SARFATTI MARGHERITA

Amici illustri e oscuri

(a cura di Benedetto Brugia)


- Jean Valjean e Cosetta a veglia

- In collegio

- Gli alberi e il fiume

- Il nuoto e il galoppo

- Una apoteosi

- «Le mie stagioni»

- Povera infanzia



Lo spirito soffia dal largo e spande il pòlline sulle acque e la terra di Dio. Una copia de I Miserabili in pessima edizione italiana, stampata fitta su due colonne, unta e slabbrata, portò Jean Valjean, Cosetta e Monsignor Vescovo a vivere nella cascina di Dovía, tra le figure familiari di quest'infanzia.

Occhi grandi sbarrati, il bambino ascoltava i loro casi, letti ad alta voce nella stalla, dove la gente di campagna veglia a fare «il filò», mentre i buoi ruminano e si urtano con cigolío di catene, e il lumino a olio fa oscillare gigantesche ombre sulle pareti e le travi nere. Nel tepore del fiato animale, le vecchie filano la canapa, le giovani preparano il corredo, e gli uomini fuman la pipa e bevon vinello di vinacce, arrischiando, i piú giovani, qualche spallata verso il crocchio delle ragazze. È il modo rusticano di far la corte, e piú si urta forte, piú si vuol bene.

Rincasavano a mezzanotte, nella solitudine del plenilunio scintillante sopra la neve o nel buio rotto dal fioco chiarore delle lanterne, ma gli aficionados rimanevano a discutere, con parole appassionate e sentenziose, gli infortuni del forzato e l'amore di Mario, ché d'inverno è lunga la notte e il lavoro dei campi è breve. Passavan le fantasime del poeta, con la speranza, e il dolore, e con tanta farraginosa retorica, ma retorica in buona fede, di credente nelle idee-maestre del proprio secolo; e per questo, anche enfatiche, le parole toccavano i cuori. E il cuore del bimbo si apriva a quelle voci di umanità e di poesia.

La mamma non era contenta. Quel bambino — ella intuiva — aveva bisogno di altri contatti, di un nutrimento spirituale piú forte, e anche di un freno di disciplina piú costante e meno aspro che non gli fornisse il villaggio; da cavallo di razza richiedeva piú esperti fantini. Tanto insistette che vinse le ripugnanze del babbo rivoluzionario contro i collegi di preti, i soli possibili nei piccoli centri di provincia; e Benito fu accompagnato dai Padri Salesiani di Faenza.

Dicono i ricordi, tracciati anni dopo in prigione: «Mio padre era, dapprima, risolutamente contrario, ma poi finí per cedere. Nelle settimane che precedettero la mia partenza, fui piú monello del consueto.

«Sentivo dentro di me una vaga inquietudine, presentivo confusamente che collegio e carcere erano quasi sinonimi, e volevo godere, stragodere per le strade, per i campi, lungo i fossati, attraverso le vigne dai grappoli maturi, gli ultimi giorni della mia libertà.

«Verso la metà di ottobre tutto era pronto: abiti, corredo, danaro.

«Non ricordo che mi dolesse molto di lasciare i miei fratelli: Edvige aveva allora tre anni, Arnaldo sette. Mi addolorava, invece, profondamente, di abbandonare un lucherino che tenevo in gabbia sotto la mia finestra.

«Alla vigilia della partenza, mi bisticciai con un compagno, gli sferrai un pugno, ma invece di colpir lui, battei nel muro e mi feci male alle nocche delle dita. Dovetti partire con una mano fasciata. Al momento dell'addio, piansi. Nel biroccino, trascinato da un asino, prendemmo posto mio padre ed io. Allogammo le valigie sotto al sedile, e ci ponemmo in marcia. Non avevamo fatto duecento metri che l'asino incespò e cadde.

«“Brutto segno!” disse mio padre, ma rialzò l'asino e continuammo. Durante il tragitto non facevo parole. Guardavo la campagna che cominciava a spogliarsi del suo verde, seguivo il volo delle rondini e il corso del fiume. Attraversammo Forlí. La città mi fece una grande impressione. C'ero già stato, ma non ricordavo piú. Sapevo soltanto che mi ero smarrito e che mi ritrovarono dopo alcune ore di angosciosa ricerca seduto tranquillamente al desco di un calzolaio che a me — fanciullo appena quattrenne — aveva dato generosamente da fumare un mezzo sigaro toscano.

«L'impressione piú forte che ricevei entrando in Faenza, fu provocata dal ponte di ferro, che, gittato sul Lamone, congiunge la città col borgo. Potevano essere le due del pomeriggio quando bussammo al Collegio dei Salesiani. Ci vennero ad aprire. Fui presentato al censore il quale mi guardò e disse: “Deve essere un ragazzetto vivace”. Poi mio padre mi abbracciò e mi baciò. Anch'egli era molto commosso. Quando sentii richiudersi alle spalle il grande portone d'ingresso, ebbi uno scoppio di lagrime».

Tra i grandi dolori, fu quello di lasciare gli alberi e il chiaro torrente nativo, che ha sempre in cuore. Un giorno, in uno dei suoi rari momenti di espansione, Mussolini confidava a un amico di vederlo sempre, gioia o dolore, negli istanti gravi della vita, non appena socchiude gli occhi, come in una visione d'estasi: «Alberi, tanti alberi, il fiume».

Bello, il meriggio d'estate, traversarlo a nuoto, in gara con i compagni, rompendo la corrente schiumosa con il petto e le spalle già forti. Piú bella ancora, la visione mattutina, quando menava ad abbeverarsi il cavallino del padre, via, diritto, al galoppo per la fresca campagna, spronandolo, a dorso nudo, con i piccoli talloni duri sui fianchi, scamiciato e felice, piú superbo d'un re!

Quando si celebrò la prima volta in Roma il dies sacri natali dell'impero latino al posto del 1° maggio internazionale, il 21 aprile 1923, sfilò il corteo innanzi ai ruderi e gli archi, innanzi alle terme di Caracalla e avanti all'ara del Milite Ignoto, davanti palazzo San Marco, appartenuto a Roma pontificia e alla marinara Venezia e, dopo un secolo, ora ritolto all'Austria.

Innanzi al giovane Capo, vestito della camicia nera, con la sciarpa dai colori di Roma a tracolla, si schierava la giovinezza della nazione, mentre egli ogni tanto si curvava a carezzare il suo bellissimo sauro.

Chi sa, se ricordava in quel punto il bambino selvaggio sul cavallino ispido, e, oltre la nera fiumana di uomini in fanatica adorazione, se vedeva, anche allora, sospirando, la corrente chiara fra gli alberi? Alla nostra anima, piú giovane del corpo, appartiene il metro dell'eternità, e i momenti lontani le appaiono vicinissimi, e le piú stravaganti cose naturali, come nel sogno. Trecentomila persone che acclamano, invece di quattro marmocchi rissosi: il teatro muta e la scena ingrandisce; l'animo del protagonista è quello, con la vocazione di chi nacque per dominare. Il gesto del braccio teso scattava, rigido, nel saluto romano alle coorti delle milizie, alle aquile con le ali spiegate sui gagliardetti. Tutti ammiravano il portamento marziale del Presidente; qualche testa pensante, fra le molte oscillanti al vento collettivo dell'entusiasmo, forse si smarriva in confusi interrogativi: Chi è mai questi? un deputato e primo ministro di uno Stato costituzionale e anche troppo parlamentare — oppure un generale d'esercito? Sua Eccellenza il Governo — oppure un dittatore; un capofazione, un capo di funzionari — o un capo di bande armate? Il «Capitano del Popolo» che furono gli avi, o l'antico e tipico Condottiero italico che ritorna? Che sente, che pensa, che intende il popolo, quando, senza parola d'ordine, spontaneamente lo chiama e lo acclama con l'appellativo disusato, rifiorito dal cuore alle labbra delle moltitudini: il Duce?

«Assai piú che gli uomini, su di me sempre ebbero influenze le cose, le stagioni e il paesaggio», si confessa il Duce, a voce lenta e bassa, assorta, quando indugia un attimo nell'autocritica, con la nostalgia istintiva dell'uomo maturo verso di sé bambino.

«Le mie colline glabre, e le mie stagioni! Le intere nottate passate in fienili e pagliai, alla trebbiatura, quando venivano, dapprima, gli uomini ad azionare il gran rullo a mano; e sudavano, e bevevano, e bevevano, e sudavano, e faticavano. Poi, il mio padre che andò a Milano, da un certo ingegnere Riva, e portò in qua la prima trebbiatrice a vapore. Milano; l'ingegnere Riva; la macchina; e io non avevo mai visto una locomotiva! Mi parevano nomi, mi parevano cose favolose, e mitici luoghi. E poi, i lavoranti che temevano di perdere il pane, e non la volevano lasciar adoperare; e tutte le lotte, che per poterla noleggiare dovette sostenere il mio padre!».

Poi la neve, e le veglie dell'inverno, e i risvegli torbidi della primavera, le irrequietudini, e le piene del fiume, di autunno, quando si precipitava sulle rive a guardare il flutto che avanzava; e la luna, le sere di estate, che spuntava dietro la torre delle Camminate, e tutti i fenomeni della natura ch'egli viveva da presso, che si ripercuotevano nel bambino, elementare e vicino alla terra, come se ne formasse parte.

«Ma fra le creature umane, chi mi ha dato della tenerezza? Nessuno. Povera, povera casa, la mia! Povera, aspra vita la mia! E la mia mamma, cosí tormentata da cento triboli!».

A vent'anni, cominciò la prima volta a gustare il caffè. Il latte, dalle sue parti, era un lusso pressoché sconosciuto. La carne, si vedeva alla festa: non tutte le domeniche, nelle occasioni solenni; quando venivano quelli della banda, per esempio; allora, ogni famiglia si impegnava di alloggiare un paio di musicanti, per la festa di San Demetrio, nella seconda domenica di agosto; e per l'occasione, bisognava offrire loro «la pietanza» — una vera pietanza di carne, oltre la minestra e il vino.

Per questo, si inquietava la mamma, quando avvenivano comizi o elezioni, e il papà, tutto inteso alla gioia di convitare, di parlare e ascoltare, non badava alla povertà e alla spesa, e le portava d'improvviso a casa cinque o sei commensali.

«Il resto del tempo», dice il convitato festeggiato dai re, «il menu era fatto di minestra, un po' di verdura, e pane. Quasi ogni sera, per cena, i radicchi selvatici della campagna, che la mia nonna andava a cercare in giro per i campi — bolliti, e conditi con qualche avaro sgocciolío d'olio — deliziosi del resto», egli aggiunge quasi con rimpianto «ma spesso si restava con l'appetito». «E avete notato che non esiste un ritratto di me bambino? Neppure un gruppo coi miei fratelli. La mia prima fotografia data da quando avevo vent'anni».

Alle sagre, a Forlí alla fiera, come guardava con desiderio le baracchette delle istantanee, e quelle vetrine del fotografo, dove c'erano tanti bambini come lui, fermati in immagine sul cartoncino lucido! A tanto lusso non si arrivava.

«Povera la mia mamma, quante preoccupazioni in famiglia! Certe volte, ella non poteva dormire e la udivo scendere dal letto, passeggiare su e giú sull'ammattonato, a cercar tregua per i nervi irritati, anche dieci volte, in una sol notte, anche venti volte. Alla mattina, si alzava spossata. E bisognava far scuola!». Le migliori amiche del bambino erano le civette. Ogni anno, fremeva d'impazienza per andare con la canna lunga, sotto gli archi del ponte dove avevano il nido, a invischiarne i piccoli con la pania. Ne allevava uno, appollaiato sul trespolo accanto al proprio letto. «Quando mi destavo la notte, vedevo quegli occhi tondi, gialli come dischi d'oro, fosforescenti e spalancati a vegliarmi».

Rare parentesi di allegrezza erano le feste, segnate sul calendario, dei santi patroni dei borghi vicini: le frittelle, qualche giostra, le musiche della sagra. «Queste povere baldorie, sí: ma non conobbi mai la serenità e la dolce tenerezza di certe felici infanzie. Potete meravigliarvi, dopo ciò, che in collegio, a scuola, e in certa misura anche adesso, nella vita, io fossi aspro e chiuso, spinoso e quasi selvatico?».

Vi erano tre tavole, dal Salesiani: la media, quella «dei nobili», e la mensa comune. Naturalmente, apparteneva all'ultima, la piú povera. In una commovente lettera, rimasta agli atti della Prefettura di Forlí, la madre, come maestra comunale, descrivendo le sue povere condizioni, supplicava di concederle un piccolo sussidio (che d'altronde le fu negato) per poter mantenere agli studi il figliolo, il quale «secondo il giudizio dei competenti — dice con soave, contegnosa e degna umiltà la madre — lusinga di poter promettere qualche cosa».

Di tutto questo, soffriva; alle precoci umiliazioni, il suo orgoglio reagiva con ritorsioni e scatti improvvisi. Lo tenevano perché aveva ingegno, studiava bene, e perché la signora Rosa andava a supplicare per lui, piangendo. Ma due volte, fu espulso. Non poteva ammettere che nessuno fosse piú bravo, o lo sorpassasse in alcuna cosa. Per mesi e mesi, gli avveniva di stare tranquillo. Poi, sopravveniva la stagione torbida, una spinta di linfa vitale, un rimescolío d'istinti prepotenti e oscuri lo avevano in loro balía. Per una parola, uno sguardo, per nulla, nel collegio si abbandonava alla violenza del pugno, e regnava sui condiscepoli con il terrore. Poi, si faceva perdonare.

Nella casa di uno di questi, che aveva malmenato, e dal quale, accompagnato dalla mamma, era andato a chiedere scusa, vide per la prima volta un oggetto che lo riempí di meraviglioso stupore. Era il Dante, illustrato da Gustave Doré. Ancora ha negli occhi lo sbalordimento di quelle prodigiose visioni.

Un'altra volta, per una mancanza grave, l'espulsione fu commutata nella privazione della ricreazione per dodici giorni. Quattro ore ogni giorno, relegato in un angolo, solo presso la porta, rimaneva immoto, in ginocchio, sotto la sorveglianza di un istitutore, mentre gli altri si divertivano. Non ricorda bene, gli pare che per rendere la punizione piú dura, cospargessero il suolo di chicchi di grano turco.

Certo alla fine dei dodici giorni, sulle giunture portava due fonde piaghe.

«Mussolini, hai la coscienza nera come l'inferno», gli bisbigliò dentro il padiglione dell'orecchio il rettore, con voce cupa. «Va a confessarti domani».

Ma l'anima del piccino, in istato di fremente rivolta, non si lasciò spaventare. Per sfuggire all'obbligo della confessione, cosí malamente impostogli, passò la notte intera all'addiaccio, interminabili ore di tenebre nel cortile, rannicchiato dietro un pilastro. Due spaventosi cagnacci di guardia abbaiavano, il bambino decenne tremava, se gli si buttavano addosso lo finivano a brani. Ma, pur tremando, non volle cedere.

«No, no! Mi avevano troppo umiliato, volevo la mia rivincita!».

A Forlimpopoli, dove andò piú tardi, il professore Carducci, fratelli di Giosuè e direttore dell'istituto, gli voleva bene. Cercava di dominarlo con il ragionamento, di persuaderlo con la bontà. Via via ch'egli, crescendo, acquistava esperienza degli altri e dominio di sé, il cómpito diveniva meno arduo.

«Eppure», egli osserva pensoso, «la mia storia vera è tutta in quei quindici primi anni. Da allora, mi sono formato. Sento che quelle furono le risolutive influenze. Dentro di me già c'ero tutto in germe».


 

Arte

Attualità

Economia & Finanza

Filosofia

Futurismo

Letteratura

Politica

Riflessioni

Romanticismo

Sociologia

Storia


HOME


Oggi è il giorno


Prof. Dott. Benedetto Brugia



© 1998-

"Pagina delle Idee"


3B meteo: il portale della meteorologia


Protagonisti


Cerca nel sito