogliosa coscienza — di aver riannodato, dopo una tenebra plurisecolare, il filo d'una tradizione spezzata: tale tradizione appunto egli ricreava, piegandola alla significazione dei nuovi bisogni, della nuova civiltà maturatasi in virtú del cristianesimo. Cosí l'arte acquistava un carattere d'interiorità, senza perdere di precisione né di nettezza; e noi Italiani uscivamo primi fra i popoli d'Europa, per merito soprattutto di Dante, dal campo dell'astrazione — di cui l'età medievale particolarmente si compiacque — a prender contatto colla viva realtà del presente. Non che siano scomparse dall'opera dantesca le tracce di quell'universalismo, che dicemmo caratteristico del Medio Evo: l'Alighieri è ancora il cantore dell'Impero e del Papato, i due supremi poteri in cui si esprime e si assomma l'ideale politico-religioso dell'età di mezzo; la sua missione è quella di poeta universale in quanto egli mira alla salvezza delle anime. Ma come già si profilano nella sua attività di scrittore i segni della nostra nuova individualità nazionale! Anzitutto la lingua: Dante scelse, per il suo gran poema, vincendo ogni preconcetto di aristocrazia dottrinale ed erudita, la lingua del popolo; né titubò dinanzi a censure, piú o meno discrete, che gli poterono, per ciò, esser mosse da dotti. E la lingua del popolo difese contro «li malvagi uomini d'Italia che commendano lo volgare altrui e lo proprio dispregiano», che «fanno vile lo parlare italico e prezioso quello di Provenza». C'è già, in questa scelta meditata e in questa impetuosa difesa, il senso della lingua come supremo valore nazionale: perché Dante, costretto dall'esilio a uscire dai limiti angusti della vita municipale e ad aggirarsi peregrino «per le parti quasi tutte alle quali questa lingua si spande», aveva allargato sempre piú il suo orizzonte spirituale. Perciò dall'una all'altra delle sue opere è una continua ascensione: dalla Vita nuova al Convivio, al De vulgari eloquentia, alla Monarchia, alla Commedia: ascensione artistica, nello sforzo sempre piú vivo di esprimere fin l'ineffabile; ascensione morale, nella sete sempre crescente d'ideale, che è anche sete di sapere; ascensione politica, nel tentativo, a mano a mano piú consapevole, di delineare quelle forme di reggimento che il suo intelletto di pensatore e il suo nobile cuore di cristiano e di Italiano gli presentavano come capaci di guidare ad alta mèta i passi malcerti dell'umanità travagliata. Ché se l'Impero appariva a lui l'unico potere politico adatto a tenere a freno le insaziate brame degli uomini, qual parte doveva aver nell'Impero l'Italia, dal Poeta tanto celebrata in ogni sua bellezza, esaltata per la sua grandezza passata, e compianta per la decadenza presente! L'imperatore era, sí, il reggitore della terra tutta, ma tale potere gli derivava dall'essere re d'Italia — di quell'Italia di cui Dante sentí potentemente l'unità storica, geografica e morale — cioè d'una nazione, che era stata prescelta da Dio come strumento di una missione provvidenziale. Questa missione l'Italia — che l'Alighieri vagheggiò forse anche ricomposta politicamente in unità pur nell'ambito di quel piú vasto reggimento — doveva riprendere, come erede della grandezza e della gloria di Roma, e destinata perciò ad essere «il giardino dell'Impero» ed a costituire il centro giuridico e morale dell'universale monarchia. Dante si pone per tal guisa, dinanzi alla coscienza degli Italiani d'ogni età, come maestro, e maestro sommo; non solo nel campo della letteratura, per aver dato espressione artistica definitiva agli ideali del suo tempo e alle aspirazioni del suo animo presago, scaldate alla vampa della sua passione; non solo pel suo inesausto anelito verso il bene e per la sua insaziabile brama di conoscere il vero, in grazia del quale la vita assumeva ai suoi occhi un valore religioso; ma anche per il suo spirito d'italianità, presa la parola nel suo significato piú augusto. La sua triste esperienza di esule gli aveva mostrato le piaghe tutte che deturpavano il bel corpo d'Italia; ond'egli invocava accoratamente un salvatore, perché nella salute della nostra nazione vedeva il principio indispensabile della salute del mondo. Per questa larga, ansiosa comprensione degli aspetti piú complessi e piú profondi della nostra vita, Dante appare a noi l'uomo piú rappresentativo, l'eroe — direbbe il Carlyle — piú tipico di nostra gente: il ravvivarsi del suo culto in ogni tempo è stato indizio certo di nazionale risurrezione. La sua figura è salita nella sfera del mito; si è quasi trasumanata, perdendo a volta a volta il suo preciso colorito storico, per assumerne uno ideale. Da lui gli uomini nostri piú grandi — anche se fra loro diversissimi in ciò che riguarda le particolari opinioni e la fede politica e religiosa — hanno preso e prenderanno in ogni tempo gli auspici per le sempre rinascenti fortune d'Italia. _______________ |
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