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SARFATTI MARGHERITA L'esordio (a cura di Benedetto Brugia)
Non appena lo ebbe scampato dal solecismo di un esordio sedentario per una carriera tutta di movimento, il vento della sorte investí il giovane, e lo scaraventò nel cuore della vasta pianura-giardino d'Italia. In apparenza, perché insegnasse i simboli dell'alfabeto ai bimbi delle tre classi elementari nel paesello di Gualtieri presso Reggio Emilia; in realtà, perché imparasse a conoscere da vicino il socialismo emiliano, importantissimo allora e nel periodo successivo della vita nazionale. Narrano le memorie compilate nel carcere: «Gualtieri Emilia è un paese situato sulla riva del Po, tra Guastalla — città di una certa importanza — e Borghetto. Il paese dista un chilometro circa dalle rive del Po, dal quale è difeso da argini possenti, su cui corrono le strade. Vi giunsi in un pomeriggio nebbioso e triste. C'era qualcuno che mi aspettava alla stazione. Conobbi nella stessa giornata i maggiorenti del paese — socialisti e amministratori — e mi allogai a pensione per quaranta lire mensili. Il mio stipendio d'insegnante era di lire italiane 56 al mese. Non c'era da stare allegri. Alla mattina dopo, mi recai senz'altro a far scuola. La mia scuola distava due chilometri dal paese ed era situata nella frazione di Pieve Saliceto. Avevo circa una quarantina di ragazzetti d'indole assai mite. Presi ad amarli. L'orario era continuato, ma all'una la scuola finiva ed io ritornavo in paese, dove potevo disporre a mio piacere delle ore pomeridiane e serali. I primi giorni furono monotoni, poi il cerchio delle conoscenze si allargò e divenne piú intimo. Tutte le domeniche si ballava. Ci andavo anch'io. «E i mesi intanto fuggivano». Piú che Marx e gli economisti del collettivismo scientifico alla tedesca, lo interessavano Babeuf e il filosofi del comunismo idealistico alla latina, Proudhon e il nostro Buonarroti, non per nulla discendente dalla famiglia del gran Michelangelo; piú che gli inventori di teorie, gli scopritori di psicologie e di metodi; l'uomo politico, cioè uomo di carne e passione, piú che la esangue astrazione chiamata uomo economico. Nell'attesa della rivoluzione, ammetteva benissimo che si vivesse con intensità e persin con gaiezza. Imparava anzi allora a suonare il violino, e ballava sulle aie battute, nelle osterie e sui sagrati, con la frenesía di un giovane, destro in tutti gli esercizi, e che respira per natura il ritmo, la melodia e la musica. Ma gli ripugnava la mescolanza del sacro con il profano, il buon bicchiere di vino sorseggiato insieme con la invocazione alle solidarietà eroiche, per spunto di retorica, con lo stesso gusto pigro e soddisfatto. In giornali, comizi e congressi, con articoli e con discorsi, non lasciò piú tregua al socialismo riformista, e quando, piú tardi, diresse l'Avanti!, a capo del socialismo rivoluzionario, dal 1912 al 1914, ancora gli tornava a gola la nausea di quel troppo placido, e pingue, e materialistico benessere, ammantato nelle pose gladiatorie dell'idealismo sovversivo. Polemizzando allora con l'onorevole Zibordi e con Camillo Prampolini, capi delle cittadelle riformiste della florida Emilia, negava a quel risveglio di coscienze e a quell'organizzazione di masse anche il grande valore che realmente avevano, e sfogava la sua veemente intransigenza con definizioni drastiche e crudeli — «il santone di Reggio», «il socialismo delle tagliatelle», «l'onorevole Barbera» — alla stessa guisa che nel giornaletto forlivese La Lotta di Classe insorse poi contro la canonizzazione di «San Giuseppe da Genova» quando i mazziniani gli obbiettarono come un dogma l'ipse dixit del Maestro. Mussolini non è uomo di humour, né uomo di spirito alla francese; di regola, una occhiata sotto zero gela le parole ilari in bocca a chi, lui presente, si permette uno scherzo; la sua concezione della vita è altamente drammatica e volentieri proclive al tragico, ama i contrasti di luce e le forti emozioni. «Bisogna», egli dice, «drammatizzare la vita». Eppure un artista di genio, Medardo Rosso, ha ragione di osservare che ride bene: quando ride, ride di gusto, come un fanciullo. Nato di popolo, ama il poema epico, la tragedia e la farsa, comprende poco il sorriso e la mezzatinta. Ma non può soffrire le mutrie farisaiche e la falsa gravità monumentale. Quando s'imbatte in uno dei tanti che riparano dietro lo schermo dell'impostura o della ciarlataneria, per inganno degli altri o pusillanimità propria, allora scatta con impeti di indignazione o di motteggio. Le sue invenzioni satiriche, crude e scarnificatrici, resero memorabili alcuni scritti polemici, per esempio la “Intervista con Prudenzio Turati”, pubblicata nel Popolo d’Italia del 1915. Garibaldi, guerriero e idealista, uomo d'impetuosa azione e di selvaggia e savia sincerità, era l'eroe del suo cuore. E un giorno, che a Gualtieri dovevano inaugurarne il busto sulla piazza gremita, e l'oratore ufficiale, all'ultimo momento, mancò all'impegno, uscí, con la giacca sulla spalla, dalla porta dell'osteria e si rivolse alle costernate autorità: «Un discorso? su Garibaldi? Ve lo farò io». Parlò un'ora e mezzo, fra la sorpresa della folla. Quando nell'aprile del 1924 lo videro passare in automobile, diretto a Roma, dopo il plebiscito di cinque milioni di voti, i suoi scolari di Gualtieri, che lo adoravano con soggezione e sgomento, ricordarono anche il dettato calligrafico, su cui lungamente aveva insistito l'ultimo giorno di scuola: Perseverando arrivi. Se ne andò come era venuto, ma senza la mantellina che rimase in pegno alla padrona di casa. Emigrò verso la Svizzera, la Francia, un po' in Germania: un assaggio dei calvarî che salgono i nostri emigranti per le terre d'Europa, d'America e d'Africa. Mentre l'altro Stato per eccellenza migratore, l'Inghilterra, esporta aristocrazíe conquistatrici di possidenti e di tecnici, e dovunque il suo cittadino si trovi, ha coscienza che su lui veglia gelosa la madre patria, l'Italia è un alveare fecondo e ristretto, donde si sciama di continuo e a caso. Le Alpi, gli Appennini, i ghiacciai — troppa parte della sua divinità è fatta per l'adorazione dello spirito, non per lo sfruttamento del pane. L'aver lasciato senza direttive, senza protezione e senza capi queste Primavere Sacre; l'aver abbandonato il grappolo delle api operaie, senza api regine intorno alle quali agglutinarsi, fu colpa che le classi dirigenti e l'Italia dovettero amaramente scontare. Da una parte le nuove borghesie industriali del Settentrione, svelte, operose e di pochi scrupoli, succedute alle esigue e lente borghesie intellettuali della provincia — una noblesse de robe, quasi un patriziato che aveva fornito meravigliose energie ideali al Risorgimento — e dall'altro lato le borghesie di avvocati e di agrari, che nel Mezzogiorno tentavano di sgretolare il latifondo, combatterono in Roma poco dopo il Risorgimento la tenzone storica di Cavallotti contro Crispi. Ma in Roma le due cupidigie si adagiarono anche, piú o meno nel reciproco compromesso, con un sistema di sfruttamento, che gravava a duplice spesa sulla nazione.
La melopea, straziante come una nenia funebre e dolce come un canto di culla, ancora riempie le nostre campagne al crepuscolo, quando le fanciulle tornano dal lavoro, diffondendovi la ingenua fierezza dei popoli costruttori e la immedicabile nostalgia delle terre di esilio. Triste a noi, che verso le moltitudini italiane errabonde ai quattro venti dell'orizzonte, dai gangli direttivi della terza Roma, per avvicendarsi di governi, una sola parola d'ordine permaneva unanime: evitare «le grane». Alla lezione di viltà diramata dall'alto, risponde il motto del feroce sarcasmo dal basso. Di fronte alla difesa infastidita e tarda del funzionario che rappresenta ufficialmente la patria, balena quello che l'emigrante chiama «il console», giustiziere dalle fulminee vendette — il coltello —, i cui fasti alimentano la fosca leggenda dell'italiano all'estero. |
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