consoli mario

Il denaro e la ricchezza

(da “l'Uomo libero”) (a cura di Benedetto Brugia)


Così abituati al condizionamento costante del denaro — ogni cosa dipende dal denaro, tutto il tempo deve essere dedicato a lui, l'intera esistenza deve essere sacrificata per lui — può apparire naturale considerarlo come un bene, anzi come il bene primario.

Può essere quindi istintivo oggi identificare il denaro con la ricchezza. La ricchezza è disponibilità di beni. Per bene si intende qualcosa che soddisfa una necessità — o che può procurare un piacere — e al tempo stesso appaga l'istinto umano alla proprietà.

Una casa è un bene, e rimane casa, con le stesse stanze, la stessa posizione, gli stessi muri, anche in tempo di crisi economica o di inflazione, anche dopo decenni. Un sacco di frumento può essere utilizzato per far pane, da esso possono derivare un tot di pagnotte, sempre lo stesso numero sia che le quotazioni della Borsa salgano, sia che scendano.

Una somma di denaro segue invece le regole convenzionali che di volta in volta si stabiliscono, e a farlo non sono certamente gli individui, né i popoli, né i governi, ma i banchieri e le forze della finanza internazionale.

Gioco di valute e inflazione creano situazioni sempre differenti, incerte e spesso imprevedibili. Chi avesse fatto l'errore di mettere da parte vent'anni fa cento milioni di lire, oggi si ritroverebbe una somma di valore più che dimezzato; chi allora avesse invece congelato l'equivalente in marchi oggi si ritroverebbe, convertendolo in lire, un valore notevolmente incrementato. In certi paesi dell'America Latina la cifra che a gennaio serve per comperare un'automobile, a dicembre è sufficiente appena per un biglietto del treno.

Una vicenda accaduta recentemente ad un mio conoscente è particolarmente chiarificatrice sul rapporto tra denaro e ricchezza. Avendola ereditata, aveva iniziato la ristrutturazione dell'antica casa di famiglia. Mentre spostava una vecchia e pesantissima madia, appoggiata ad una parete chissà da quanto tempo, su un muro apparve un mattone un po' sconnesso. Fu sufficiente toccarlo perché si muovesse. Una volta estratto, nel buco comparve un piego di carte. Si trattava di banconote italiane degli anni Trenta, minuziosamente arrotolate, e di documenti concernenti la vendita di un terreno. Il nonno del mio conoscente, venditore di quel terreno, aveva riposto lì il suo “tesoro” e la sua morte improvvisa gli impedì di utilizzare quella somma.

Si trattava di un gruzzolo considerevole: all'attuale potere di acquisto della lira sarebbero stati circa due miliardi. Il nipote, recatosi in banca per informarsi su cosa si potesse fare in casi del genere, scoprì che, dopo una complessa trafila burocratica, la Banca d'Italia era disposta a sostituire le banconote con altre in corso, di pari valore nominale. Meno di mezzo milione.

Se quel terreno non fosse stato venduto, il mio conoscente lo avrebbe ereditato; avrebbe ereditato una ricchezza, così come se al posto delle banconote il nonno avesse nascosto dei lingotti d'oro o dei preziosi. Invece, lo sbigottito nipote si è ritrovato tra le mani poco più di carta straccia.

In effetti, per gli individui e per i popoli, nonostante le mille metamorfosi che ha avuto, il denaro è rimasto sempre un puro e semplice strumento economico legato ad un tempo assai limitato e soggetto alle particolari situazioni del momento; quindi non un bene in sé, ma solo un mezzo di valore momentaneo per acquistare o vendere beni reali. Convenzionalmente, denaro può essere oggi la lira, ieri l'ecu, domani l'euro, può cambiare valore, può essere sostituito da titoli, cambiali o altro.

Quando in Italia, negli anni Settanta, la circolazione di monetine risultò insufficiente per la necessità dei piccoli pagamenti — soprattutto per i pedaggi autostradali, l'acquisto di giornali o per le consumazioni al bar — fu messa in circolazione dalle banche una enorme quantità di “miniassegni” da 50, 100, 150 e 200 lire. Questi furono per anni utilizzati, assieme a gettoni telefonici e francobolli, come denaro e circolarono liberamente (1).

Mezzi di pagamento diversi dai soldi “ufficiali” sono stati inoltre spesso usati e abbiamo notizia che circolano oggi in Italia, in Svizzera e in altre nazioni sotto forma di ticket, monete locali, buoni acquisto o altro. È sufficiente che un certo numero di cittadini, aziende o associazioni siano disposti ad accettarli che cominciano a funzionare esattamente come il denaro.

Convenzionalmente si può, invece, stabilire di sostituire, nel mercato delle granaglie, sacchi di farina con sacchi di sabbia?

«Nel 1929 gli americani che avevano investito nella Borsa di New York si ritenevano ricchissimi, ma bastò che qualcuno non credesse più nel valore di quelle azioni trascinando a valanga tutti gli altri, perché quella ricchezza si rivelasse per ciò che era: carta straccia. L'unico utilizzo ragionevole che se ne poté fare fu di incorniciarla a ricordo di una pazzia collettiva. Il valore di una mucca invece, per quanto possa variare, non può essere ridotto a zero, ci ricaverò sempre del latte o, alla mala parata, ne farò bistecche» (2).

Nei recenti giorni della svalutazione del rublo, per le strade di Mosca si è vista gente pagare i propri acquisti con uova e bottiglie di vodka.

Nel III secolo, sotto l'Impero di Settimio Severo, la grande inflazione costrinse a sostituire molti pagamenti — per esempio le paghe ai soldati — con beni in natura.

È peraltro interessante osservare come oggi l'uso insistente di surrogati dei soldi cui abbiamo sopra accennato — ticket e buoni acquisto — indichi in maniera evidente la necessità di riavvicinarsi a forme che si avvicinano più al baratto che ad una normale circolazione monetaria: un buono-pasto è un bene concreto non soggetto a inflazione o speculazioni, così come un maglione, litri di benzina o qualsiasi altra merce.

Non vogliamo certo affermare che il denaro debba essere distrutto “sic et simpliciter”, né dar corpo a nostalgie degli antichi baratti. Riteniamo invece che i soldi debbano tornare al loro originario ruolo di strumento di scambio, emesso a servizio del popolo, gestito nell'interesse nazionale e sottratto ai tentacoli della speculazione internazionale. Sosteniamo che l'economia deve essere strettamente sottoposta al controllo politico e di tutte quelle categorie che ogni popolo sceglie a propria guida e per propria tutela.

Non è impossibile e probabilmente non sarebbe difficile se si ponesse mano a far ordine tra valori, principî e priorità, avendo ben chiari in mente gli interessi e la qualità della vita dell'uomo.

Anche se oggi può sembrare incredibile, il denaro non è sempre esistito (3); come abbiamo visto, non esisteva negli antichissimi regni, è quasi scomparso per mille anni, nel Medioevo (4), non esisterebbe ancor oggi in gran parte del cosiddetto Terzo Mondo se non fossero arrivati i “liberatori” a portar dollari, malcostume e corruzione, distruggendo secolari economie autosufficienti.

Eppure in quegli antichissimi regni e nel Medioevo gli uomini son vissuti lo stesso: han mangiato, si son vestiti, han fatto figli, hanno amato, gioito e patito, si son divertiti ed hanno lottato per la sopravvivenza, hanno dipinto e suonato, han pensato e scritto, hanno accumulato ricchezze, anche senza denari da guadagnare e spendere.

Le terre han continuato anche allora ad avere padrone, contadini per coltivarle e fattori per organizzare il lavoro; i pagamenti avvenivano in natura, dividendo i frutti dei campi. L'istituto della mezzadria, erede di medievali contratti di lavoro, è sopravvissuto sino alla prima metà di questo secolo e non son pochi a rimpiangerlo. Era un'economia sostanzialmente autarchica, cooperativistica e tranquilla; senza grossi scossoni, c'erano solo da temere le bizze del tempo, ma per superare le brutte conseguenze della siccità o della grandine subentrava sempre quel solidarismo di gruppo oggi così obliterato.

Dalla Rivoluzione industriale ad oggi, l'era del denaro virtuale, della globalizzazione, del potere mondialista è stata tutta una divaricazione tra ricchi e poveri con la quale i ricchi divengono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e più numerosi. Non a caso l'elemento più appariscente dell'attuale sviluppo economico è la disoccupazione. Un elemento destinato nei prossimi anni ad assumere toni sempre più drammatici e devastanti.

Ha recentemente scritto Francesco Alberoni: «In realtà, se riflettiamo, ci accorgiamo che l'occupazione non cresce, anzi diminuisce. Che la ricchezza aumenta, ma per pochi e la povertà per molti. Che la qualità della vita peggiora. E crescono dovunque l'insicurezza, la violenza, la criminalità. La globalizzazione non ha prodotto uno sviluppo uniforme dell'economia. Ha fatto esplodere il capitalismo finanziario a spese di quello imprenditoriale. Non nascono milioni di nuove imprese produttive, non cresce una borghesia legata alla nazione, al territorio, alla città. I capitali corrono dove vi sono opportunità di profitti speculativi, spesso producendo paurose devastazioni umane e sociali. Il capitalismo, come sistema sociale, è formato di tre parti. Una puramente economica, speculativa, che non si preoccupa d'altro che del profitto. Questa non è capace di creare la solidarietà, le norme sociali, i valori che tengono unita la società. Da sola disgrega le nazioni, le comunità, la famiglia, produce anarchia e violenza. Poi ne esiste un'altra, rappresentata dagli imprenditori radicati nella propria comunità, con un'etica del lavoro, con un forse senso di responsabilità verso la propria impresa, i propri dipendenti. Che non mirano solo al guadagno ma anche al prestigio, al riconoscimento sociale. E infine vi è la terza parte formata dai movimenti che ricostituiscono la solidarietà sociale, i valori, gli ideali» (5).

Mentre le società tradizionali cercavano al loro interno di realizzare un'organicità attraverso la quale integrare, sostenere e collegare tutti i suoi differenti elementi — ricchi, lavoratori, intellettuali, artisti, militari, amministratori, magistrati, religiosi, ecc. —, l'attuale scenario prevede un solo elemento: il grande magma dei consumatori. Il sistema non prevede ricchi, benestanti e detentori di un reddito sufficiente, ma grandi, medi e piccoli consumatori; i mestatori del denaro, i grandi finanzieri, non sono gli odierni ricchi, ma i detentori del nuovo potere.

Il ricco e il benestante possiedono delle proprietà, il consumatore è un tramite, semplicemente uno strumento necessario alla circolazione vorticosa di prodotti e soldi.

*   *   *

In passato il possessore di ricchezza si identificava con il proprietario terriero, o di immobili, o di aziende produttive ben radicate nel tessuto sociale e nazionale. Oggi quella figura è offuscata nell'immaginario collettivo dal detentore di denaro: dal finanziere, dal manager di successo, dal giocoliere delle Borse, dalle multinazionali che acquistano e vendono — valuta, azioni, aziende — con estrema disinvoltura e velocità.

Ma esiste un fossato profondo tra l'odierno denaro e quella ricchezza che è sempre stata una componente presente nelle società. Oggi, per procurarsi soldi, molti soldi, occorre esser più furbi degli altri, maestri in ogni tipo di speculazione. Mai guardarsi indietro o pensare agli altri. Nel passato la ricchezza veniva acquisita principalmente per meriti d'altro tipo: militari, organizzativi, lavorativi, scientifici, politici. Essa si creava all'interno di una realtà sociale e con tale realtà conservava un rapporto diretto e continuativo.

Nei possedimenti dei “signorotti” lavorava un gran numero di contadini, all'interno dei palazzi trovavano impiego maggiordomi, giardinieri, camerieri, cuochi, guardarobiere, cocchieri, stallieri, sguatteri e quant'altri. L'esistenza di queste ricchezze faceva lavorare artigiani ed artisti. In questi borghi il benessere era di gran lunga maggiore che in quelli dove non c'erano signori da servire. E il legame che stringeva i lavoratori ai benestanti era reciproco. A cosa potevano infatti servire i campi senza braccia per coltivarli e i palazzi senza personale per la sua manutenzione?

I ricchi, certamente, potevano essere saggi o arroganti, magnanimi o pusillanimi, ma erano sempre lì, con la loro faccia, coi loro possedimenti, gente tra la gente di quella società. Di fronte alle angherie dei peggiori di loro ci si poteva anche ribellare, come spesso è avvenuto e, forconi in mano, andare all'assalto dei loro palazzi.

Qual è invece la faccia delle multinazionali, che oggi speculano, comprano, vendono, chiudono aziende con migliaia di dipendenti, lasciando dietro di sé, con la massima indifferenza, disoccupazione e gravi problemi sociali? Verso quale palazzo i disperati del Duemila potranno recarsi coi loro forconi e la loro legittima rabbia?

Analogo ragionamento si può fare a proposito dell'attuale circolazione monetaria.

Quando un cittadino spende il proprio denaro — per fare acquisti, o per pagare un servizio — presso un negozio, o un artigiano o un professionista del proprio paese, a livello locale non avviene nulla più di uno scambio e la ricchezza di quella micro-economia non subisce alterazioni.

Il denaro che è finito nelle tasche di quel bottegaio, o di quell'artigiano o di quel professionista, se analogamente sarà speso per fare acquisti nello stesso paese, direttamente o indirettamente, è destinato a ritornare anche a quel cittadino.

Si genera così un indotto micro-economico che consente ad ogni componente sociale di sviluppare il proprio lavoro, cioè di costruire beni vendibili ricavandone un guadagno in grado di trasformarsi in altri beni a lui necessari o utili.

Osserviamo invece cosa avviene oggi sempre più di frequente. Sorgono ovunque centri commerciali e megasupermercati di proprietà multinazionale presso i quali le merci sono vendute a prezzi più convenienti che nei negozi locali. Il cittadino si reca a fare i propri acquisti in questi centri, convinto di fare un grand'affare. Egli pensa di aver realizzato un utile pari alla differenza tra il prezzo pagato e quello proposto dal negozio del proprio paese. In effetti si sbaglia, egli ha compiuto un impoverimento dell'economia locale entro la quale vive e lavora, pari all'intera cifra spesa. Quei soldi non gli potranno mai rientrare in tasca. Gli utili di quei commerci finiscono in un'altra nazione ad accrescere il potere di qualche gruppo finanziario e di qualche banca.

*   *   *

Altro incolmabile fossato che separa la ricchezza dal moderno denaro è rappresentato dal tipo di individui che li impersonano, dalle loro aspirazioni, dal loro modo di gestire la propria vita.

Nella società pre-industriale chi avesse raggiunto con la propria attività lavorativa soddisfacenti risultati — spesso anche il mercante e l'uomo d'affari — generalmente investiva i propri averi in proprietà terriere o immobiliari, capaci di fruttargli una decorosa rendita, e cercava, come si diceva, di “ritirarsi in campagna”. Con ciò, in età ancora decente e in buona salute, si dedicava ad interessi culturali, scientifici e a coltivare quelle relazioni affettive e sociali che erano state sacrificate negli anni di lavoro.

L'uomo del moderno denaro è l'esatto opposto di questo tipo di benestante. Non si pone mai un limite all'accumulo e, soprattutto, non scende mai di sella. Si impasticca di sostanza chimiche pur di essere sempre vigile. In campagna ci manda moglie e figli, ma lui rimane perennemente in attività, anche perché sa bene che le rendite di un impero finanziario non sono tranquille e durature se non rinverdite continuamente da nuove e più ardite speculazioni. Non scende mai di sella: la veneranda età di certi manager della finanza ci fa ritenere che il sogno di questi individui sia quello di morire di vecchiaia mentre ancora fanno di conto o, oggi, digitano qualche compra-vendita di titoli sulla tastiera del loro computer.

La ricchezza, per essere tale e per essere riconosciuta utile e legittima da un popolo, deve avere i requisiti della stabilità e del radicamento; il denaro oggi invece si configura sempre più come elemento incontrollabile e volatile, incapace di riconoscere confini nazionali o continentali, di rispettare leggi, di appartenere a categorie o nazioni.

Fino ad un certo punto almeno le banconote furono ancorate ad un valore aureo: presso le banche di emissione dovevano essere depositati lingotti d'oro equivalenti alla carta-moneta messa in circolazione.

Ancora nel luglio 1944, con gli accordi di Bretton Woods, contemporaneamente all'istituzione del Fondo monetario internazionale, si ribadì la convertibilità del dollaro statunitense in oro, imponendo questa moneta come denaro internazionale e come strumento di riserva delle Banche centrali di tutti gli altri paesi.

Il 15 agosto 1971 il presidente americano Richard Nixon, nel corso di un discorso televisivo, annunciò che gli Stati Uniti sospendevano “sine die” la convertibilità del dollaro. Da allora tutte le banconote — giacché a livello internazionale direttamente o indirettamente le monete di tutti i paesi erano strettamente vincolate al dollaro —, come tutta la gran massa di quasi-denaro circolante, presero il loro volo incontrollato verso atmosfere rarefatte, lontane dalla realtà dei popoli e degli uomini.

________________

(1)

Anche questa fu una brillante occasione che le banche non si fecero sfuggire: i miniassegni erano assegni circolari emessi su copertura fornita dalle varie Associazioni Commercianti, Artigiani, dalla Società Autostrade e quanti altri si fecero promotori dell'iniziativa. Le banche incassarono per intero i molti miliardi dell'operazione; la maggior parte dei miniassegni andò distrutta o finì per arricchire la collezione di qualche appassionato e all'incasso ne fu portata solo una piccola parte.

(2)

M. Fini, op. cit.

(3)

«Nell'Est europeo la Signoria durò fino al XVIII secolo e oltre e qui, come sempre nell'economia curtense, la circolazione monetaria è nulla» (M. Fini, op. cit.). Negli Stati Uniti d'America, sede delle centrali finanziarie internazionali e modello imposto dal mondialismo a tutti i popoli del mondo, fino alla fine del Settecento, si viveva prevalentemente in regime economico di baratto.

(4)

«Benché le tracce lasciate dalla documentazione degli scambi tra i regni barbarici d'Occidente, considerati in blocco, e l'Oriente bizantino o sassanide, abbiano infiammato le immaginazioni, la loro entità, già ridotta durante il basso Impero, è rimasta modesta dopo le invasioni. A quell'epoca il mondo franco esporta verso l'Oriente schiavi, drappi, marmo, legno per le costruzioni navali, armi, forse alcuni metalli. E vi acquista spezie ed aromi, profumi e incenso, stoffe preziose, avorio, cuoio lavorato, papiro: prodotti di lusso per i re, per l'aristocrazia laica, per l'alto clero. Olio d'oliva, vini, miele, frutta e legumi secchi sono ugualmente importati» (Robert Boutruche, Signoria e feudalesimo, vol. I, Il Mulino, 1968, p. 53). Si tratta di traffici per lo più strutturati come economia di scambio. Le monete allora esistenti, come le anglosassoni “sceattas”, il “besant” bizantino, il “dinar” arabo, erano coniate in oro o argento ed erano accettate dai mercanti e dai loro clienti più per il loro valore intrinseco che per quello monetario. All'interno delle vastissime aree feudali, quasi esclusivamente agricole, queste monete avevano una circolazione pressoché nulla, e si viveva in regime economico di baratto.

(5)

Francesco Alberoni, Ci vuole un argine per frenare l'irruenza del dio denaro, “Corriere della Sera”, 18 ottobre 1999.


 

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