CARLI PLINIO-SAINATI AUGUSTO

Latino francese e provenzale in Italia nei secoli XI-XIII

(a cura di Benedetto Brugia)


§ 1. Caratteri generali della cultura medievale: gerarchia delle scienze - L'arte: pedagogismo, allegoria, enciclopedismo

§ 2. La letteratura italiana in lingua latina: studi filosofici e teologici - Studi di medicina e di diritto

Cronache e poemi storici - Studi letterari - Poesia

§ 3. La letteratura francese in Italia: leggende carolingie, brètoni e classiche - Poesia allegorico-didattica - Il «Milione»

§ 4. La letteratura provenzale in Italia: la lirica trovadorica: trovatori provenzali in Italia - Trovatori italiani: Sordello

§ 1. — Prima di procedere oltre nella trattazione particolare della nostra storia letteraria è necessario accennare brevemente ai gusti, alle tendenze e agl'indirizzi di cultura che prevalsero nel Medio Evo ed esercitarono il loro influsso sulla nuova arte volgare.

L'unità ideale del mondo latino era stata rafforzata dal Cristianesimo, assertore di una verità eterna, egualmente valevole per gli uomini tutti. Codesta verità, secondo l'insegnamento cristiano, l'uomo non deve ricercarla con aspro travaglio della mente, seguendo vie proprie e fidando unicamente nelle proprie forze. Essa è già contenuta ed enunciata nei Libri Sacri; e il pensiero non deve far altro che interpretarla e trarne le debite conseguenze. Ciò spiega come prevalesse, nel ragionamento, per tutto il Medio Evo, il metodo deduttivo, fondato sull'uso del sillogismo, che da una verità universale deduce, appunto, un'applicazione particolare (1); e spiega altresì come su tutte le scienze dominasse, regolatrice e signora, la teologia, della quale anche la filosofia era considerata come umile ancella.

L'arte pure era posta su di un piano inferiore rispetto alle altre attività dello spirito conducenti alla conoscenza delle verità eterne. La creazione fantastica non aveva quindi un compito autonomo e indipendente, non poteva ispirarsi unicamente e liberamente all'idea del bello; ma doveva anzitutto soddisfare altre esigenze, e trovava la sua norma nel vero, nel buono, nell'utile (inteso questo in un senso religioso e morale). Si doveva dunque, sotto la veste della poesia, ricercare una «ascosa verità» da cui potesse trarsi un sano ammaestramento. Tornava così in onore l'antico concetto pedagogico dell'arte; ed il fine dell'insegnamento non si applicava soltanto all'interpretazione delle opere di contenuto e d'ispirazione cristiana, ma anche a quella dei capolavori antichi, come, per esempio, l'Eneide. Virgilio fu perciò reputato non tanto come grande poeta quanto come «il savio gentil che tutto seppe»; s'arrivò a far di lui addirittura un mago; e nel suo poema si volle vedere una figurazione dell'anima umana che giunge, attraverso un aspro e faticoso cammino, al conseguimento della beatitudine eterna. Forma e materia furono considerate — almeno in teoria — come distinte e per sé stanti; e ad ogni figura, ad ogni immagine si volle attribuire un significato, a seconda dei casi, storico, o morale o religioso, ma sempre appartenente alla sfera dell'intelletto cui doveva subordinarsi ogni attività della fantasia. A questa tendenza si conformarono perfino le descrizioni di cose esistenti in natura: sicché si ebbero quei curiosi trattati (bestiari, erbari, lapidari) in cui non sono ritratti gli animali, le piante e le pietre quali sono realmente; ma sono loro attribuite proprietà fantastiche, in grazia delle quali assumono un significato simbolico di vizio o di virtù. Di tali simboli tratti dal mondo della natura si giovarono largamente anche le arti figurative, specialmente nei fregi scultorei delle grandi cattedrali romaniche; e se ne valse la letteratura, le cui opere furono tanto più pregiate quanto più il loro contenuto si rivelasse denso di significazioni morali o teologiche.

Ciò spiega come uno dei caratteri essenziali della letteratura nel Medio Evo sia l'allegoria (rappresentazione di concetti per via d'immagini e di figure); dacché era convinzione comune che la verità riuscisse più gradita e più facile ad apprendersi se presentata sotto il velo di belle figurazioni. È il principio che si è sempre adottato per istruire i bambini nella più tenera età, e, in senso più alto, era stato largamente applicato dagli interpreti della Bibbia; ma nel Medio Evo esso fu espressione di un comune atteggiamento spirituale di cui abbiamo massimo documento la Divina Commedia. E tanta importanza si dette all'interpretazione allegorica che si volle perfino determinare quanti significati riposti potessero celarsi sotto quello letterale, o, come anche si chiamò, storico, quale risulta dalle parole prese nel loro senso primo e naturale. San Tommaso, ad esempio, vide nelle scritture tre sensi, oltre a quello letterale: l'allegorico propriamente detto (il simbolo proprio della figura: come l'innocenza per l'agnello), il morale (quello che dobbiamo cercar di capire per nostro vantaggio in vista di un miglioramento interiore), l'anagogico (quello che ci guida verso l'alto, che ha, cioè, riferimento alle cose del cielo e di Dio).

Un altro carattere proprio della cultura medievale è l'enciclopedismo, cioè la tendenza a coordinare armonicamente tutto il sapere in un unico ciclo, che ha per suo centro la suprema verità religiosa. L'enciclopedismo è, in fondo, un aspetto di quella tendenza all'universale che si riscontra in tante manifestazioni della civiltà di quel tempo, anche se, in esso, tale tendenza si esprima piuttosto nel senso di collegare esteriormente tutti i dati dell'umano sapere che nel senso di tentarne una vera e profonda unificazione. Per poter meglio abbracciare il vasto campo dello scibile, la scienza umana — di contro alla teologia dominante solitaria nell'unica immutabile verità del suo soggetto — fu ordinata nelle sette arti liberali, distinte nelle tre del trivio (grammatica, rettorica e logica o dialettica) e nelle quattro del quadrivio (aritmetica, geometria, musica e astronomia). L'amore della sintesi, del compendio, in cui si esprime la tendenza enciclopedica del sapere medievale, è indicato anche dai titoli delle opere scientifiche (Specula mundi, Summæ, Sententiæ, Fiori o Fiorite [che corrispondono, anche per l'ètimo comune, alle nostre Antologie], Tesori ecc.). Ed anche quando lo scrittore non vuole o non può abbracciare tutto lo scibile, ma si contenta di aggirarsi in un campo più ristretto, tende pur sempre ad una visione d'insieme e persegue uno scopo largamente divulgativo. Ciò è indizio di quello spirito pratico e utilitario che predominò sempre nelle produzioni letterarie del Medio Evo. E anche di questa tendenza, come dell'enciclopedismo e dell'allegoria, il più alto interprete sarà, presso di noi, Dante con la sua opera maggiore.

§ 2. — I caratteri che abbiamo fin qui rilevati appartengono generalmente alla civiltà medievale, e si riscontrano, dal più al meno, in tutte le letterature del mondo cristiano occidentale. Per quanto riguarda particolarmente l'Italia, già abbiamo osservato e spiegato come essa giungesse più tardi che le altre nazioni neolatine ad avere una produzione letteraria nel proprio volgare. Da ciò derivano due fatti di cui bisogna tener conto nella esposizione storica della nostra letteratura: primo, che fino al tempo in cui il volgare non fu usato anche fra noi per le più elevate espressioni del pensiero e dell'arte, le opere significative del genio e della civiltà italiana furono scritte in lingua latina; secondo, che le letterature volgari d'Oltralpe, più precoci della nostra e giunte già ad un grado di notevole maturità quando da noi cominciarono a farsi i primi tentativi per adoperare l'idioma parlato con intenti artistici, non poterono non esercitare, insieme con la letteratura indigena in lingua latina, un influsso assai importante sulla produzione letteraria del nostro paese. A tal segno anzi furono conosciuti ed ammirati fra noi i prodotti più significativi delle vicine terre di Francia e di Provenza che certi nostri antichi scrittori non esitarono a servirsi talvolta del francese o del provenzale, sia perché paresse loro ancor troppo rozzo e non maturo ai più eleganti usi dell'arte il volgare nostro, sia perché ambissero alla maggior fama che le loro scritture avrebbero potuto conseguire in grazia della più larga diffusione di quelle lingue straniere.

Convien dunque accennare brevemente alla letteratura in lingua latina che fiorì nel nostro paese dopo il Mille, ed ai generi ed alle forme letterarie d'Oltralpe che esercitarono più notevoli influssi sull'antica nostra produzione volgare.

L'attività letteraria che si svolse fra noi dal sec. XI a tutto il XIII, e che ebbe per mezzo di espressione — in forme più o meno pure e corrette — la gloriosa lingua di Roma, rispecchia fedelmente il fervore spirituale onde fu accompagnato e contrassegnato quel risveglio di vita che si ebbe, all'inizio del secondo millennio dell'era cristiana, in ogni parte della Penisola. Le caratteristiche delle opere che si scrissero allora sono conformi al genio ed alle tendenze del popol nostro, che serbava ancora — segno inconfondibile della sua origine romana cui né vicende dolorose di storia né misture di sangue barbarico avevano potuto cancellare — la saggezza, l'equilibrio e lo spirito pratico per i quali i nostri antenati si eran segnalati fra le nazioni antiche. Infatti anche in quegli studi che sembrerebbero più remoti dalla vita pratica, come la teologia, la filosofia, la poesia, si nota fra noi una intima aderenza della letteratura alle necessità storiche e alla vita attiva.

Gli studi teologici, coi quali quelli filosofici si fondono e si confondono secondo la concezione medievale, trassero alimento dapprima dalle diatribe cui dettero luogo la lotta per le investiture e le dispute dogmatiche fra la Chiesa romana e la Chiesa greca. Emersero fra noi come scrittori di tali materie, nel sec. XI, Lanfranco di Pavia e Anselmo d'Aosta, che dall'Italia andarono ad illustrare prima la cattedra teologica di Parigi e poi la sedia arcivescovile di Canterbury; e giganteggiò su tutti, figura austera di polemista e di riformatore del costume e della disciplina del clero minato allora da una larga corruzione morale e dalla simonìa, il ravennate San Pier Damiano (m. 1072), che seppe ad un tempo adoperar la penna nella trattazione di sottili questioni teologiche ed effondere la sua religiosità in inni ritmici vigorosi e sentiti. Nel secolo seguente il venir meno delle grandi dispute onde aveva tratto alimento questa produzione abbassò alquanto il tono degli studi teologico-filosofici fra noi; non sì peraltro che in essi non acquistasse meritata nominanza il pio Pietro Lombardo da Lomello, che insegnò, anch'egli, a Parigi e lasciò nel Liber sententiarum una specie di enciclopedia teologica assai apprezzata dai contemporanei e dai posteri. Il secolo XIII segna, anche in questi studi, una vigorosa ripresa; e si affermano allora come veri luminari di dottrina e di fede il domenicano Tommaso d'Aquino e il francescano Giovanni Fidanza che col nome assunto nell'ordine (Bonaventura) fu, insieme con l'Aquinate, assunto all'onore degli altari. Entrambi morti nel 1274, spiegarono la loro dottrina nell'insegnamento e in numerose scritture (ricorderemo almeno per San Tommaso la Summa theologiæ e per San Bonaventura l'Itinerarium mentis in Deum), nelle quali il primo, considerato giustamente come il rinnovatore della Scolastica (la filosofia che s'insegnava nelle scuole), volle conciliare la speculazione aristotelica con la fede cristiana rivelando attitudini di logico formidabile; il secondo, pur dominato e ispirato da un potente afflato mistico, considerò tuttavia la ragione come strumento per elevarsi alla conoscenza di Dio.

Più strettamente connessi alla vita pratica sono gli studi della medicina e quelli del diritto. I primi fiorirono, specialmente fra il XII e il XIII secolo, nella famosa scuola salernitana. In essa l'osservazione della natura tornò a disposarsi allo studio dei grandi trattatisti greci, e furon messe da parte le grossolane pratiche in cui la superstizione predominava nelle sue forme più stravaganti. Gli studi giuridici non cessarono mai di esser coltivati fra noi; ma è naturale che traessero novello vigore dal sorgere dei Comuni negli Statuti dei quali tornò a rifulgere la sapienza giuridica dei padri. Il diritto romano ebbe in quest'età cultori insigni: basterà ricordare Irnerio, il grande giureconsulto bolognese, che interpretando le antiche leggi raccolse intorno a sé una scuola di glossatori, primo germe dello Studio (università) bolognese sorto nel 1158. La tradizione irneriana continuò nel sec. XIII, che vide sorgere le università di Padova (1222) e di Napoli (1224). E molto coltivati furon pure gli studi di diritto canonico, i quali ricevettero un notevole impulso dalla raccolta delle Decretali (costituzioni pontificie) fatta per ordine di papa Gregorio IX nel 1234.

Naturale che in tanto rigoglio di vita si desiderasse di lasciar memoria ai posteri dei fatti più importanti del tempo: quindi una fioritura di cronache in cui, dal secolo XI in poi, si vengono narrando le vicende dei principali Comuni (il libro del genovese Caffaro che racconta gli avvenimenti fra il 1100 e il 1163 fu considerato come storia ufficiale dai magistrati della Repubblica che lo ricevettero dalle mani dell'autore e ne ordinarono la conservazione e la continuazione). Nel Dugento un frate parmigiano, Salimbene, ardì ritrarre nel rozzo e pittoresco latino del suo Chronicon i fatti contemporanei non della sua città soltanto, ma di tutta Italia e d'Europa. I monasteri pure ebbero i loro cronisti; e sono particolarmente notevoli, nel sec. XI, il regesto (elenco e raccolta di documenti) del monastero di Farfa in Sabina, le cronache del famoso convento di Monte Cassino e quella della Novalesa (un monastero di Val di Susa), interessante anche per tradizioni favolose attinte a leggende popolari delle quali ci ha serbato memoria rara spesso e preziosa.

Né paghi di tramandare il ricordo dei loro tempi in umili narrazioni prosastiche, gli scrittori vollero talvolta celebrarle col verso, onde si ebbero poemi storici come quello di Guglielmo Pugliese sulle gesta del normanno Roberto Guiscardo, e il Liber maiolichinus [da Maiolica = Maiorca] de gestis Pisanorum illustribus, nel quale l'autore, forse un Enrico da Pisa, celebrò la conquista pisana delle Baleari (1115), cantando la gloria della sua città con la mente sempre fissa alle antiche glorie romane. Entrambi questi poemi sono scritti in esametri.

Negli studi puramente letterari o poetici gli Italiani, per tutto il sec. XI e per quasi tutto il sec. XII, cedono agli stranieri, specialmente ai Francesi, che ebbero allora scuole fiorentissime di rettorica, come quella di Orléans. Se però da noi la cultura poté apparire, per questo lato, meno intensa, fu certo più largamente diffusa, anche fuori delle classi sociali in cui lo studio era quasi privilegio tradizionale e segno di superiorità. In ogni modo accanto alle Artes dictandi (trattati di rettorica riguardanti specialmente lo stile epistolare ed oratorio) venute d'Oltralpe, si ebbero, dalla fine del sec. XII in poi, anche delle Artes dictandi composte in Italia; e nel sec. XIII gli studi di rettorica rifiorirono a Bologna e in altre università, fino a riconquistare, anche in questo campo, il primato alla nostra nazione. Ebbe fama di insigne maestro di quell'arte, a Bologna, fra il 1215 e il 1235, Buoncompagno da Signa; furono ammirate le raccolte di lettere d'ufficio di Pier della Vigna, il famoso segretario dell'Imperatore Federico II del quale avremo presto a riparlare; dagli epistolografi della curia pontificia furono escogitate e messe in voga nuove eleganze e regole di cursus (il cursus romanus); e — curiosità meritevole d'esser rilevata per la sua importanza storica — un maestro bolognese, Guido Fava, in un suo trattato di rettorica, non disdegnò di accogliere, fra gli esempi latini, esempi di lettere in volgare.

La poesia accenna anch'essa a rialzarsi dalla fine del sec. XII (è di questo tempo un poemetto elegiaco di Arrigo da Settimello, De diversitate Fortunæ et Philosophiæ consolatione, nel quale è palese, fin dal titolo, l'influsso del libro di Boezio già da noi ricordato) e rifiorisce in pieno nel secolo seguente. Notevoli esempi troviamo, in questo tempo, di poesia ritmica latina, sia in inni religiosi, che, composti allora, rimasero e rimangono anche ai nostri giorni fra i più belli e i più frequentemente cantati nei riti della Chiesa (2); sia in canti ispirati da avvenimenti storici e tutti vibranti di spirito cittadinesco e guerriero (come quello in cui fu celebrata la vittoria riportata dai Parmigiani sull'Imperatore Federico II nel 1248).

§ 3. — Le persone più addottrinate trovavan loro pascolo in questa nuova produzione letteraria, cui l'uso della lingua latina — scaduta generalmente dalla sua antica purezza, ma pur viva e adeguata ai più elevati bisogni dello spirito — conferiva un carattere culturalmente più elevato. Ma fra la gente che non faceva professione di studio e che in gran parte ignorava il latino (né questa ignoranza era propria soltanto del popolo, ma anche della classe aristocratica che si accoglieva nelle corti, e della borghesia comunale cui lo spirito democratico non impediva di vagheggiare e d'imitare in quanto poteva le eleganti costumanze signorili) i prodotti letterari più caratteristici della Francia, nelle due lingue che assursero in quella regione assai presto a dignità letteraria (la lingua d'oïl per la Francia propriamente detta, la lingua d'oc per la Provenza) tennero il luogo della non ancora nata letteratura italiana in volgare, e ne favorirono, attraverso le imitazioni, il sorgere e il rapido sviluppo.

Dalla Francia passarono in Italia specialmente narrazioni leggendarie in prosa e in verso, e poemi allegorici d'intento didascalico; dalla Provenza ci venne soprattutto la lirica d'ispirazione prevalentemente amorosa.

La letteratura narrativa della lingua d'oïl — per non dire delle storie che pur ebbero spesso notevole pregio e si diffusero e furono imitate fra noi, anche nella lingua d'origine — ci offrì modelli in una cospicua produzione, che per ragione d'argomento si viene a distinguere in tre cicli principali: il ciclo carolingio, il brètone e quello dell'antichità. I primi due, che sono i più importanti anche in rapporto con la fortuna che ebbero nel nostro paese, son costituiti da leggende cavalleresche ben diverse fra loro per lo spirito che le anima e per la forma delle narrazioni. Il ciclo carolingio tratta — in poemetti di intonazione epica detti chansons de geste (canti storici) — le gesta leggendarie di Carlomagno e dei suoi Paladini; il monumento più venerabile di questo genere, nella letteratura francese, è la Chanson de Roland (Canzone di Orlando), che risale alla seconda metà del sec. XI e trae ispirazione dai favolosi racconti sorti intorno alla rotta di Roncisvalle (una sconfitta che la retroguardia del Re franco subì nel 778 fra le gole dei Pirenei per opera di montanari baschi trasformati dalla fantasia popolare in guerrieri saraceni). Queste leggende austere sono ispirate ad un profondo sentimento patriottico insieme e religioso: la difesa del trono di Francia e della fede cristiana nella lotta contro i Maomettani. Lo stile si adegua alla materia, rude e vigoroso com'è nella monotonia severa delle stanze (lasse) composte di endecasillabi in serie monorime. Questo genere incontrò fra noi il favore del popolo, che volentieri si affollava sulle piazze — specialmente nell'Italia settentrionale, dove la maggiore affinità dell'idioma e qualche necessaria concessione che i narratori avran fatto alle esigenze dell'uditorio straniero rendevano sufficientemente intelligibile il racconto — intorno ai cantastorie (cantores francigenarum si trovan chiamati in qualche documento latino) che venivano d'Oltralpe in cerca di fortuna. E ben presto il favore con che codesti cantastorie erano accolti mosse qualche Italiano all'imitazione ed alla concorrenza. Ne nacquero — specialmente nel Veneto — rifacimenti non del tutto servili, anzi con qualche spunto di novità e qualche indizio non trascurabile di adattamenti e di determinati orientamenti del gusto popolare nostrano in rapporto con questa materia leggendaria, in un curioso linguaggio che, nell'intenzione degli autori voleva essere francese, ma, per la scarsa dimestichezza loro con la lingua d'Oltralpe, riusciva ad una strana mescolanza di francese e di veneto. Il più noto fra siffatti poemi franco-veneti (l'Entrée d’Espagne) fu composto alla fine del Dugento da un ignoto Padovano, e fu continuato, nel secolo seguente, dal miglior rappresentante di questo genere letterario, Niccolò da Verona, ne “La prise de Pampelune”.

Ben altra cosa furono ed altra fortuna ebbero fra noi le leggende del ciclo brètone, detto anche di Artù o della Tavola Rotonda. Elaborate in terra di Francia in brevi componimenti poetici (lais) o in ampie narrazioni prosastiche (che ebbero il nome di romanzi, segno dell'importanza che loro si dette, quasi come al prodotto più caratteristico della civiltà romanza nella nuova lingua presso la nazione francese), quelle leggende si ispirano fondamentalmente all'amore e alla cavalleria, intesa questa come il complesso delle virtù per le quali il gentiluomo (cavaliere) si distingue dal volgo. Domina in tali racconti lo spirito d'avventura, che si manifesta in lontane peregrinazioni, in duelli, in tornei, in lotte contro potenze malefiche e contro incantesimi, in rischi tremendi che i cavalieri affrontano coraggiosamente per amore della donna amata o per difesa di deboli oppressi o per riparare ingiustizie. La figura del cavaliere ha qui un risalto particolare: e mentre fra gli eroi del ciclo carolingio animati tutti da uguali sentimenti (la fedeltà al Re e alla religione cristiana) le differenze sono date soltanto dalla maggiore o minor forza e bravura guerresca, qui i singoli personaggi ci si presentano con una propria, ben rilevata e distinta fisionomia. Al soprannaturale religioso si mescola, non di rado fino a sopraffarlo, un soprannaturale fantastico, fondato sugli incantesimi e sulla magìa.

Ci vuol poco a capire come questi racconti — espressione di un gusto più raffinato e di atteggiamenti spirituali comuni nella società feudale di Francia — fossero graditi, anche fra noi, specialmente nelle corti feudali dell'alta e della media Italia. Il romanzo francese — spesso nella veste originale, talvolta, specialmente più tardi, in compilazioni come il Meliadus, di Rustichello da Pisa, o in traduzioni, come la Tavola rotonda di un ignoto ma non inesperto scrittore — costituì la delizia dei cavalieri e delle dame. E non inverisimilmente, anzi con un tratto di grande fedeltà in rapporto con la storia del costume, Dante immaginò (Inf. V) che appunto uno di codesti romanzi, dove si narravano gli amori di Lancilotto e di Ginevra, fosse pericoloso incentivo all'amore di Francesca da Rimini e di Paolo suo cognato. Coloro che imitarono fra noi o tradussero siffatti romanzi non erano scrittori incòlti come i cantastorie veneti imitatori delle narrazioni carolingie; e seppero scrivere in un francese che poco ha da invidiare a quello degli esemplari cui s'ispirarono; o tradussero in un italiano che risente l'influsso della raffinatezza e della potenza espressiva ormai raggiunta dalla lingua sorella.

Leggende carolingie e leggende brètoni si acclimatarono fra noi e subirono elaborazioni varie, fuori, ormai, dell'influsso delle opere francesi, finché furono genialmente fuse e rinnovate tanto da assumere carattere di vere creazioni originali dal genio di Matteo Maria Boiardo, preparatore e prenunziatore, con l'Orlando innamorato, del capolavoro di Lodovico Ariosto. Ma di ciò a suo luogo, particolarmente.

Il ciclo delle leggende classiche, che pure aveva dato luogo in Francia a cospicue composizioni, non ebbe presso di noi la fortuna degli altri due cicli narrativi. Eppure non mancò anch'esso di curiosi ed importanti riflessi. Quando Dante, nel XV del Paradiso, si compiace a ritrarre, nella quieta ed austera vita delle nobili antiche famiglie fiorentine, la vecchia matrona che favoleggia fra le ancelle «de' Troiani, di Fiesole e di Roma», allude appunto a leggende — parte venute d'Oltralpe e parte formatesi nel Comune fiorentino come negli altri Comuni ad esaltare la propria origine da Roma — ispirate al mondo classico. Più palese è l'influsso delle narrazioni francesi — e talvolta si tratta di vere e proprie traduzioni — in libri come I fatti di Cesare e la Istorietta Troiana. In tutte queste leggende — o indigene o importate — colpisce lo strano travestimento che i personaggi e i fatti dell'antichità subiscono nella fantasia degl'ingenui narratori; che pur si dànno aria e importanza di storici e non di contatori di favole. Ci fa sorridere soprattutto l'intrusione, non di rado addirittura grottesca, di costumi e di sentimenti cristiani in racconti che pretendono di rappresentare qual fu il mondo pagano. Gli è che — e qui l'osservazione non si riferisce solo ai nostri narratori, ma in genere a tutta questa produzione che tratta soggetti classici o pseudoclassici — l'uomo del Medio Evo, per difetto di senso critico, era incapace di rappresentarsi un mondo troppo diverso dal suo; e quando voleva rievocare il passato più remoto, involontariamente, e spesso senza accorgersene, lo trasfigurava per modo da adeguarlo sempre al proprio abito mentale, alle proprie costumanze, a tutto, insomma, quel che era proprio della vita del suo spirito. Da questo, che non è un vezzo, ma un istinto insopprimibile negli uomini di quell'età, non fu libero neppure Dante; il quale peraltro seppe far servire questa tendenza alla creazione di talune figure tipiche del suo mondo fantastico: si pensi al modo in cui ci appaiono trasfigurati nella Divina Commedia alcuni esseri mitici del paganesimo: Minosse, Cerbero, Pluto, Flegiàs, i centauri e via dicendo.

Resta a dire, per quanto concerne gli influssi della letteratura francese sulla nostra in questo periodo, della poesia allegorico-didattica. Di essa la Francia ci offrì il modello specialmente col Roman de la Rose, un ampio poema sovraccarico di allegorie soprattutto di carattere amoroso. Da questo — per non dire qui di una efficace riduzione volgare (il Fiore di un ser Durante) in poco più di duecento sonetti, che appartiene forse al principio del Trecento e che da taluno è attribuita a Dante — derivarono più o men direttamente, o furono ispirati, poemetti e poemi in generale di scarso valore artistico. Basterà ricordare, come esempio, il Tesoretto di Brunetto Latini, il dotto notaio e cancelliere del Comune fiorentino (m. circa il 1295), che Dante eternò come savio maestro in uno dei più affettuosi episodi della Commedia (Inf. XV). Questa composizione — infelice anche pel metro (settenari rimati a coppie) — contiene una serie interminabile di fredde personificazioni di significato morale. Il Latini, che fu costretto a stare in Francia nel periodo che corse fra la battaglia di Montaperti (1260) e quella di Benevento (1266), acquistò tanta pratica della lingua d'oïl da potersene giovare in una vasta ed informe enciclopedia (il Trésor) che fu più tardi, da altri, tradotta in italiano, ed alla quale anche Dante dovette attribuire un'importanza notevole, dacché fece terminare la malinconica parlata a lui rivolta dal compianto maestro, nel citato episodio dell'Inferno con le parole: «Sieti raccomandato il mio Tesoro, Nel quale vivo ancora».

Ma poiché abbiamo accennato al libro scritto in francese da ser Brunetto, non potremmo lasciare questa parte della nostra trattazione senza ricordare almeno, fra le varie opere che furon composte in quel tempo da Italiani in quella lingua, la più notevole per importanza e per originalità: il Milione di Marco Polo. Il titolo del libro propriamente sarebbe Le meraviglie del mondo; ma fu designato da un secondo nome dell'autore — Milione, Emilione — al modo stesso che la Divina Commedia si chiamò popolarmente il Dante. Il grande viaggiatore veneziano dettò, nel 1298, il suo racconto a quel Rustichello da Pisa, che già abbiamo ricordato come esperto conoscitore della lingua d'oïl, a lui compagno nelle carceri dei Genovesi dov'egli fu rinchiuso per alcun tempo. Il pregio dell'opera, che assomma in sé molteplici interessi — per la storia, per la geografia e per la scienza — consiste essenzialmente nell'arte ingenua e ad un tempo potente della narrazione, nel sapiente disegno, nella ricca serie di scene e di figure che vi sono nitidamente ritratte. Dall'insieme balza viva la persona originalissima dell'ardito e accorto Veneziano, spinto da una inestinguibile curiosità e sete di conoscenza a osservare attentamente tutto quel che di più singolare si offriva al suo sguardo in quei remoti paesi dell'Oriente da lui visitati, sia negli aspetti della natura, sia nelle costumanze dei popoli.

§ 4. — La letteratura provenzale ci dette, come abbiamo accennato, i modelli della lirica. Nella società feudale della Francia del mezzogiorno sorse e fiorì una poesia che, pur traendo talvolta la sua ispirazione anche dalla morale, dalla politica, dalla guerra, fu prevalentemente amorosa. Ma l'amore, presso questi poeti, fu spesso, non tanto sincero pentimento, quanto un'espressione del devoto omaggio reso da compiti cavalieri a dame cui essi attribuivano ogni sorta di virtù e dalle quali si dicevano animati ad azioni nobili e generose e spronati ad una sempre più alta perfezione spirituale. Di questo atteggiamento e dei canti che sapevano derivarne con un lavorio dell'intelletto cui restavano in gran parte estranei la fantasia e la passione, gentiluomini più ricchi di ingegno che favoriti dalla fortuna si fecero ben presto una sorta di professione; l'arte loro chiamarono art de trobar, cioè di comporre le canzoni e la musica che le accompagnava; e da essa presero il nome di trovatori. Non sdegnarono di continuare a mescolarsi coi trovatori di professione anche autentici feudatari e l'art de trobar seguitò ad avere larga fortuna nella sua terra di origine. Il trovatore spesso si faceva accompagnare nelle sue peregrinazioni di castello in castello da un più umile personaggio (giullare), quasi un letterario scudiero, che aveva il compito di cantare nelle aristocratiche riunioni i versi del suo signore. Dato il genere di questa poesia, si comprende come in essa l'artificio dovesse essere spesso apprezzato più che la schiettezza e la profondità dei sentimenti, che pure non mancarono in taluni di quei verseggiatori. Fra coloro che si sollevarono sulla mediocrità della numerosa schiera ci contenteremo di nominare alcuni che sono ricordati da Dante e dal Petrarca: Arnaldo Daniello, Girardo di Borneil, Bertrando dal Bornio, Folchetto da Marsiglia, Jaufré Rudel. Le composizioni di questi trovatori presentano non di rado tratti notevoli o per sincerità di sentimento o per novità di forma e per sottile artificio.

È naturale che questa raffinata produzione trovasse favore fra noi nelle corti, specialmente dell'Italia settentrionale, dove le costumanze erano assai simili a quelle delle corti di Provenza, fra quei cavalieri e quelle dame che si pascevano con diletto delle leggiadre leggende brètoni. Fin dalla seconda metà del sec. XII non pochi trovatori varcarono le Alpi in cerca di maggior fortuna fra noi: abbiamo già avuto occasione di ricordare Rambaldo di Vaqueiras; il quale acquistò tal padronanza dei nostri idiomi da poter — come vedemmo — alternare in una sua composizione la lingua patria col dialetto genovese in un contrasto amoroso che immaginò fra un galante trovatore ed una popolana della grande città marinara. Al principio del sec. XIII poi le guerre che desolarono la Francia del mezzogiorno per la crociata contro gli Albigesi fecero venir meno in quella regione le gaie costumanze della vita feudale: tacque allora il concento dei verseggiatori soliti a rallegrare gli ozi signorili; e i trovatori, in più gran numero che mai, cercarono asilo presso i signori nostri. Nella corte del Monferrato, in quella dei Malaspina in Lunigiana, e in altre furon festosamente accolti quei profughi galanti; dai quali ebbero nuovi tributi di lode e novelle celebrazioni le virtù e la bellezza delle gentildonne nostrane. Né è da stupire se, in gara con quei forestieri, signori e gentiluomini nostri che avevano acquistato una piena padronanza della lingua d'oc presero a comporre secondo quella moda elegante. Si ebbe così un assai nutrito manipolo di trovatori italiani, il più noto dei quali, Sordello di Goito in quel di Mantova (m. circa il 1270), fu eternato da Dante in un famoso episodio del suo poema (Purg. VI). Non che il Mantovano, in fondo, valga più di altri italiani che coltivarono la lirica trovadorica; ma egli ebbe il merito, non comune, di riprendere dalla Provenza, accanto ai modi della poesia amorosa, anche quelli della poesia politica. E forse Dante fu colpito particolarmente da un vigoroso lamento che Sordello compose in morte di un signore di Provenza, Blacatz, presso il quale ebbe a dimorare alcun tempo. Sordello, per dar lode di ogni più eletta virtù a quel suo protettore, fa una fiera rassegna satirica dei principi del suo tempo, rimproverando a ciascuno di essi questo o quel vizio o mancamento, ed invitandoli tutti — con una trovata non nuova ma non priva d'efficacia nella sua alquanto rozza materialità — a cibarsi del cuore di quel prode per sanare le loro magagne. E fu certo questo suo atteggiamento di fiero censore dei principi quello che indusse Dante a dargli così vivace risalto nell'antipurgatorio, ed a nobilitarlo a tal punto da far di lui una vivente immagine di amor patrio.

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(1)

Esempio: tutti gli esseri dotati di ragione tendono a Dio [premessa maggiore]; l'uomo è dotato di ragione [premessa minore]; dunque l'uomo deve tendere a Dio [deduzione o conseguenza].

(2)

Ricordiamo il Pange lingua, il Dies iræ, lo Stabat Mater, attribuiti rispettivamente a San Tommaso d'Aquino, a Tommaso da Celano e a Jacopone da Todi, il religioso cantore umbro del quale parleremo nel capitolo seguente.


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