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SARFATTI MARGHERITA Tipi e influenze dell'ambiente (a cura di Benedetto Brugia)
Vivono tra il popolo tipi di intera originalità, difficili da trovarsi nelle classi alte, dove l'originalità è limata dall'educazione e dal costume; impossibili a rintracciarsi nella media borghesia, la quale ha il «che se ne dice» per dio, e per dogma l'abitudine. Gli infimi possidenti, artigiani e fittabili, salvi dalla deprimente miseria, non dal bisogno, che aguzza l'ingegno e tempra il carattere, conservano la varietà e il rilievo del primitivo conio, specialmente in fondo alle province, nelle spaziose campagne, dove gli spigoli non si logorano di continuo l'un contro l'altro. Tipo caratteristico lo stesso signor Mussolini, oste e artigiano, tutto assorto da preoccupazioni di idee e di politica. Altri ve n'erano intorno al bimbo, anche piú singolari. Per esempio, Fortunato, il piccolo possidente gobbo, perdutamente innamorato della bella Teresa, e che, beffato dalla gagliarda piacente ostessa, per vendetta aveva provocato una duplice tragedia, conducendo il marito a sorprenderla nel sottoscala oscuro, strettamente abbracciata e confusa con il violinista del villaggio, aiuto nella fucina del signor Alessandro Mussolini, e fraterno amico dell'oste. Da nove anni avevano il sangue bruciato per quella passione, e nel piccolo casolare, tanto procedevan guardinghi, nessuno se ne sarebbe accorto senza il geloso spionaggio del gobbo. Marito e amante si erano dati entrambi la stessa morte; l'uno, la domenica santa di Pasqua, ravvolto sino al capo in un nero drappo sul pavimento della sua povera cucina deserta e sprangata; l'altro, due giorni dopo, appena saputolo, solo a Milano, sopra una lastra marmorea del Cimitero Monumentale! La notte, a volte il bimbo si svegliava di soprassalto alle grida di Narcisa, la vicina di casa, in disumano modo maltrattata dal marito beone, che le insidiava la figliola di primo letto. E un giorno, l'uomo che preso da delirio alcoolico aveva scavalcato la ringhiera del secondo piano, gli passò innanzi a volo, prima di sfracellarsi sul battuto del cortile. Narcisa lo inseguiva per le scale, urlando discinta, con il bimbo piccolo al seno, e spingendo col piede il cadavere ancora caldo, curva su lui, gridava le invettive del suo lungo odio: «Morto, sei morto, finalmente sei proprio morto! Potrò finalmente sputarti in faccia». Passioni e tragedie, dove si rivelano i primitivi istinti belluini, non eran fatti per ispirare al ragazzino attento e meditativo una troppo alta opinione del prossimo. Ma per il carattere avvenire degli uomini, non sono pericolosi gli esempi di passione, sia pur cruda e sfrenata, che esaltano i valori animali della vita, quanto le iniezioni precoci di scetticismo e di fiacchezza, e la indifferenza che tutto uguaglia e di tutto disamora, avvelenando la gagliarda linfa vitale. In opposizione a queste immagini di violenza senza mezze tinte, stava al centro del panorama infantile una complessa figura, velata da ombre di reticenza e di enigma: la vecchia Giovanna. Era stata bella, aveva suscitato romanzesche passioni, i suoi tre matrimoni ufficiali non avevano esaurito — si diceva — la lista delle conquiste. Dopo la tragica morte del primo marito, impiccato ai rami bassi d'un gelso; dopo la improvvisa, inesplicabile morte del secondo marito, con il coniuge numero tre vi era una sfida sorda e accanita. Non litigavano, se non casualmente; forse, egli temeva di lei; certo, non la voleva a tavola. «Il meglio mangiare è in tre: io, il mio cane, e un bastone per mandar via il cane», diceva il vecchio. E se un colpo di tosse piú aspro scuoteva lei, o un attacco di reumi piú violento piegava lui, l'altro o l'altra si sfregava le mani. «Viene a prenderti Fradel» che era il becchino comunale; «vai su prima tu» e alludevano con amenità al camposanto sul colle. Il bimbo era spesso intorno a Giovanna, affascinato dalla donna strana e imperiosa, che metteva paura agli altri; ed ella pure lo prediligeva, forse intuendolo carico di fato. Tanti segreti strani — forse, chissà, sono i frammenti di vetuste civiltà naufragate, e oscuramente sopravvissute nella coscienza del popolo? — egli sa dirvi ancor oggi, appresi da Giovanna la fattucchiera: l'influenza malefica della luna, secondo che è nel calare o nel crescere, e perché non bisogna lasciarsi cogliere dal suo raggio nel sonno; e le allegorie dei sogni; e i presagi del mattino di capo d'anno; e la fattura dei ritratti incollati; e le predizioni delle carte; e perché i buoi non si lascian guidare dalle donne, e come la lepre consumasse le gambe davanti a furia di correr verso l'erbetta novella, e poi, tira tira, per staccarla da quel dolce, le zampe posteriori le si allungassero fuor di misura. Mitici, pittoreschi, in carte puerili, quei tanti perché del mistero insegnavano al bimbo a sentir l'ansito dell'ignoto, il quale batte alla riva dell'anima, e dove è tanta forza di divino e di umano. «Il sangue mi dice — bisogna che io ascolti il mio sangue», usa dire questo lottatore pur cosí lucido. «È inutile, io sono come le bestie: sento il tempo che viene. Se do retta al mio istinto, non sbaglio mai». Piú tardi, un maestro di altro calibro, Vilfredo Pareto, dalla cattedra dell'Università di Losanna gli confermò il valore «della somma degli imponderabili» anche quando si tratta di discipline scientifiche, le quali, basate sugli uomini, attingono la bestia e sfiorano Iddio. Difatti, agli imponderabili egli fa la parte larga, nel prevedere gli avvenimenti; e forse per questo sbaglia di rado; la sola logica non basta a tanto, la fantasia devia e travia, occorre la immaginazione creatrice, propria degli artisti. L'uomo, che prepara e prevede l'azione per via di ragionamenti serrati, e al momento di oltrepassarne la soglia chiude gli occhi e si abbandona all'istinto affiorato dai fondi oscuri, non è solo un tattico ma uno stratega, è un uomo di Stato singolarmente vigile, singolarmente intuitivo. Una notte, nella quiete della sua alta casa dove i rumori di Roma giungono come confusa marea, il Presidente si divorava le sue consuete dozzine di giornali di ogni paese. Il Times e le altre gazzette d'Inghilterra e d'America riboccavano allora di fotografie e notizie su re Tutankhamen e la vana lotta di Lord Carnarvon contro le esoteriche maledizioni egiziane. A un tratto, il condottiero balzò al telefono, chiamò, tempestò una fila d'ordini secchi e concitati. La mummia, fresca, scavata dalla tomba millenne e donatagli poche settimane prima, gli grandeggiava innanzi, nelle sottili bende e nelle dipinte casse che la ospitavano, laggiú in un angolo del salone della Vittoria, fra gli arazzi di Palazzo Chigi, accanto al suo monumentale tavolo da lavoro. Telefonò al tócco, ritelefonò alle due, di dieci in dieci minuti, per assicurarsi che venissero subito eseguiti gli ordini. Gran trambusto, nel placido mondo burocratico degli uscieri e custodi dei ministeri di Roma eterna, di Roma impassibile, dove il tempo ha un valore orientale e storico: chi se ne incarica? Ma l'ombra di Benito era terrorizzante, specie in quei primi mesi del 1923, per molte leggende e una parte di storia. Non era stato lui a inaugurar l'uso del registro, che alle 8,30 viene ritirato con le firme dei presenti all'ufficio, per cominciar a distinguere gli «imbecilli» che si sacrificano a mandar avanti la macchina burocratica, dai furbi che la sfruttano? E un mattino alle dieci — si narrava —, dopo la firma di presenza, il commendatore X, scendendo le scale del suo ministero, lucido di pancetta e di soddisfazione, aveva incontrato un giovane che saliva. «Lei che fa, ad andarsene dall'ufficio appena venuto?». «E lei che c'entra? Pensi agli affari suoi». «C'entro proprio, e son Mussolini. Fili al mio gabinetto a spiegarsi; e si vergogni». Perciò ai ministeri si rassegnarono a ubbidire. E alle tre di quella notte, sacra ai faraonici mani, il furgone, requisito in fretta ai depositi del ministero della Guerra, si fermava alla porta di uno dei musei etnografici di Roma. Come in un cattivo romanzo d'appendice, tinnivano campanelli, accorrevano guardiani, si svegliavano custodi e ispettori. «Ordine di ricoverare questa mummia, di urgenza, al sicuro e subito!». Gli egizi tenevano il teschio al banchetto, come mònito all'alacre gioia, contro la vana tristezza e contro l'orgia bestiale, simili entrambe alla morte. Ma chi, non gaudente né asceta, non scettico né trappista, opera nello spazio pel tempo, non può venir turbato da sottili, maligne influenze dell'al di là; né dal macabro simbolo della breve vita e della fatica inutile. |
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