SARFATTI MARGHERITA

Intorno al samovar

(a cura di Benedetto Brugia)


- Russi e russe all'università

- “Madame la souspréfète” e i tarocchi

- “Benitouchka”, ovvero la notte infernale



Non un professore soltanto, tutto il cosmopolita pittoresco mondo universitario in quegli anni lo imbeveva di sé; come sempre avviene, i condiscepoli non meno che gli insegnanti.

Tra i condiscepoli, frequentava di preferenza i russi, e soprattutto le russe; zingaresco e bislacco ambiente, genialità e stramberia, filosofia solenne e alta retorica rivoluzionaria; pentolone di torbida schiuma e ricchi nutrimenti di vita, surriscaldato e mescolato in bollore. Aller au fond des choses, aller au fond des choses, suonava il perenne ritornello intorno al samovar del perenne tè, mentre si vuotavano innumerevoli tazze e si incenerivano innumerevoli sigarette. Cinque, dieci, venti persone, addensate nell'atmosfera irrespirabile, in una cameretta di kursistki povera, dalle brusche risolutezze in contrasto con lo sguardo vacillante e la malcerta voce; cinque, dieci, venti persone si accanivano intere giornate, e i pomeriggi prolungati sino alla tarda note, nelle interminabili discussioni: l'eterna Bisanzio, l'eterno, sofistico, dissertatore Oriente.

Le poco ortodosse frequentazioni non contribuivano a farlo inscrivere nel libro d'oro delle autorità consolari e locali. Vent'anni dopo, salito al Governo, ripescò non senza diletto, negli archivi della polizia politica del regno, il suo incartamento di sorvegliato speciale, tenuto d'occhio di qua e di là dal confine, ad ogni spostamento, ad ogni discorso o conoscenza nuova. Ad acuire la situazione e appuntire i sospetti, capitò un clamoroso infortunio oratorio.

Profondamente mi dolgo di dover qui distruggere una leggenda. Denudare qualche stupida realtà a scapito di un bel mito mi parve sempre mestiere idiota. Ma il veridico storiografo affronta crudeli doveri.

Non è vero quanto si racconta, che per debutto oratorio, il giovinetto Davide rivoluzionario abbia sconfitto in Svizzera Golia Jaurès.

Affrontò invece a un comizio l'altro «asso» del riformismo di allora, il belga Vandervelde, e ne uscí malconcio.

La mitezza dottrinaria e acuta di Émile Vandervelde — piccolo borghese di Fiandra bonario e duttile, e gran bestia nera del rivoluzionarismo internazionale — girava intorno a due o tre perni: cooperazione con un poco di corporativismo, parlamento, cultura, e uno spruzzo di repubblica anticlericale. Molte «Case del Popolo» come l'esemplare Vooruit di Gand, con fiumi di birra, salumi, biblioteche, leghe di mestiere e università popolari e propaganda elettorale — milioni di voti e milioni di capitale — e l'avvento del socialismo era sicuro e facile, con una mozione d'ordine approvata dalla metà piú uno dei deputati.

Insomma, il prototipo belga del «socialismo delle tagliatelle» inviso al maestrino di Gualtieri. E il Vandervelde veniva a Ginevra, proprio a parlare di Gesú Cristo, tema di propaganda evangelica caro al «santone di Reggio Emilia» fin dai tempi dell'opuscolo La predica di Natale, su Gesú Cristo sovversivo e il comunismo degli apostoli. Proprio allora, Mussolini stava prendendo contatto con il pensiero di Federico Nietzsche e di Giorgio Sorel, che entrambi ebbero parte definitiva nella sua formazione spirituale. Tedesco, spagnolo, un poco d'inglese e molto francese, le scienze economiche e le discipline sociali — studiava di tutto, con il violino per maggiore svago — ma sopra tutto approfondiva con disperato ardore la nobile filosofia greca; e dopo di essa, la filosofia tedesca. Ai precursori francesi, a Babeuf, aveva persino bruciato l'incenso di quattordici endecasillabi durissimi e truci, quasi continuazione del ça ira carducciano: la rivolta del Quarto Stato dopo quella del Terzo.

Termidoro trionfa e maledetta

Cade la schiera dei ribelli. Guata

Torbido il prete, dal confin, l’accetta

Nelle arterie plebee, insanguinata.

Sordo avanza il furor della vendetta

Negli esilii e nei rischi germinata.

Oh! passâro i bei dí, come saetta,

Gli epici giorni della «cannonata».

Ma sorride babeuf. Ne’ morituri

Occhi gli passa il lampo dell’Idea,

La vision dei secoli venturi;

E il supremo pensier che lo sostenne

Quando, ormai vinto, vindice chiedea

La legione infernale delle Ardenne.

Alla fine della lucida conferenza del Vandervelde, egli chiese e ottenne non senza scandalo il contraddittorio, per una carica a fondo contro il Vangelo e il Galileo — vedi Carducci e vedi Nietzsche — colpevole di aver fatto crollare il magnifico edificio dell'impero romano sotto la spallata della Sklavenmoral, indebolendo con le ideologie di dentro la resistenza ai barbari di fuori. Auspici i russi — tutti un poco teosofi — era appena risalito al Buddo attraverso lo Schopenhauer, maestro del Nietzsche suo maestro. Che cos'era poi il Messia, coi suoi quattro discorsi e parabolette, in confronto al corpo di dottrine elaborato dal Buddo in quaranta volumi, attraverso quarant'anni di penitenza, di meditazione e di lavori apostolici?

Placido e caustico, il Vandervelde gli diè ragione: Gesú non aveva perseverato in 40 anni di tranquilli travagli ascetici. Il cher camarade però dimenticava «il piccolo incidente professionale» che verso i 33 anni aveva danneggiato la sua carriera rivoluzionaria. Tanto lo confuse e turbò la risata unanime della folla, e forse anche il sorrisetto involontario della sua bella compagna russa, Elena M., che Mussolini da allora giurò di non attaccarsi mai piú a Vangeli o Bibbia; anzi, per precauzione, si guarda persin dal citarli.

Espulso poco dopo dal cantone di Ginevra come sovversivo pericoloso, si rifugiò ad Annemasse, oltre il confine francese, a dar lezioni private e opera di muratore, secondo la stagione e i bisogni. Ma piú che tutto, gli insegnamenti della vecchia Giovanna gli procurarono preziose simpatie, e la benevolenza della signora sottoprefettessa di Saint-Julien. «Non si spaventi di una chiamata urgente: la persona cara che le si ammala, guarisce subito» aveva predetto, interpretando il responso vetusto e venerabile dei tarocchi. La signora, appena tornata a casa, fu chiamata dalla madre morente, che poi guarí. E per riconoscenza, protesse il profeta profugo. Hélène M., studentesse russa divorziata, viveva però sempre con la sua fida dama di compagnia, la Sirotinina, in riva al Lemano. Si recò a trovarla, a piedi, sfuggendo ai controlli pericolosi e dispendiosi del treno, anche per fare un dispetto alla questura.

«Benitouchka, Benitouchka» gorgheggiarono a festa le due donne, con le dolci e roche cadenze slave, dividendo con lui il caratteristico e bislacco pranzo delle donne sole: povertà e superfluo, niente pane, ma biscotti, prosciutto e tè.

«Rimanete qui, stasera. Noi, si chiede ospitalità a un'amica».

Dopo la lunga passeggiata, i lettini bianchi ammiccavano assai soavi. A metà sonno, dal tavolato della camera accanto, l'ospite ode la padrona destare affannosamente il marito.

«Le russe sono partite, e qui vicino si muove qualcuno: certo è un ladro».

«Ma no, ma no. Dormi tranquilla».

Il malcapitato non osa piú respirare. Quelle sventate russe non hanno avvertito i proprietari, e adesso, se lo acciuffano, lo denunciano per ladro, e intanto lo scoprono esiliato in rottura di bando, e finisce in prigione per mesi e mesi. Ma è giovane, affaticato, la notte è lunga e soffice il letto. Si riaddormenta, si muove nel sonno, e due, tre volte ode con terrore ripetersi il dialogo. Finalmente l'uomo scende al vicino Commissariato, lo trova chiuso, e risale brontolando contro le insulse paure delle donne.

«Benitouchka», immobile nel lettino, è tutto un sudore freddo. Con l'aurora, ilari e rosee, tornan le russe.

«Benitouchka, Benitouchka, vous avez bien dormi?».

«Oh, com'è interessante! oh che bella avventura!». E nell'udirla batton le mani, tutte contente.

«Però se vi arrestavano, era piú interessante ancora».

Credo, che il Capo del Governo sia riuscito a concludere il trattato con la Unione delle Repubbliche dei Soviets, attraverso infinite pazienze e interminabili dilazioni e discussioni su ogni clausola, grazie alla sua esperienza, che data da allora, della stravagante, cavillosa anima russa. Non conosce un popolo straniero, chi non ha amato una donna di quel popolo. Il poeta delle Elegie romane, cosí usava latinizzarsi.

Nel ripartire col primo treno del mattino, dopo la tremenda notte, da Losanna stessa il beffardo profugo impostò un biglietto per il direttore della Polizia Cantonale: la sua firma, col timbro e la data.


 

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