SARFATTI MARGHERITA

La tragedia senza protagonista

(a cura di Benedetto Brugia)


- Le guerre e il culto dell'eroe

- Il trionfo del materialismo e il Milite Ignoto

- Il Kremlino e il Campidoglio



Ogni grande guerra, tra i lutti e gli oscuramenti, donò agli uomini almeno un eroe. Solo il cataclisma del 1914-1918 apparve privo di protagonisti. La splendente corazza feudale del Kaiser, nel logorío della guerra di trincea, si spappolò a cartapesta, e dall'altra parte «Plutarco ha mentito!» esclamava il cronistorico presso il grande Stato Maggiore dell'Intesa.

Tutti i capi apparivano ímpari agli avvenimenti, da essi dominati, piú che non li guidassero.

Il dottore Clemenceau e l'avvocato Lloyd George tennero piú essi il posto direttivo che non gli strateghi; anche per questo la campagna si trascinò in guerra di trincea, cioè di una moltitudine di fortezze assediate.

Nell'innumerevole firmamento degli eroismi episodici o anonimi, luminosa piú di ogni altra, risplende la figura di Gabriele d'Annunzio, poeta e guerriero. Ma corone e tiare rimanevano, non uomini grandi, degni di corona o di tiara. E mentre gli uomini morivano a milioni per la difesa, vecchia quanto il mondo, della terra e dell'onore, l'idea dell'Internazionale, nell'Europa d'Occidente, non trovava un martire che la suggellasse con il sangue.

Già il materialismo, che nega l'individuo e la volontà, trionfava, ma la rivolta dello spirito, impreveduta e stupenda, prese «Tutti» e ne fece «Uno», scegliendo il piú oscuro degli uomini, il Milite Ignoto, a simbolo della oscura guerra, dove gli uomini, per affrontare la morte, si seppellivano vivi. Ognuno in lui riconobbe se stesso, e ogni madre il suo figlio.

Eppure, la storia è fedele alle sue linee maestre quanto impreveduta negli svolgimenti di contorno. Chiarita l'atmosfera, ristabilite le prospettive, si vide che la guerra non era stata un avvenimento militare, ma la scossa di assestamento di un ordine sociale instabile. E i veri eroi, come li intese il Carlyle, appaiono sul proscenio, gli artefici del novus ordo, diversi tra loro come le basse gonfie cupole dorate del Kremlino sono diverse dalle colonne e gli archi del Campidoglio: Nicola Lenin e Benito Mussolini, rappresentanti di due mondi, l'elemento orientale e l'occidentale nella civiltà d'Europa.

Dagli zigomi sporgenti e gli occhi sonnolenti e acuti, sollevati agli angoli, sino all'esistenza immobile, ravvolta nei veli di una misteriosa malattia e terminata con l'assunzione finale sull'eccelso catafalco, Nicola Lenin è il tipo del semidio asiatico. Non esce dalla ieratica reclusione se non per fanatizzare di lontano le folle prosternate, come fanno gli imperatori cinesi con i loro abbacinati paludamenti.

Romano nell'anima e nel volto, Benito Mussolini è una resurrezione del puro tipo italico, che torna ad affiorare oltre i secoli.


 

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