BAUDELAIRE CHARLES

Charles Baudelaire (1821-1867)

Le due buone sorelle

La distruzione

L'uomo e il mare

Il vino dell'assassino

Inno alla Bellezza

Profumo esotico

La capelliera

Sed non satiata

Il serpente che danza

Una carogna


Le due buone sorelle

Son due puttane amabili, la Morte

e la Dissolutezza; di salute

ricche, e di baci prodighe, il cui fianco

sempre vergine e tutto ricoperto

di cenci, schiavo d'un travaglio eterno,

non ha mai partorito. Sotto volte

segrete, tombe e lupanari mostrano

al sinistro poeta, favorito

dell'inferno, nemico di domestici

focolari, infimo cortigiano,

un letto dove non  ha mai giaciuto

il rimorso. Feconde di bestemmie,

bara ed alcova a volta a volta ci offrono

orribili dolcezze e godimenti

tremendi, come due sorelle buone.

E quando sotterrarmi vorrai dunque,

Dissolutezza dalle immonde braccia?

e quando, o Morte, sua rivale in fascino,

verrai sopra gli infetti mirti suoi

ad innestare i tuoi cipressi neri?

La distruzione

Accanto a me incessantemente s'agita

il Demonio, e mi gira intorno come

ara impalpabile; io l'ingoio e sento

che mi brucia il polmone, e d'un eterno

desiderio colpevole lo colma.

A volte, conoscendo l'amor mio

per l'Arte, mi si mostra sotto forma

di donna seducente, e con speciosi

pretesti, comportandosi da ipocrita,

a filtri infami le mie labbra avvezza.

In mezzo alle distese solitarie

e profonde del tedio egli mi guida

ansante e affranto di fatica, lungi

dallo sguardo di Dio, e dentro agli occhi

conturbati m'avventa vesti lorde,

ferite aperte e tutto il sanguinoso

triste apparato della Distruzione!

L'uomo e il mare

Sempre il mare, uomo libero, amerai!

perché il mare è il tuo specchio; tu contempli

nell'infinito svolgersi dell'onda

l'anima tua, e un abisso è il tuo spirito

non meno amaro. Godi nel tuffarti

in seno alla tua immagine; l'abbracci

con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore

si distrae dal suo sonno al suon di questo

selvaggio ed indomabile lamento.

Discreti e tenebrosi ambedue siete:

uomo, nessuno ha mai sondato il fondo

dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto,

mare, le tue più intime ricchezze,

tanto gelosi siete d'ogni vostro

segreto. Ma da secoli infiniti

senza rimorso né pietà lottate

fra voi, talmente grande è il vostro amore

per la strage e la morte, o lottatori

eterni, o implacabili fratelli!

Il vino dell'assassino

Mia moglie è morta: finalmente libero!

Posso dunque ubriacarmi a mio piacere.

Quando tornavo a casa senza il becco

d'un quattrino, i suoi urli mi straziavano

fin nelle fibre. Son felice al pari

d'un re; l'aria è pura, il cielo è bello

a vedersi. Era estate, così, quando

m'innamorai di lei. Questa tremenda

sete che ora mi strazia, per estinguersi

bisogno avrebbe di sì tanto vino

quanto ne può tenere la sua tomba;

e non è dire poco: io l'ho gettata

in fondo a un pozzo e le ho buttato sopra

tutte quante le pietre, anche, dell'orlo.

— La scorderò, se lo posso! Nel nome

delle promesse tenere da cui

nulla può svincolarci — ed affinché,

come al bel tempo delle nostre ebbrezze.

Potessimo far pace, io le implorai

un convegno, di sera, su una buia

strada. Ci venne! folle creatura!

Noi siamo tutti più o meno pazzi.

Era ancora graziosa, benché tanto

stanca: troppo l'amavo: ecco perché

le dissi: fuggi da questa vita!

Nessuno può comprendermi. Uno solo

fra tutti questi stupidi beoni

pensò mai nelle sue notti morbose

di far del vino un drappo sepolcrale?

Mai, né l'estate né l'inverno, questa

schiera di crapuloni invulnerabili,

macchine di metallo, hanno gustato

il vero amore, coi suoi neri incanti,

l'infernale corteo delle inquietudini,

i suoi filtri attoscati, le sue lacrime,

i suoi rumori di catene e d'ossa!

Eccomi solo e libero! Stasera

sarò sbronzo del tutto; e allora, senza

paura né rimorso, sulla terra

mi stenderò a dormire come un cane.

Il carro dalle enormi ruote, carico

di fanghiglia e di pietre, il furibondo

treno schiaccino pure la mia testa

colpevole o mi taglino per mezzo:

me ne infischio di Dio come del Diavolo,

e così pure della Sacra Mensa!

Inno alla Bellezza

Vieni, o Bellezza, dal profondo cielo

o sbuchi dall'abisso? Infernale e divino

versa insieme, confusi, la carità e il delitto

il tuo sguardo: assomigli, in questo, al vino.

Racchiudi nei tuoi occhi alba e tramonto. Esali

profumi come un temporale a sera.

Sono un filtro i tuoi baci, la tua bocca un'ampolla

che l'eroe fanno vile e il fanciullo ardito.

Esci dal gorgo nero o discendi dagli astri?

Il Destino, innamorato, ti segue come un cane,

sémini capricciosa felicità e disastri,

disponi di tutto, non rispondi di niente.

Cammini, Bellezza, su morti, e ne sorridi;

fra i tuoi gioielli l'Orrore non è il meno attraente

e, in mezzo ai tuoi gingilli preferiti,

l'Assassinio oscilla adorabile sul tuo ventre orgoglioso.

Abbagliata l'effimera s'abbatte in te candela

e crepita bruciando e la tua fiamma benedice.

Cosí, chino fremente sul suo amore, chi ama

sembra un moribondo che accarezza la sua tomba.

Che importa che tu venga dall'inferno o dal cielo,

o mostro enorme, ingenuo, spaventoso!

se grazie al tuo sorriso, al suo sguardo, al tuo piede

penetro un Infinito che ignoravo e che adoro?

Che importa se da Satana o da Dio? se Sirena

o Angelo, che importa? se si fanno per te

— fata occhi-di-velluto, ritmo, luce, profumo, mia regina —

meno orrendo l'universo, meno grevi gli istanti.

Profumo esotico

Se in una calda sera d'autunno, gli occhi chiusi,

respiro del tuo seno accaldato l'odore,

vedo scorrermi innanzi lunghe rive radiose

sbiancate dai bagliori d'un monotono sole:

un'isola pigra dove dà la natura

alberi strani e frutta saporose,

uomini dalle membra sottili e vigorose

e donne che hanno sguardi d'un mirabile ardire.

Guidato dal tuo odore verso climi d'incanto

vedo un porto con alberi e con vele

per la forza dei flutti ancor tremanti

e intanto un profumo di verdi tamerici

gira nell'aria e colma il mio respiro

e al canto degli equipaggi si mischia nel mio cuore.

La capelliera

Chioma, che al collo scorri d'onda in onda!

riccioli, profumi pesanti di languore,

estasi! Perché stasera gremiscano la buia alcova

i ricordi che dormono nella tua capelliera,

io voglio sventolarla come un fazzoletto!

L'Africa ardente, l'Asia sospirosa,

tutto un mondo lontano, assente, quasi morto

vive, foresta d'aromi, nei tuoi luoghi profondi;

e, come altri spiriti sulla musica, il mio

galleggia, amore, sopra il tuo profumo!

Là dove, colmi di linfa, alberi e uomini

si struggono nella calura in deliqui sena fine

lanciatemi, forti trecce, come sa fare l'onda!

In te, mare d'ebano, vive un fulgido sogno

di remi e vele, d'alberi e di fiamme:

porto risonante dove l'anima può

dissetarsi d'odore, di suono e di colore,

e su scivoli d'oro e seta i bastimenti

le ampie braccia spalancano alla gloria

d'un cielo puro che freme d'immortale calore.

La mia testa, che l'ebbrezza innamora, immergerò

nell'oceano che nero l'altro chiude;

e il mio spirito sottile, molcito dal rollio,

saprà ben ritrovarvi, o pigrizia feconda,

di svaghi imbalsamati dondolarsi infinito!

In voi, capelli azzurri, baldacchino di tenebre,

c'è l'immensa, celeste rotondità del cielo;

sui piumosi contorni delle ciocche ritorte

ardendo io m'inebrio d'un confuso sentore

d'olio di cocco, di muschio e di catrame.

A lungo — sempre! — nella greve criniera la mia mano

rubini spargerà e zaffiri e perle

perché al mio desiderio tu non sia mai sorda,

oasi dove sogno, borraccia dove fiuto

a lungi sorsi il vino del ricordo...

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Io t'adoro come la volta notturna,

o vaso di tristezza, grande taciturna,

e t'amo tanto piú, bella, se fuggi,

quasi sommando, o mia notturna gioia,

con ironia le leghe che separano

dal mio petto le azzurre immensità.

Vengo all'attacco, insisto su di te

come un grumo di vermi su un cadavere e t'amo,

o animale implacabile e crudele,

anche nel gelo che ti fa piú bella!

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Ti porteresti a letto il mondo intero,

o impura, o crudele per noia! A questo gioco strano

devi, per tenerli in esercizio, ogni giorno

metterti almeno un cuore sotto i denti.

Chiari come vetrine, fiammeggianti

come le luminarie d'una festa, i tuoi occhi

usano, insolenti, d'un potere non loro,

ignari della legge onde son belli.

Macchina cieca, sorda, feconda in crudeltà!

Strumento salutare, sanguisuga del mondo,

non hai vergogna, dunque, non hai visto

spegnersi in ogni specchio le tue grazie?

E la forza del male in cui ti credi esperta

non ti fa indietreggiare di spavento

quando, grande nelle ascose sue trame, la natura

si serve di te, femmina, regina dei peccati,

di te, vile animale! perché un genio abbia vita?

Sublime infamia, altezza verminosa...

Sed non satiata

Bizzarro idolo, bruno al pari delle notti,

odoroso di muschio e avana, creatura

d'un obi, il Faust della savana, strega

dal fianco d'ebano, figlia di tenebre profonde,

a esotici vini, a resine, all'oppio io preferisco

l'elisir dei tuoi baci, dove amore è pavone,

e se a te in carovana vengono le mie voglie,

nel pozzo dei tuoi occhi disseto le mie pene.

Da quei grandi occhi neri, spie della tua anima,

non versarmi, demone senza cuore, tanto fuoco!

Non son lo Stige, io, per abbracciarti

nove volte — né posso, Megera libertina,

per domarti e ridurti alla ragione

nell'inferno del tuo letto convertirmi in Proserpina.

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Sembra, coi suoi vestiti d'ondulante

madreperla, che danzi se cammina,

simile a quei serpenti che nei riti, in cadenza,

smuovono su bastoni i giocolieri.

Come nei deserti la smorta sabbia e il cielo,

sordi al dolore di chi vive, o l'onda

che nel mare s'intreccia senza posa,

cosí lei si dispiega, indifferente.

Splendono nel suo sguardo minerali d'incanto;

in lei, strana, simbolica natura

di sfinge antica e d'angelo inviolato,

tutto è chiarore, acciaio, oro e diamanti,

e per sempre, astro inutile, scintilla

il gelo maestoso della sterilità!

Il serpente che danza

Quanto, indolente amata, amo vedere

del tuo corpo leggiadro

come seta che oscilla e trascolora

luccicare la pelle!

Sulla tua chioma senza fondo

che sí acre profuma,

mare odoroso e vagabondo

dall'onda azzurra e bruna,

simile ad un vascello che si desta

al vento del mattino,

sognante il mio cuore s'appresta

verso un cielo lontano.

I tuoi occhi ove nulla si rivela

di dolce né d'amaro

son freddi gioielli ove fuso

è con il ferro l'oro.

Se guardo i passi che muovi in cadenza,

bella d'abbandono,

penso a un serpente che danza

in cima ad un bastone.

Sotto il fardello della tua pigrizia

la testa di bambina

come quella d'un giovane elefante

dondola mollemente

e il corpo si tende e s'inclina,

smilzo vascello

che rolla e sbanda e tuffa

i pennoni nei flutti.

Quando, fiume che inturgida rombando

la fonte dei ghiacciai,

all'orlo dei denti risale

l'acqua della tua bocca,

mi par di bere un vino di Boemia

amaro e trionfale,

un liquido cielo che di stelle

spruzza il mio cuore!

Una carogna

Ricordi la cosa che vedemmo, anima mia,

una dolce mattina d'estate?

Svoltato un sentiero, su un giaciglio di sassi,

una carogna infame,

a gambe all'aria, simile a una donna impudica,

bruciando, sudando veleni,

spalancava con cinica indolenza

il ventre gonfio di miasmi.

Su tanto putrefarsi s'accaniva il sole

come per completare la cottura

e rendere a cento doppi alla grande Natura

ciò che con cura aveva unito;

e il cielo contemplava la carcassa gloriosa

schiudersi come un fiore.

Cosí atroce il fetore, che sull'erba

per poco non sei svenuta.

Su quel putrido ventre ronzavano le mosche

e ne uscivano neri battaglioni

di larve che colavano, liquido vischioso,

lungo i brandelli brulicanti.

Il tutto come un'onda s'alzava, s'abbassava,

o si slanciava spumeggiando

quasi che un vago soffio, il corpo dilatando,

moltiplicasse la sua vita.

E dava, quella folla, una musica strana,

come vento o corrente,

o il grano che in cadenza agita il vagliatore

per separarlo dalla pula.

Sbiadivano le forme, diventavano sogno,

abbozzo che tarda a venire

sulla tela obliata e ormai l'artista

compirà solo col ricordo.

Da dietro i sassi, inquieta, l'occhio irato,

ci spiava una cagna,

aspettando il momento di strappare allo scheletro

il pezzo abbandonato.

— E tu sarai come quel mucchio immondo,

quell'orrenda infezione,

tu stella dei miei occhi, sole della natura,

angelo mio, mia passione!

Sarai cosí, regina delle grazie,

dopo l'estrema unzione,

discesa sotto l'erba, sotto i grassi cespugli,

a muffir fra le ossa.

E allora ai vermi che ti mangeranno

di baci, o mia bellezza,

di' che in me sono salve la forma, l'essenza divina

dei miei marciti amori!


 

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